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N°5/2004
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Tania Bruguera

"Autobiografia"

"Con Todos y para el bien de todos".
Tania Bruguera Vs Cuba in un incontro durante la Biennale dell'Avana
di Lucrezia Cippitelli


Lucrezia Cippitelli
Vorrei innanzitutto che ci parlassi di Autobiografia, il lavoro che hai presentato alla biennale e che e' esposto al Palacio de Bellas Artes.
Tania Bruguera Autobiografia, come anche i lavori che ho realizzato negli anni precedenti,e' fortemente caratterizzata da un interesse politico: analizza il potere e le sue modalita' di manifestarsi all'interno della societa'. Dimostro che la strategia del potere si e' inserita nell'ambito sensoriale, sensuale ed emotivo della nostra vita quotidiana. Metto in evidenza come la strategia politica si e' mano a mano impadronita delle modalita' comunicative che sono proprie della pubblicita': cosa che, devo dire, succede ormai in tutto il mondo, non solo a Cuba.
Il titolo che ho scelto e' volutamente ironico e cinico perche' ci si potrebbe immaginare un lavoro incentrato su questioni emozionali personali. Invece non c'e' nulla che ricorda la sfera del personale: quando l'osservatore entra nella sala dell'installazione si trova davanti a una parete bianca e vuota ed e' immerso nel suono di due enormi altoparlanti che diffondono a ritmo battente gli slogan della rivoluzione. Per me la biografia personale di ciascun cubano e' strettamente connessa con la biografia culturale e storica di questo Paese. Non esiste niente di puramente personale: tutto si mescola.
Proseguendo il suo percorso, lo spettatore vede un palco vuoto ed un microfono nel suo centro: salito, sarebbe tentato di parlare in questo microfono, ma non appena poggia un piede sul palco si accorge che le pulsazioni degli slogan diffusi dagli altoparlanti si impadroniscono del suo corpo perche' pulsano attraverso le tavole di legno del pavimento. L'osservatore si trova fisicamente coinvolto da questo fiume di parole, ne sente le vibrazioni, si accorge che diventano parte di lui. Vorrei far capire quanto la situazione che stiamo vivendo in questi anni Cuba sia complessa: non e' tutto bianco o nero, non si puo' affermare con certezza cosa sia il bene e cosa sia il male. Viviamo un periodo di forti sentimenti contrastanti e di emotivita' legati alla rivoluzione ed alla vita politica del Paese.
L.C. Intendi dire che volenti o nolenti voi cubani vi sentite comunque coinvolti?
T.B. Si, ma anche che qui le cose non coincidono con la loro apparenza. Nell'installazione, se lo spettatore decide di parlare nel microfono, si accorge che la sua voce non e' amplificata da nessuna parte, ma continua a sentire solo quegli slogan che rimbombano.
Superficialmente tutti in questo Paese sono coinvolti dalla vita politica; si crede nella possibilita' di partecipazione. Di fatto nessuno ha voce in capitolo all'interno di questa struttura sociale.
L.C. E' un lavoro molto complesso quindi. Fatto che stride con l'apparenza assolutamente "pop" dell'installazione. Gli slogan che sono diffusi dai due amplificatori sono accompagnati da una base techno battente, sono ripetuti e remixati.
T.B. Si, e' frutto di una collaborazione con un gruppo di giovani artisti che lavorano con le nuove tecnologie e che mi hanno aiutata. Insieme ci chiamiamo Las Chancletas vanguardistas ("Le ciabbattine avanguardiste", n.d.r.)... L.C. L'installazione potrebbe essere percepita come un momento ludico. Mi ha fatto pensare anche a una presa in giro del sistema di appropriazione culturale operato sistematicamente dai media commerciali, che riescono a inglobare tutto, anche i fenomeni culturali periferici o "di margine", e una volta digeriti e normalizzati li rimettono in circolazione patinati e ormai inoffensivi... T.B. In effetti ho progettato tre versioni per questo lavoro. Quella per la biennale, una per il PS1 di New York, maggiormente incentrata sulla visione che i Paesi stranieri hanno di Cuba, esageratamente romantica o esageratamente drammatica, ed una techno, pensata proprio per ballare. Se la storia si presenta la prima volta come un dramma, le volte successive prende l'aspetto di una farsa, di un evento scherzoso. Se la politica si presenta come qualcosa di ostile, bisogna imparare a prenderla come una presa in giro, vederne il lato surreale, accettarla come una pachanga (letteralmente "festicciola",e' un termine propriamente cubano derivato dal nome di una danza tipica di origine africana n.d.r.).
L.C. Direi che quest'attitudine fa pienamente parte del vostro spirito. T.B. E nello stesso tempo fa capire come le giovani generazioni percepiscono queste cose: meno drammaticamente, con uno spirito intenso ma piu' leggero. L.C. Qual'e' il tuo rapporto con Cuba? Come vivi il tuo operare all'interno di questa societa'?
T.B. Cuba e' il mio Paese, dove sono nata, cresciuta e mi sono formata. Ho tutti gli elementi per capirne a fondo la realta' sociale e per coinvolgerla nel mio lavoro. Non mi succede la stessa cosa negli altri Paesi, dove pure ho lavorato, e mi e' piaciuto, e dove pero' ho realizzato dei lavori molto meno complessi. Lavoro bene qui e fino ad ora non e' mai successo nulla che me lo abbia impedito. Quello che temo e' il mio rapporto con l'esterno. Ora che sono entrata nel giro internazionale dell'arte e che ho superato quella che molti potrebbero definire una tappa importante, ho il terrore di essere osservata dall'esterno come un fenomeno esotico. Il pericolo di essere considerata parte di una realta' locale e per questo diversa ed interessante solo in virtu' della mia esoticita' e'sempre presente...
