Diversi atteggiamenti
accompagnano il problema dei diritti di immagine, problema che
comunque è sul tavolo in tutte le società del
globo. L’immagine, come la musica, ha vissuto con l’epoca
digitale una fioritura di repliche e clonazioni, spesso illegali.
La logica occulta di questa illegalità è economica
e non coincide con il recupero e la citazione di per sé.
Per la prim,a parte: cfr. Luxflux.net
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PHOTAGE
Il diritto d’immagine: una riflessione euristica fra
authorship e spectatorship.
Parte Seconda
di Augusto Pieroni
Non è meno educativo osservare cosa succede con i font:
i caratteri tipografici. I font un tempo si compravano in
costosissimi fogli trasparenti e, se la dimensione era sbagliata
o non ti piaceva come veniva il lavoro, dovevi tornare nel
negozio di grafica e venderti l’altro rene per acquistare
una diversa dimensione o un diverso typeface di trasferibili
Letraset – i migliori. Oggi, se proprio non ci dovessero
bastare le decine di font presenti già nello stesso
computer che abbiamo comprato, migliaia di altri tipi di font
si possono scaricare gratis in vari siti dove gli stessi autori
del carattere li pongono alla pubblica attenzione. Qual è
il trucco? A volte quelli che puoi scaricare non sono tanto
completi quanto le versioni poste in vendita (mancano alcune
lettere accentate o i caratteri speciali); altre volte l’autore
si premura di dire: “se il mio carattere lo usi per
i fatti tuoi va bene, ma se lo usi commercialmente, mi dovresti
pagare i diritti che, dai, non sono poi così esosi”.
E qui sta, daccapo, il problema: se lo usi commercialmente.
Alla faccia della proprietà intellettuale.
Certo: se il tuo lavoro trova forma in un testo copiabile
all’infinito, da una parte hai il vantaggio di accedere
a una platea virtualmente globale, ma dall’altra hai
il diritto di proteggere il tuo lavoro da chi non si fa solo
spettatore e, come tale: apprezza, approfondisce, divulga
e sostiene. L’autore ha diritto a tutelare il suo lavoro
da vari tipi di cattivo riutilizzo. Qualche esempio:
A) quando qualcun altro lo usa per accorciare e semplificare
la propria strada verso l’ideazione, quale che ne sia
l’esito economico (plagio).
B) quando qualcun altro lo usa per riempire gratuitamente
di contenuti una propria “vetrina” commercialmente
redditizia ma vuota (clonazione).
C) quando qualcun altro lo utilizza per recare danno o frodare
altri non in proprio nome, e così anche recar danno
all’autore dell’opera (falso ideologico). Eccetera
eccetera.
Alcuni, pochi, lavori nascono tecnicamente predisposti contro
alcuni di questi rischi (cd e dvd con codici anticopia e antiinvasione,
ecc) ma gli altri oggetti, in fondo, sono solo veicoli di
diffusione per lo sforzo creativo di un gruppo di persone
non esclusi i tecnici, i produttori, i grafici e così
via.
Posso io/legge vietare che si cloni un cellulare o una carta
di credito che veicolano dunque informazioni e denaro privati
ad uso privato? Sì: devi, si dirà. Posso io/legge
ostacolare la comunicazione della conoscenza ivi inclusi i
testi stessi di cui è composta questa conoscenza? Pertanto
informazioni e valori del tutto pubblici, anzi democratici?
No: si dirà, non devi; né posso, aggiungo io.
Ma, diamine, c’è un limite a tutto. Peccato che
questo limite oscilli a seconda del target, dal periodo economico,
del luogo di produzione e diffusione. Mi spiegava un editore
che, sotto una certa soglia di prezzo, i libri “se li
comprano”, sopra tale soglia “se li fotocopiano”.
Ma vorrei far notare che la questione è ancora un’altra.
Finché diffondere equivale ad evangelizzare, nessuno
mai chiederà un tallero per ogni citazione dalla Bibbia.
