| |
ART
IN THEORY
Collezionismo e storia dell’arte in una conversazione
con Enrico Pedrini
di Maurizio Bolognini
“It is not a case of
choosing those which to the best of one's judgment, are really
the prettiest,
nor even those which average opinion genuinely thinks the
prettiest. We have reached the third degree
where we devote our intelligences to anticipating what average
opinion expects the average opinion to be.
And there are some, I believe, who practice the fourth, fifth,
and higher degrees."
(J. M. Keynes, General Theory of Employment, Interest and
Money, 1936)
1. Sistema dell’arte, musei, collezionismo
MAURIZIO BOLOGNINI. Da alcuni anni, con la riorganizzazione del sistema
dell'arte a scala internazionale, il collezionismo sembra
forzato ad assumere comportamenti gregari. In qualche modo succede
quello che Keynes spiegava a proposito dei mercati finanziari nel
1936: le scelte vengono fatte in funzione delle attese sulle scelte
altrui invece che del valore, e questo distorce i risultati,
moltiplica il peso degli operatori più influenti, e agli altri
non resta che adattarsi. Trovandoti in una posizione singolare, di
critico e di grande collezionista, mi aspetto da te un giudizio più
equilibrato del mio: dobbiamo pensare che, come sostengono alcuni,
l’inquinamento commerciale dell’arte ne abbia fatto ormai
una macchina del vuoto controllata da un ristretto numero di
operatori? O ciò che conta è che, nonostante tutto, la
ricerca artistica continui, alimentata da poche migliaia di persone
che non cessano di organizzare eventi, esperimenti?
ENRICO PEDRINI. Il fatto che la ricerca continui è innegabile ma non
basta, e non durerà a lungo senza cambiamenti sostanziali nel
sistema dell’arte, che dovrebbero investire il ruolo delle
istituzioni pubbliche, la credibilità della storia dell’arte
e la stessa natura del collezionismo. Gli sviluppi più recenti
hanno selezionato una nuova specie di collezionisti che sembrano
interessati al mercato e disinteressati alla storia. Non si possono
più considerare collezionisti di linguaggi ma di valori
economici, e infatti seguono i risultati d’asta come degli
operatori di borsa. A rischio di sembrare schematico, penso che il
collezionismo possa essere orientato dal mercato, come negli Stati
Uniti, o dalla storia, come in Francia, e mi sembra evidente che oggi
è il primo dei due modelli a dominare la scena dell'arte.
M.B. Tanto più che in Francia c’è in realtà un
solo grande collezionista, che è rappresentato dalle
istituzioni pubbliche, le quali acquisiscono opere a caro prezzo
impedendo così che il collezionismo privato si rafforzi. C’è
sicuramente più collezionismo in Italia che in Francia.
E.P. Sì, abbiamo più collezionismo, ma il contesto italiano
è più difficile, incapace di colmare la distanza che si
è ormai creata tra le istituzioni, la storia dell’arte e
il collezionismo illuminato. In assenza di istituzioni museali forti
e indipendenti, in grado di registrare con rigore le esperienze, le
date, i linguaggi, abbiamo finito per affidarci ad alcune personalità
più influenti. In questo modo la scena italiana è stata
dominata per lungo tempo da un ristretto oligopolio critico, che ha
focalizzato l’attenzione su pochi percorsi, contrastandone
altri. Dove esistono pochi musei di arte contemporanea l’intero
contesto culturale e artistico è destinato a ridursi al
minimo. Così a un osservatore disattento potrebbe sembrare che
in Italia ci siano stati nel XX secolo solo il futurismo, l’arte
povera e la transavanguardia: tutto il resto è stato
ostacolato o trascurato, limitando lo sviluppo di molte esperienze
creative, con soddisfazione degli operatori stranieri che vedono
l’Italia come terra di conquista.
M.B. Tuttavia la soluzione francese – centralità delle
istituzioni pubbliche e sostegno agli artisti – porrebbe
qualche problema, non solo perché è costosa ma perché
mette in secondo piano il ruolo degli operatori privati, galleristi e
collezionisti, che in Italia è ancora importante e può
essere valorizzato. E poi è passato un secolo da quando l’arte
si è liberata dalle istituzioni statali, diventando sistema.
La rivendicazione della libertà dell’arte è
andata di pari passo con il liberismo economico, e la stessa figura
