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- Workshop a
Dakar, Collectif de designers di
Domenico Scudero
DAK'ART 2004:
- Gent! - L'installazione
dei bambini di strada Man Keneen Ki
- Il Palais de Justice
- La sede centrale al CICES
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REGIONES
Dak'Art 2004
L'atelier dei sogni africani di
Domenico Scudero
Un insolito vento gelido atlantico ha avvolto la vernice inaugurale
della Biennale d'Arte Contemporanea Africana di Dakar 2004.
Una città ignara ha assistito al solito andirivieni di critici
e artisti provenienti da ogni parte del mondo per consacrare
definitivamente l'indipendenza estetica di un continente avvolto
dalle tenebre della povertà ma orgogliosamente proiettato verso
il futuro. Sulle strade e nei quartieri il trambusto frenetico
indifferente al via vai di inaugurazioni e serate di gala ha
fornito un corollario di eventi degno di un romanzo noir. Una
atmosfera prerivoluzionaria, giacobina, avvolge le serate africane;
sulle miriadi di griglie accese dal mattino e sui fumi acri
di questa povertà atavica sembra essersi posata una sottile
e certa agitazione che parla sì di miseria ma di una nuova possibile
identità. I luoghi della cultura qui a Dakar sono come pulsanti
di una energia propositiva e di un nuovo modo di fare arte che
forse anticipa tempi e luoghi drastici e terribili. Visto da
qui il Vecchio Continente e la sua filiazione americana appaiono
come sgangherati carrozzoni aristocratici, una Versailles destinata
a perire nel breve affondo di una umanità disperata d'orgoglio
e fede. Sulle strade si contano i polverosi resti dei morti
di malaria che nessuno si occupa di compatire e nascondere e
bambini dannati dalla religione trascinano le loro vite, nello
sgomento del turista, in un assoluto abbandono.
Dakar è una città cangiante e la Biennale ne rispecchia prospettive
e defaillances. Prospettive improvvise segnano i confini e gli
orizzonti: qui adesso lo sguardo abbraccia un paesaggio patinato
di palmizi e costruzioni pseudomoderne, ma alle tue spalle la
miseria e le baracche dei derelitti fumano i loro ristori improvvisati.
Una città che ti fissa indifferente e ti allunga la mano per
chiedere aiuto e soldi che non servono a dare sollievo.
Un impianto di polizia che osserva torvo lo svolgersi quotidiano
della vita e capannelli di gente, accattoni e ladruncoli di
vario genere, non appena freni il passo fra una mostra e l'altra.
Qui a Dakar la salvezza ha il colore bicromo giallo nero dei
taxi rappezzati e malmessi. In qualsiasi occasione, anche nel
baratro più nero di miseria e di pericolo basta sollevare il
braccio in segno d'aiuto ed un taxi traballante risalente agli
anni Settanta si ferma al tuo fianco. Dakar in questo non ha
nulla da invidiare a New York tranne le tariffe che sono davvero
stracciate per questo bene, questo rifugio. Qui il tassista
è amico, confidente, guida, tiranno. Conosce gli interstizi
della bidonville e i portieri d'albergo. Sa dove trovare l'anello
tribale dei Nar e la migliore stoffa Batik nel quartiere popoloso
di Medina, individua alla lontana il pericolo ordinandoti di
chiudere i finestrini in fretta. Come a New York anche qui il
tassista è l'ultimo della scala sociale prima del vagabondo
e del clochard; è l'ultimo arrivato in città e ha voglia di
mettersi alla pari. A volte annaspa saltellando sul suo taxi
giallo nero e indovini che è la sua prima volta con un veicolo
in affitto, ma impara in fretta. A mucchi li vedi schiacciati
in tamponamenti furiosi contro autobus senza vetri e dipinti
a mano e su cui una folla variopinta si aggrappa salendo in
corsa. I pedoni in questo enorme caos non hanno alcuna cittadinanza
ma si fanno avanti come in una giungla e con machete immaginari.
Scansare il taxi è uno sport nazionale a Dakar, un misto Corrida
e Rally con curvoni da formula 1. Riuscire ad attraversare l'autostrada
a piedi è una delle specialità dei nativi che corrono speranzosi
del futuro e di non scivolare sulla sabbia gialla che invade
l'asfalto. Il tassista non fa nemmeno cenno di rallentare, il
gioco è fatto per essere giocato sino in fondo. Chi perde rimane
ai margini.