Nonappena, però, il Verbo Unico viene meno, nonappena
il pluralismo e la democrazia si inverano – chissà
perché – nella logica dell’economia di
mercato, ogni informazione diviene una forma di follow up
della vendita, optional del bene o servizio acquistato, branch
del customer care. E scambiarsi queste informazioni sembra
divenire illegale come forare un acquedotto e irrigare nascostamente
il proprio orto. Come scaricare sul proprio conto in banca
gli interessi passivi di una somma gigantesca sottratta e
poi resa mezz’ora dopo, da un hacker old style alla
multinazionale prescelta. E no. Questa circolazione non è
interesse privato o, se lo è, non lo è solamente.
Come il rito protestante: officiato dai fedeli stessi. Ci
sarà una via di mezzo fra l’ecumenismo del pensiero
unico e l’isteria da cortiletto recintato?
Prendiamo il web. Cosa sono i blog? Che sono le chat e i forum?
Finestre, gigantesche finestre nelle quali alcune informazioni
passano ed altre no. Passa ciò che sta a cuore ai più:
dunque tutto e il contrario di tutto. Ma questo ammasso virtualmente
amorfo nasconde un pregio: la virtuale estensione degli oggetti
d’attenzione al di là degli interessi delle nicchie
di mercato. Posso far conosce un aerografo a un fabbro e un
mandala ad un ingegnere. Quel che la gente si scambia è
conoscenza: tradotta in termini effusivi, affettivi, si dirà.
Allora? Quando è strapieno e saturo il mercatone dell’offerta
commerciale e nominalmente anche di quella culturale, quando
gli idoli si moltiplicano fino a non starci più nel
tempio, il culto torna a farsi domestico. E la comunicazione,
intasata nei media lineari (le pagine del giornale, le fasce
orarie della tv) tracima nella rete delle reti: nella multidimensionalità
le cui gerarchie sono, per ora, poco visibili e si chiamano
“terze parti”.
Certo: la vita è altrove rispetto al web, forse, ma
ciò che anima la vita vera può certamente venire
da lì. Se nel mio tempo libero, o mentre lavoro, sento
solo gli mp3 che scarico dalla rete è segno che il
mio rapporto col web non è solo virtuale. Se infatti
è stato messo il tassametro ai siti come Napster e
se non si trova quasi più un mp3 gratuito sarà
anche perché si è capito che la finestra poteva
essere trasformata, appunto, in vetrina. Ma questo è
sempre il pensiero dirigistico del “comprate il mio
prodotto”. Se la prestazione d’opera intellettuale
fosse correttamente inscritta nella società in cui
viviamo non si cercherebbe di spingerne artificialmente il
flusso nel tentativo di monetizzarlo: si sarebbe perfettamente
a posto a seguito del riconoscimento di tale prestazione d’opera.
Quando ci passiamo di mano in mano un suono o un’immagine,
quando ci passiamo di bocca in bocca una nozione, oltre a
renderla più incerta e quindi personalizzata e vibrante
dell’urgenza di una verifica, la riportiamo in vita
come cultura viva, proprietaria di chi l’assume e l’accetta
o la rifiuta e nel farlo l’approfondisce. Non come le
collane di libri acquistati e non letti che, per quanto detenuti,
non sono mai del tutto posseduti.
Tornando a noi, gli esecutori possono allora ben costruire
il proprio edificio (sonoro se rientriamo nell’esempio
della musica) con lo spoglio delle costruzioni altrui, esattamente
come gli architetti dell’antichità (a Roma le
basiliche cristiane sono costruite con tonnellate di materiali
marmorei di recupero: lavoro manuale e lavoro intellettuale
imperiali): basta dare a Cesare quel ch’è di
Cesare: cioè informando l’utente (lettore, ascoltatore,
spettatore) di ciò che lui/lei potrebbe essere interessato
ad approfondire. Il testo trova altrove la proprio redditività
e nel suo trascorrere attraverso la società si fa contesto,
prende valore di reference, si ipertestualizza, si apre volontariamente
e rinvia esplicitamente ad altro da sé. Ogni testo
lo fa, più o meno, anche senza volerlo: tuttavia il
testo visivo contemporaneo prende coscienza del suo statuto
reticolato e se ne appropria sfruttandone le potenzialità
strutturali e comunicative.
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