del critico è nata insieme con la necessità di
promuovere l’arte in un contesto di competizione, culturale ed
economica. Non mi sembra che tutto questo si possa superare e, del
resto, per avere maggiore pluralismo e una competizione meno bloccata
non basterebbero in fondo altre dieci gallerie pubbliche?
E.P. Forse, ma la condizione è che le gallerie pubbliche, i musei,
non rinuncino ad avere un ruolo centrale nel restituire al sistema
libertà e credibilità. Insomma è necessario che
le istituzioni museali siano sottratte al controllo di pochi e
ridiventino il luogo della storia. Una società priva di
istituzioni capaci di riconoscere la fonte delle idee e
dell’innovazione dei linguaggi, e di gestirne la storia, non
può né guardarsi indietro né progettare il
futuro. Per questo l’arte italiana sta vivendo un processo di
disarticolazione, e i movimenti che l’hanno caratterizzata
perdono importanza a livello internazionale.
M.B. Si potrebbe obiettare che la storia si riscrive di continuo e la
storia dell’arte in particolare è fatta di lacune e
razionalizzazioni: le scelte più arbitrarie possono essere
giustificate a posteriori, e anche i criteri di classificazione
legati a una prospettiva storico-cronologica possono sempre essere
messi in discussione, a seconda di chi li propone. E poi –
molti sostengono – nell’arte ci sono anche individualità
isolate, irriducibili a qualsiasi definizione.
E.P. Proprio questa accentuazione del valore individuale viene usata
sempre più spesso per prendere le distanze da una prospettiva
storica, guardando all’artista come a un creatore di poetiche
che non richiedono spiegazioni. Ma al di fuori di una prospettiva
storica l’arte si trasforma in una competizione brutale, in cui
il valore delle idee e delle proposte culturali conta meno della loro
visibilità nel contesto globale dell’arte. È
questa che ne sostiene il valore economico, rendendo tutto lecito e
possibile. Per questo i danni provocati dalla globalizzazione, dal
pensiero unico, dall’egemonia americana, dall’economia di
mercato applicata all’arte, devono essere in qualche modo
riparati. Il mondo dell’arte ha bisogno di un nuovo
illuminismo, che ci consenta di ricominciare a distinguere cosa è
importante e cosa non lo è. Questo non può che essere
compito dei musei, che devono riacquistare autorevolezza.
MB. Derrick de Kerckhove, a proposito del mio lavoro Museophagia, ha
scritto che internet e i nuovi media non potranno sostituire i musei
nel confermare e sostenere i valori dell’arte. Alcuni dei musei
che stanno nascendo in Europa dimostrano del resto una grande
vitalità, creando in alcuni casi (come il Guggenheim di
Bilbao) nuove tendenze: un indotto economico, flussi di denaro
pubblico a sostegno del turismo dell’arte, interesse degli
organi di informazione.
E.P. Internet non sembra in grado di promuovere una storia alternativa,
capace di aggiungere proposte e modificare le linee di tendenza
tracciate dai musei. Può registrare più percorsi e
funzionare come mezzo di consultazione e diffusione delle idee, ma
non serve alla valorizzazione delle opere: non seleziona e non dà
statuto. I contenitori della storia continuano a essere i libri e i
musei. In quanto al turismo dell’arte e all’interesse dei
media, penso che la comunicazione favorisca l’arte, ma tenda a
cambiarla. La spinge verso la spettacolarizzazione e lo stupore
gratuito, anteponendo l’audience alla conoscenza. In alcuni di
questi nuovi musei perfino i progetti architettonici hanno finito per
muoversi su questa linea: sembra che l’Europa sappia rispondere
agli Stati Uniti solo con l’architettura dei musei, ben sapendo
di non essere stata in grado di farlo sostenendo la storia e i valori
della propria arte. Tutto questo mi sembra coerente con ciò
che Zygmunt Bauman ha definito "modernità liquida":
un mondo fragile che ha sciolto i suoi legami col passato, nel
quale c’è posto solo per un’arte slegata dai
linguaggi della storia. Questo accentua l’insicurezza in chi si
occupa di arte e demotiva il collezionismo più attento.
2. Avanguardie e collezionismo
M.B. È ormai un giudizio comune che le opere che hai raccolto dagli
anni Settanta possono competere, per vastità e importanza, con
quelle di un museo. Ma poi negli anni Ottanta il tuo interesse è