Da quando è scomparso il padre della patria senegalese, Leopold
Sedar Senghor, al quale qui tutto è dedicato, il paese non ha
saputo ritrovare la sua identità aristocratica. Di questa sono
rimasti i segni nelle costruzioni rappresentative, come il Palazzo
di Giustizia, immediatamente abbandonato al saccheggio e adesso
sede di una parte della Biennale globalizzata e che con il suo
pudore bene in vista espone prima di ogni arte il suo bagaglio
di rottami - persino una 2 Cavalli Citröen ed una Giulietta
Alfa Romeo abbandonate - all'interno dei giardini che si suppone
fossero, un tempo non molto addietro, curati e sofisticati.
Tutto qui ha il sapore naturale della vita e della morte e la
Biennale ne respira i miasmi ed i colori. Sulle strade centinaia
di bandierine segnalano con "Off" la sigla per avvertire dell'esistenza
di una sede espositiva distaccata, ma nessuno fra la gente comune
ne ha colto il significato. Quello che una volta era il quartiere
dell'arte sulla Corniche - la circonvallazione che corre accanto
all'Oceano Atlantico - è stato man mano trasformato in quartiere
degli artigiani, dove molti sono i giovani al lavoro ma dove
sono scomparsi gli artisti. Sarà che la separazione fra arte
e artigianato qui non ha molto valore e se andiamo a indagare
in fondo forse c'è più cultura tradizionale in questo tramandarsi
le forme delle cornici che non nei colori dei dipinti dati in
pasto ai turisti, in quel Montmartre espanso che in Senegal
ha resistito alla decadenza del dopo Senghor. I piani di sviluppo
del grande poeta africano in realtà sono stati approntati quasi
alla lettera ma lo sguardo non è lo stesso. Così la Biennale
nata sulla spinta delle sollecitazioni politiche è ritornata
ad essere, con il rimpianto degli intellettuali qui presenti
e contriti, un programma di propaganda politica. Non ci sono
alternative. La natura, che qui è violenta, consuma in fretta
ogni architettura e con questa anche ogni pianificazione, riducendo
in fretta colonne e piani pavimentati in polverose rovine. Dakar
ha una sua fotogenia specchio palese della fotogenia della popolazione.
Allora vedi il volto elegante di queste folle intente a marciare
verso qualcosa di indefinito. Vedi le donne d'una eleganza abbagliante,
simili e fotomodelle travestite da cenciose accattone e uomini
alti e sorridenti che solo per uno sbaglio crudele del destino
stanno lì a chiederti impunemente e con insistenza di offrirgli
qualcosa, qualunque cosa. Noi Toubab (uomini bianchi) intrappolati
nel salvifico taxi bicromo non possiamo che fissare estasiati
la confusione non solo apparente dei mercati e del passeggio
senza fine di queste genti che sembrano non aver mai bisogno
di fermarsi e che puntano diritti ad una meta a noi irraggiungibile.
Qui il problema della razza si trasforma. O meglio ci si sente
estranei per difetto a questa razza bella e splendida ed il
colore della pelle svanisce sotto il sole, come i tratti fisionomici,
ammorbiditi dal taglio piatto del sole enorme dei tropici. Il
Toubab - come viene chiamato qui l'uomo di pelle bianca, l'europeo,
l'americano - vive una vita separata inseguendo una normalità
europeizzata alla lunga impossibile da mantenere. Allora li
individui i Pied Noir, a bordo dei loro transatlantici a quattro
ruote motrici e con aria condizionata, cinture di sicurezza
ben salde e air-bag pronti ad esplodere, e comprendi che qui
la differenza sta nell'eleganza che noi abbiamo perso in funzione
di oggetti, e da cui il termine dispregiativo di Toubab. I residenti
bianchi hanno imparato a trattare con brutalità l'attacco foriero
di richieste a cui il dakarese autentico risponde con una scrollata
di spalle ed una smorfia di disprezzo.