Credo che per sfuggire a questo meccanismo l'artista dovrebbe cercare di fare la sua ricerca focalizzandosi sul punto di vista umano. In questo modo pi difficile diventare un fenomeno esotico.
L.C. Mi puoi parlare dell'ingerenza della censura, se esiste, nel lavoro degli artisti cubani?
T.B. Certamente qui esiste la censura. E le sue pratiche sono diventate sempre piu' sofisticate e sottili. Un aspetto costitutivo della cultura cubana e' la metaforizzazione della realta', la volonta' di trasporre eventi e cose in un momento esemplare. Nel bene e nel male. Qui le vecchie prigioni vengono trasformate in ospedali pubblici per il popolo, o in scuole pubbliche per educare i bambini. Sono gesti compiuti proprio perche' siamo perfettamente padroni dei meccanismi di trascendenza politica della metafora. Noi artisti siamo coscienti ed abituati a questo meccanismo, sin dagli anni Ottanta. Per questo il mio lavoro, come quello di molti altri della mia generazione, e' perennemente incentrato sulla pratica della metafora e sul suo rapporto con la censura: io lavoro con la metafora ed affronto temi politici ma cerco di confondere le acque cosi' come la censura cerca di cambiare i miei contenuti. Fino ad alcuni anni fa, non ti permettevano di fare le cose. Ora la situazione cambiata: si puo' fare tutto ma i tuoi contenuti vengono riletti e raccontati in modo diverso: la carica politica dell'opera trasfigurata. La metafora rilegge e trasforma il significato delle tue azioni. E' un metodo intelligente, ma anche un'arma a doppio taglio. In questo modo il significato del tuo lavoro puo' essere capito, ma solo fino a un certo punto.
L.C. E' una linea molto sottile in effetti. E spiega anche perfettamente come mai l'attitudine dei giovani artisti dell'Avana e' interamente orientata alle performance, alle azioni, alla mescolanza ed allo sconfinamento di modalita' espressive e linguaggi.
T.B. E' un modo per aggirare il controllo. Credo poi che gli artisti debbano essere naturalmente sovversivi. Sempre. Nella forma e nei contenuti.
L.C. Qual e' il panorama artistico cubano di oggi?
T.B. Credo che stiamo vivendo un periodo molto vivo e interessante. La mia generazione, che e' cresciuta e si e' formata negli anni Novanta (il periodo especial, un periodo di crisi economica e sociale devastante per il Paese, immediatamente successivo al declino dell'Unione Sovietica e di conseguenza alla fine del suo sostegno economico all'isola, e contemporaneo all'inizio del bloqueo che ha costretto Cuba a una chiusura forzata, politica ed economica. n.d.r.) e' uscita ora da un periodo di crisi e sta assistendo alla vivacita'di molti gruppi di giovani che lavorano con modalita' assolutamente differenti. Ad esempio il gruppo Omni, che lavora nelle strade e porta avanti un progetto basato sull'aggregazione comunitaria, sulla comunicazione e sulla trasgressione delle imposizioni e del senso comune.
L.C. Hai parlato di gruppi. Ti e' mai capitato di lavorare in maniera collettiva? T.B. Si mi e' successo all'estero e anche qui a Cuba. I progetti collettivi fanno parte del Dna di noi cubani: a partire dalla rivoluzione stessa, che e' nata come progetto collettivo (Con todos y para el bien de todos con tutti e per il bene di tutti). Siamo abituati a sentirci un noi piuttosto che un io.
Ultimamente, dal gennaio 2003, ho realizzato un progetto con l'Instituto Superior de Arte (Isa, una scuola di alti studi successiva all'Accademia di Belle arti, nata nel 1961, subito dopo la rivoluzione, per formare artisti e critici di tutti i campi espressivi). E' stato creato uno spazio aperto ed orizzontale in cui artisti di tutte le discipline si sono incontrati ed hanno lavorato insieme. Abbiamo lavorato con il suono, il nostro corpo, il cinema, la poesia. Questi laboratori sono stati ospitati anche negli studi e nelle case di diversi artisti dell'Avana. E' stata un'esperienza assolutamente anti accademica e realmente formativa per tutti i partecipanti.
Noi cubani, che viviamo in un'isola, sentiamo in maniera molto forte la necessita' di aprirci, anche al mondo esterno. Voi europei siete abituati all'idea di potervi spostare, persino a piedi, di Paese in Paese. La condizione di insularita' ci pone dei limiti che sono accresciuti dalla difficolta' di comunicare e di ricevere informazioni dall'esterno; per questo abbiamo questa enorme necessita' uscire da noi stessi (anche dalla condizione individuale) per aprirci al mondo. Da sempre siamo un Paese del Terzo mondo che ragiona come un Paese del Primo mondo. Da sempre siamo un Paese di transito, la porta dell'America Latina verso l'Europa o l'America settentrionale e viceversa. Un filtro attraverso cui veicolano tra il nord ed il sud e informazioni e novita' di tutti i tipi. Noi stiamo qui intenti a sapere, conoscere ed assorbire tutti gli imput che provengono dall'esterno.
L.C. Ed e' forse per questo che fate tanta paura agli Stati Uniti?
T.B. Credo soprattutto che la paura degli abitanti dell'America del Nord (sic) sia dovuta a questo: si sono accorti che non vogliamo far parte del loro mondo e del loro modello culturale. Tutti nel mondo vogliono possedere una t-shirt prodotta negli Usa o bere la Coca Cola. Come entita' collettiva noi cubani preferiamo seguire un altro modello culturale che e' diverso, e si basa su un altro progetto di vita politica, sociale ed individuale.


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