venuto meno. Cosa ti ha allontanato in quegli anni dal collezionismo:
il ritorno alla pittura, il neoespressionismo, le difficoltà
che hai descritto?
E.P. Gli anni Ottanta sono stati il decennio del grande vuoto, scarsamente
riempito dal movimento dei Nuovi Selvaggi in Germania e
dalla Transavanguardia italiana, che non sembravano andare oltre il
recupero di certi valori legati alla memoria e le esigenze di un
mercato alla ricerca di immagini seducenti. In quegli anni ho
preferito seguire in America il movimento del Graffitismo, che è
stato dirompente e di forte impatto visivo. In generale gli anni
Ottanta sono stati caratterizzati da un crescente disinteresse per
l’evoluzione del linguaggio artistico e per l’importanza
della sua cronologia, che la modernità aveva continuamente
difeso come una necessità dell’arte nella costruzione
della sua storia.
M.B. Fai parte di quella generazione di collezionisti e critici che
cercano di definire la storia dell’arte in maniera solida,
sistematica, come nella tradizione francese. Ma un eccesso di ordine
e di classificazioni non finisce per semplificare troppo le cose, per
mettere all’arte un vestito troppo stretto?
E.P. Il futuro nell'arte appartiene ai paesi che sapranno articolare
la propria storia costruendo sistemi di valore duraturi, al di là
dei fenomeni transitori prodotti dall’attuale cultura della
sopravvivenza. Per questo amo la Francia più dell’Italia.
In Francia trovo più rigore, attenzione alla storia e una
diffusa partecipazione al dibattito culturale. C’è nel
sistema dell’arte francese una maggiore attitudine alla
democrazia, sostenuta anche da una rete di musei e di centri d’arte
contemporanea che permettono agli artisti francesi di difendere con
forza i propri linguaggi e la propria storia.
M.B. "Passions de France", la mostra che hai curato nel 1999
al Centre Culturel Français di Torino e all'Ambasciata
francese a Roma, con opere che hai raccolto nei primi anni Settanta,
dimostra che il tuo interesse per la storia dell’arte francese
è di lunga data. Parliamo allora del tuo modo di guardare alla
storia dell’arte. Un filo conduttore è stata la tua
formazione scientifica, che ti ha portato a mettere in relazione la
storia dell’arte – in particolare le ricerche scaturite
negli anni Sessanta e Settanta – con l’evoluzione delle
teorie scientifiche e soprattutto con la fisica quantistica.
E.P. I grandi movimenti degli anni Sessanta e Settanta – Fluxus,
minimal art, arte concettuale, arte povera, land art, body art –
sono tutti in qualche modo riconducibili al sapere quantistico.
Quando ho cominciato ad appassionarmi a fluxus, nel 1970, mi sono
reso conto che mancava una visione ampia di questo movimento, una
teoria. Si parlava di filosofia zen e di John Cage, ma a me sembrava
che fluxus andasse oltre. Avevo vissuto a lungo a Firenze, dove la
relazione tra gli studi di Tolomeo (i suoi reticoli di meridiani e
paralleli) e l’arte rinascimentale si poteva toccare con mano,
e mi sembrava che la stessa profonda influenza tra scienza e arte si
stesse verificando nel xx secolo. Convinzione che fu poi rafforzata
scoprendo a Firenze l’Associazione musica contemporanea,
fondata dal musicista Pietro Grossi, diretta dal fisico Giuliano
Toraldo di Francia e frequentata da Sylvano Bussotti e Giuseppe
Chiari. Così mi sono reso conto che fluxus si legava a
un’epistemologia. Mi sono messo a studiare il rapporto tra arte
e fisica, l’influenza delle geometrie non-euclidee, della
teoria della relatività e della teoria dei quanti, fino ai
lavori di Prigogine sulla dissipazione. Sin dalle avanguardie
storiche l’arte correva in parallelo a questi sviluppi,
respirando il nuovo clima che la fisica andava costruendo: la
simultaneità di visioni del cubismo ottenuta smontando la
volumetria degli oggetti; lo spazio che nel futurismo diventa
elemento attivo messo in movimento dai corpi che lo attraversano; poi
le conseguenze ancora più profonde registrate nell'area
dadaista.
M.B. Tuttavia non sorprende che ci siano tematiche, pensieri, visioni che
caratterizzano certi periodi storici e attraversano tutte le
discipline. Le teorie contraddittorie emerse nella fisica – il
dualismo della teoria ondulatoria e corpuscolare della luce, la
fisica dell’elettrone, il continuum einsteiniano – in
