L'introduzione di nuove
tecnologie nelle metodologie curatoriali ha aperto nuove tematiche
di cui possiamo solo intravedere alcune proiezioni a breve termine.
CRUMB
Curating New Media Art è il sito curato da Beryl
Graham
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Curating New Media Art
di Domenico
Scudero
L'intromissione di alta tecnologia nel sistema espositivo
dell'arte contemporanea ha realmente aperto nuove immediate
prospettive di cui alcune di difficile comprensione. In primo
luogo gli eventi ad alto potenziale tecnologico sono per la
loro stessa funzionalita' estremamente delicati sotto il profilo
del mantenimento. Una mostra ad alto potenziale tecnologico
implica un curatore che di queste potenzialita' abbia il completo
controllo. Si potra' ritenere che basti assumere l'aiuto di
un tecnico che possa realizzare quanto richiesto ma in realta'
bisogna comprendere che nel problema curatoriale non e' pensabile
che il responsabile non sappia capire in anticipo quali siano
gli ostacoli tecnici posti da un progetto. In primo luogo
il curatore deve poter progettare un insieme funzionalmente
realizzabile, e naturalmente puo' essere coadiuvato da interpreti
specifici i quali eseguano compiti gia' preordinati, ma non
puo' in alcun modo delegare ad altri lo schema di base del
progetto. La consapevolezza tecnologica fa si' che egli abbia
perfettamente in mano la situazione e che possa gestire anche
le difficolta' sorte nella sua realizzazione; ma e' fondamentale
che egli sappia esattamente cosa puo' essere realizzato con
gli strumenti tecnici e cosa non si potra' concretizzare.
La conoscenza anche teorica di quanto gli strumenti tecnologici
possono fare e' quindi determinante per la riuscita dei progetti
ad alto potenziale tecnologico. Proprio per questo negli ultimi
anni, e con l'avvento delle tecnologie informatiche, in particolare
delle reti - sia Internet che le reti locali -, si e' andata
definendo una nuova figura, il New media art curator.
Questo profilo e' naturalmente consapevole delle innovazioni
insite nella sua figura alla luce della storia recente della
cura critica; il curator impegnato in operazioni ad alto tasso
tecnologico tuttavia ha dalla sua una maggiore responsabilita'
allusiva alla riuscita delle operazioni e una differente maturita'
sociale.
Sono attualmente poche le istituzioni nel mondo che si occupano
di queste realizzazioni in programmi scientifici e alcune
di queste hanno valutato le possibilita' espressive dei nuovi
media e l'impatto con gli spazi del comunicare, gli spazi
dell'esposizione ed il pubblico. Uno dei problemi inerenti
la cura specifica e' quello della localizzazione dell'evento
espositivo. Se da una parte le nuove tecnologie implicano
una maggiore liberta' di movimento virtuale, di selezione
e di modalita' espositive, dall'altra parte questo genere
di esposizioni necessita di un contesto specifico per operazioni
tecnologiche. I materiali necessari sono essenzialmente e
basilarmente delicati per cui la sala espositiva, o lo spazio
prescelto, hanno la necessita' di essere attrezzati preventivamente
in modo tale che eventi naturali, quali la luce, la pioggia,
l'umidita', il vento o la polvere non arrechino danni alle
strumentazioni. E' anche vero che eventi di breve durata possono
essere realizzati in esterni ma al momento la tecnologia impone
una circospezione sulle modalita' di esposizione. In questo
senso la cura tecnologica ha gia' imposto un differente approccio
con le tematiche metodologiche sulle "location" dislocate.