La religione separa anche i ristoranti, di qua gli europei con
le loro sedie in vimini ed esposti come in un acquario difeso
da guardie giurate, di là i nativi en plain air nei ristori
all'aperto, poche travi malmesse sulle strade dove sorseggiare
un tè o la pietanza nazionale, riso con pesce vario.
Nei mercati che corrono sulle strade pericolose del porto puoi
trovare merci di ogni tipo ed anche quelle droghe proibite proprio
alla luce del sole, che è un sole spietato e vicino alla fronte.
Qui è meglio non rallentare il passo e trattenere con forza
i propri beni. Ancora meglio è evitare di fissare qualcuno negli
occhi mentre scatti una foto, per evitare il linciaggio. Chi
si ferma è perduto: devi fingere di correre verso uno stesso
identico scopo quale quello dei locali, che è s'intende, di
sopravvivere un altro giorno. Altrimenti, per evitare conflitti
interrazziali e culturali puoi sempre alzare un braccio, che
è un segno di sconfitta comunque, e lasciare che il primo taxi
si affianchi per salirci sopra e respirare la salvezza. Ma c'è
chi dice di saperne un'altra: Fabio, milanese di Dakar, artista
architetto nell'unico studio di progettazione italiano ci racconta
di come farla franca anche ai furti. Basta urlare "voleur!"
"voleur!" e vedere la gente come svegliarsi dal torpore per
inseguire colui che corre, anche se inconsciamente, o per sbaglio.
Chi corre a Dakar è finito. Lo accerchiano, lo strappano, lo
bastonano, perché chi corre ha rubato e vuole nascondersi e
qui rubare è un reato che si punisce con violenza e si reprime
con le sirene di camionette che ti ingoiano sembra a lungo nei
tuguri delle prigioni da cui si emerge, quando va bene, zoppi
e vecchi per sempre. E li vedi quelli che hanno sbagliato, su
stampelle di legno trascinarsi nei mercati guardati a vista
come un male di cui fare ammenda ai bambini. |

Christian Lattier, La grande famille,
Dakar, Galeria national d'art contemporaine



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Gent! - L'installazione
dei bambini di strada di Man Kennen Ki
I bambini qui a Dakar hanno occhi felici e sembrano vivere vite
indipendenti. A loro è vietato parlare ai Toubab, perché nemici
del Senegal. Ma ci sono quelli abbandonati e fanno pena anche
solo a vederli da lontano. Sono i "bambini di strada", vivono
come animali nel disinteresse di tutti e di tutto. Non hanno
famiglia e nessuno ha pietà di loro perché sono figli e figlie
di un qualche male impossibile da perdonare. Sono bambini dannati.
Per la maggior parte maschi, e quando di sesso femminile irriconoscibili
dagli altri, hanno vite brevi e sono drogati da colle e solventi.
Pelli piagate, seminudi dormono a gruppi per strada senza cognizione
del tempo e della vita, nutrendosi dei resti dei resti e senza
nemmeno la quiete del sonno. A costoro la Biennale ha dedicato
la parte più bella e commovente della mostra.
Una installazione dal titolo Gent! (Sognare!) realizzata dall'associazione
Man-Keneen-Ki, casa scuola dei bambini di strada di Dakar; è
un'opera collettiva che si guarda con le lacrime agli occhi,
azione di alta poesia ed installazione realmente collettiva
di impianto sociale. Chi abbia frequentato l'arte degli anni
Novanta non può fare a meno di segnalare la similitudine e l'estrema
differenza di questa azione collettiva dalle similari imprese
collettive realizzate con l'arte contemporanea. Qui è tutto
vero. Veri sono i bambini di strada e senza niente che hanno
lavorato laboriosamente per la realizzazione di questo padiglione
indipendente; autentiche sono le urgenze maturate nel lavoro
e reali sono le conseguenze.