fondo sono le stesse teorie contraddittorie che si trovano nella
riflessione filosofica, nella contrapposizione tra soggetto e
oggetto, che ha ugualmente dominato la cultura del XX secolo.
E.P. Certo, ma qui siamo messi di fronte alla rappresentazione del mondo
fisico. Rendersi conto per la prima volta di non poter dire dove
finisce un oggetto appoggiato sul pavimento perché si tratta
in entrambi i casi (oggetto e pavimento) di energia, di materia fatta
di atomi, ha cambiato molte cose. Con la teoria dei quanti poi si
arriva al superamento della distinzione tra la materia, insieme di
entità discrete nello spazio e nel tempo, e la radiazione,
fenomeno continuo e ondulatorio. Con Heisenberg si dissolve il
meccanismo di causa-effetto che aveva retto nella fisica classica la
possibilità di osservazione obiettiva del reale. I concetti di
materia e antimateria, particella e antiparticella, aprono poi il
campo di indagine legato alla dimensione del negativo. Tutto questo
prepara per l’arte nuovi orizzonti e sconfinamenti.
M.B. La tua riflessione non si è limitata alle avanguardie
storiche. Nel libro La macchina quantica e la Seconda Avanguardia
(Studio Oggetto, Milano 1989) hai sostenuto che il principio di
indeterminazione di Heisenberg ha creato le condizioni
epistemologiche necessarie al lavoro di John Cage e ha consentito che
nell’arte emergessero le problematiche di Happening &
Fluxus. Questo è interessante e vorrei ripercorrerne alcune
tappe partendo dalle tue scelte di collezionista. Riesco a
immaginarti mentre (vent’anni fa) ti sposti da una galleria
all’altra di Manhattan pensando al principio di
indeterminazione! Dunque, tutto (e anche la tua raccolta) comincia da
Marcel Duchamp...
E.P. Sì, all’inizio del secolo, oltre alla teoria della
relatività, gli studi di Rutherford sull’atomo avevano
messo in discussione la sostanzialità della materia: era la
premessa per immaginare il vuoto della materia, la sua dissoluzione
in un gioco di forze elettriche. E in questo contesto accadeva
improvvisamente che Marcel Duchamp esponesse in un luogo deputato
all’arte la sua ruota di bicicletta...
M.B. Cambiando il modo di pensare l'arte, come ormai si legge
dappertutto: i ready-made trascinano l'arte oltre il contenuto.
È come se Duchamp avesse detto che il medium è il
messaggio cinquant'anni prima di McLuhan: l'ha scritto
Anne Cauquelin nel suo libro sull'arte contemporanea.
E.P. Ma c’è dell’altro nel ready-made. È la
casualità che dalla ricerca scientifica irrompe nella storia
dell’arte, intesa come indifferenza visiva e attitudine alla
libertà, diventando premessa di tutto il lavoro della Seconda
Avanguardia, dalla metà degli anni Cinquanta, quando gli
allievi di Cage iniziano la loro attività con i primi
happenings ed events.
M.B. Dunque gli artisti che ti hanno interessato di più, anche come
collezionista, sono quelli il cui lavoro è più
facilmente riconducibile a queste teorie. All’interno di
Happening & Fluxus: Allan Kaprow, Nam June Paik, George Brecht,
Robert Fillou, Ben Vautier, Giuseppe Chiari, Ben Patterson... Tra i
minimalisti, Sol Lewitt e Donald Judd. Tra gli artisti concettuali,
Bernar Venet, Joseph Kosuth, Art & Language. Nell’arte
povera, Pistoletto, Giovanni Anselmo, Kounellis, Pennone...
E.P. E poi naturalmente John Cage e Ad Reinhardt, la cui ricerca occupava
una posizione cruciale rispetto a Happening & Fluxus nel primo
caso e alla minimal art e all’arte concettuale nel secondo. Non
vedo come il lavoro di John Cage avrebbe potuto manifestarsi senza il
principio di indeterminazione (e poi, dalla fine degli anni Quaranta,
senza la scoperta dell’instabilità delle particelle
elementari, le strutture del non equilibrio, il Big Bang) di cui
sembra trarre tutte le conseguenze. Cage introduce nel contesto
musicale e artistico le nuove categorie della probabilità e
dell’indeterminazione. Il suo lavoro diventa, attraverso la
nozione di caso come equivalenza di possibilità, la base della
Seconda Avanguardia. Considero il movimento di Happening &
Fluxus, di cui Cage è stato la matrice fondamentale, l’area
di ricerca in cui il sapere quantistico ha trovato l’humus
ideale per attuare la propria presa diretta sulla realtà.