La cura d'eventi ad alto tasso tecnologico impone quindi una
struttura recipiente che sia comprovata esplicitamente per
l'uso di opere ad alta tecnologia. Qui non stiamo parlando
di una realizzazione che implichi l'uso estemporaneo di alta
tecnologia, quale ad esempio le video proiezioni. In questo
caso specifico basta adeguarsi alla semplice regola per cui
le strumentazioni tecnologiche non sopportano l'umidita',
la polvere ed in genere gli elementi naturali. Ma la New media
art e' in realta' qualcosa di piu' complesso; si parla di
New media art quando si ha un massiccio uso di macchine computer,
videoproiezioni, schermi e monitor, sensori multimediali,
reti di connessioni. Tutte queste apparecchiature consentono
la realizzazione di mostre in cui i normali rapporti fra fruitore
e realizzatore sono trasformati, a volte addirittura capovolti.
Una mostra di New media art presuppone che il punto di vista
dell'osservatore sia in continua evoluzione, ma diversamente
da una installazione a basso contenuto tecnologico, lo e'
anche il punto di vista dell'autore; spesso questi due punti
di vista coincidono irrimediabilmente. La New media art vive
in questo corto circuito di osservatore/autore che nelle opere
"statiche" era invece un punto di forza per la comprensibilita'
dell'arte. Quando si parlava di intromissione del fruitore
nell'opera d'arte, o della sua partecipazione alla realizzazione,
in realta' si definiva un percorso gia' progettato dall'artista.
Nella New media art anche l' ipotesi dell'artista declina
e si svapora nei contorni piu' netti e incisivi del curatore,
che rimane l' unico vero garante delle operazioni. Come definito
nel programma di Beryl Graham [Cfr. www.crumb.org], uno dei
massimi esponenti della cura tecnologica, i confini fra opera
e artista non sono cosi' identificabili e non lo sono nemmeno
nei confronti del curatore. Questi riveste il ruolo di coordinatore
di varie congetture lasciate libere di interagire anche casualmente
fra spettatore e spettatore, fra artista autore e pubblico.
Un progetto sperimentale realizzato per la serie Laboratorio,
presso il MLAC, Click Stream Analysis , ha concretamente
delucidato cosa sia possibile fare con le nuove tecnologie.
In questo esperimento espositivo una serie di computer in
rete, collegati a banda larga e quindi con l'accesso a dati
ad alta velocita', proiettavano in "video wall" le immagini
sottratte alla rete. Un programma registrava i movimenti sui
link precedentemente formattati su una pagina web e il pubblico
tramite cursore poteva liberamente girare fra le diverse applicazioni
multimediali attive nei computer remoti della rete. La connessione
ad alta velocita' implicava l'insorgenza di immagini e suoni
di grande impatto sulle superfici e sull'ambiente espositivo
e queste erano particolarmente forti nell'amplificazione sonora
e nelle immagini ingrandite dai fasci delle videoproiezioni.
Il fruitore era l'artefice della mostra, ponendosi alla guida
della strumentazione. Poteva cosi' fabbricare un'opera relativa
ed osservarne il funzionamento. Poteva memorizzare i suoi
passaggi e rifarli successivamente e poteva indagare il comportamento
di quanti lo avevano preceduto. I link posizionati sulla pagina
d'apertura pero' non erano dei collegamenti qualsiasi, ma
puntavano su siti realizzati da noti web artisti. In un caso
si trattava di un collegamento ad un'opera acquisita dal MoMa
di New York e che poteva essere quindi vista e fruita nel
medesimo modo e nello stesso istante della sua sede ufficiale.
Ma la particolarita' non finisce qui. La mostra che coinvolgeva
una decina di artisti di fama internazionale sulla web art
e' stata realizzata senza averli mai contattati direttamente.
Si capisce quindi quali e quante siano le implicazioni socio-economiche
che la New media art implica. La dislocazione logica, l'impersonalita',
l'impalpabilita' e la responsabilita' dell'evento hanno connotazioni
fortemente differenziate.
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Una immagine in M-Multimedia, a cura di
Lorenzo Taiuti, MLAC 2003

Mathilde ter Heijne, "Mathilde, Mathilde",
2000, installazione al MLAC

Click Stream Analysis, MLAC 2001, visione
dell'installazione interattiva |