La nostra guida, un ex ragazzo di strada miracolosamente salvato
dalle grinfie mortali del destino, con un francese lento, dopo
averci accordato il permesso di fotografare in silenzio ha lasciato
che osservassimo il suo passaporto, la sua vittoria con la vita
grazie all'arte. Avere un nome ed una identità non è roba da
poco, ci ha detto, è la mia grande conquista. Un'opera che coniuga
alta tecnologia delle video installazioni con la performance
musicale in presa diretta continua - un vero pianista bloccato
sul piano per tutto il giorno suona la sua musica concreta leggendola
da uno spartito - e la natura umana dei bambini qui esposti
a turno su un letto costruito sopra un lenzuolo di foglie secche
cucite a mano su tappeti di coperte militari. Bambini che forse
per la prima volta hanno potuto sognare sotto lo sguardo commosso
del pubblico un loro primo sogno di quiete, sottratti allo sfascio
della megalopoli crudele che li calpesta e li uccide senza pietà.
Bambini talmente veri - e le longilinee tombe raccontano dei
loro stenti - da sembrare statue immobili sotto i riflettori
dell'arte.
La Biennale di Dakar è tutta in questa installazione, nella
sua richiesta di umanità e di giustizia che non si riesce a
far vivere.
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Alcune immagini dell'allestimento di Gent!




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Il Palais de Justice
Molto distante comunque dall'arroganza della global-art che
qui ha suo malgrado un nome ed un cognome: Hans Ulrich Obrist.
Davvero magra figura per questo curatore che qui scorazza con
auto bianca immacolata come un regale fumetto e con autista
in tiro, una sorta di rappresentante del nuovo colonialismo
culturale che si è espresso nella parte video con una installazione
presso l'abbandonato Palazzo di Giustizia. Cosa significa allora
in una situazione quale quella di Dakar il passaggio "mitico"
del grande curatore europeo che non vuole sporcare la suola
delle sue scarpe nella città africana? Quali interessi mantiene
in vita la sua selezione di video già visti e rivisti e solo
incentrati sulla pelle nera degli autori o dei soggetti? Per
quanto ci riguarda preferiamo pensare che la sua presenza garantisca
un equilibrio di inviti e di partecipazioni africane alle numerose
mostre che già si accennano per il prossimo futuro, ma qui l'èlite
della cultura africana, che è come sempre in paesi di sottosviluppo
èlite di grandi valori e di enormi distanze dalle masse, ha
incassato con ironia questa Biennale che dicono nata da un uso
smisurato di potere politico e senza reali connessioni con la
realtà specifica di questo continente. La sua ricchezza la si
vede nella sezione dedicata al Design. Qui la rabbia dell'Africa
si misura nella sua voglia di riscatto ancestrale, nella riproposizione
di oggetti quotidiani concepiti nel solco della sacralità delle
forme primitive e che stranamente hanno una forte assonanza
con l'origine modernista del minimalismo occidentale. Ma se
i designers occidentali si scervellano per trovare la forma
esatta di una maniglia i creativi africani hanno le idee molto
chiare e decise: fanno un buco al suo posto per infilarci un
dito ed il gioco è fatto.
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La sezione principale al CICES
La sede centrale della Biennale è al CICES, un complicato edificio
costruito recentemente ed adibito alle funzioni di rappresentanza
dello stato, e neanche a dirlo, già quasi abbandonato. E' una
costruzione razionalista che rielabora l'idea della tenda africana
realizzando un vastissimo agglomerato di locali molto ventilati
e freschi: qui le partecipazioni nazionali sottolineano l'evidenza
dell'alta tecnologia nell'installazione, in particolare nelle
presenze egiziane e sudafricane con la partecipazione di nomi
noti internazionalmente. Ma quello che colpisce è l'impossibilità
di ridisegnare per questi lavori un contesto adeguato, una installazione
che possa essere realmente contenitore. A sole dodici ore dall'inaugurazione
le strumentazione tecnologiche erano quasi del tutto spente
e nessuno che sapesse cosa fare. Mancando quadri e sculture
la Biennale sembrava così dormire lo stesso riposo dei tecnici
sorpresi dai pochi visitatori sulla moquette sgualcita e malamente
posata, lo sguardo fisso altrove, stesi supini nella quiete.
In fondo, ci siamo detti, un evento carico di simpatia perché
Dakar è questo; uno spazio in cui è davvero difficile poter
sognare e riuscire a farlo, anche a spese della Biennale, vale
più di una istallazione tecnologica da esibire al pubblico.
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Il CICES, sede
centrale della Biennale di Dakar




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