M.B. Mentre Ad Reinhardt con i suoi quadri neri anticipava alcuni aspetti
del minimalismo e dell’arte concettuale. Hai scritto che i
quadri neri, che Reinhardt ha ripetuto fino alla fine, rappresentano
il raggiungimento nell’arte di una nuova dimensione legata al
vuoto quantico.
E.P. I quadri neri di Ad Reinhardt derivano da un processo di riduzione,
sottrazione e sospensione di tutti gli elementi che formano un
quadro, e in questo modo aprono alla possibilità di uscita
dell’arte dal quadro stesso, dando inizio alla grande
rivoluzione linguistica che prenderà corpo qualche anno più
tardi. È sempre più evidente che la sua opera
rappresenta la tensione dell’arte verso una ridefinizione di se
stessa, un momento catartico dell’arte, reso necessario e
possibile dall’avvento del nuovo sapere, spinto oltre il limite
della non percettibilità e della immersione nel nero.
M.B. Anche dell’arte povera hai scritto che non può essere
compresa prescindendo dal clima culturale prodotto dall’esplorazione
del mondo subatomico, che ha rivelato la natura dinamica della
materia. Questa prospettiva tuttavia potrebbe difficilmente essere
estesa fino agli sviluppi recenti. Adottando il tuo approccio si
potrebbe dire che la fisica è stata la scienza di riferimento
fino a venti anni fa, ma poi l’interesse si è spostato
anche su cose diverse: i sistemi complessi, le leggi di evoluzione
non lineari, la biologia… Nell’arte penso in particolare
all’uso delle tecnologie digitali, delle reti di
telecomunicazione, dell’intelligenza artificiale; e penso alla
bioestetica. Se, come sostieni, sia la fisica che l’arte della
Seconda Avanguardia ci hanno restituito (entrambe) la
rappresentazione di un mondo ugualmente «intensificato,
semplificato e povero», le nuove tecnologie ci portano in
tutt’altra direzione: quella di una realtà
autoorganizzata, ubiqua, infinitamente ricalcolabile e replicabile.
Del resto ciò che la fisica dimostra per il microcosmo o per
il macrocosmo può cambiare il nostro immaginario ma, al
contrario delle tecnologie, non ha significato per la nostra
esistenza materiale.
E.P. Alle soglie degli anni Novanta questi sviluppi hanno ridisegnato il
sapere all’interno di un nuovo paradigma, che include la
complessità, la non linearità e la dissipazione.
L’indeterminatezza, che aveva segnato i campi del sapere entro
i quali gravitavano i movimenti artistici degli anni Sessanta e
Settanta, viene superata da una nuova visione del mondo e da nuove
categorie. Gli artisti delle nuove tecnologie danno corpo a tutto
questo spostando la ricerca su un confine più avanzato. Ma ci
sono anche altri artisti, oltre a quelli tecnologici, che collocherei
vicino a quest’area di ricerca. Uno tra tutti è Max
Neuhaus.
M.B. Te ne sei occupato sia come collezionista che come curatore, con la
mostra “Utopia del Possibile”, nel 1993. I suoi
esperimenti con lo “spazio-suono” hanno cercato di
spostare la percezione dello spazio dal livello visivo a quello
uditivo, attraverso fonti sonore che ne ridefiniscono le
caratteristiche: ascoltare lo spazio invece che guardarlo.
E.P. Può anche ricordare alcune forme di ibridazione tecnologica e
sensoriale sperimentate in modo più sistematico con le nuove
tecnologie, che considero oggi un movimento centrale, nonostante
stiano ancora pagando un'insufficiente distinzione dalla
multimedialità. Penso che voi artisti tecnologici siate molto
diversi dagli artisti multimediali, e mi sembra che il vostro lavoro
apra una direzione di ricerca con grandi potenzialità. Le tue
macchine programmate per produrre flussi inesauribili di immagini e
poi lasciate funzionare all'infinito esemplificano bene
quest'area: gli algoritmi usati per programmarle sono come un
DNA in grado di produrre risultati incontrollabili.
Genova, ottobre 2004.
(una versione pił ampia della conversazione e' in Maurizio
Bolognini, Postdigitale, Carocci, Roma 2008)
|
Enrico Pedrini

Sol LeWitt, Open Cube, 1973

Donald Judd, Untitled, 1969

Donald Judd, Untitled, 1970

Maurizio Bolognini, Untitled (macchine programmate),
1992-2003

Janis Kounellis, Untitled, 1960

Ben Vautier, Tout est art. Tout est marchandise,
2002

Giuseppe Chiari, Gesti sul piano, 1962

Nam June Paik, Three Media, 1974

Marcel Duchamp, The Clock in Profile, 1964

Bernar Venet, Untitled, 1996
|