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Il diritto d'immagine:
una riflessione euristica fra authorship e spectatorship.
(1” parte)
di Augusto Pieroni
Knowledge is contagious. Spread the virus!
(Anonimo) C'est l'histoire, le parcours des images, leur transit,
et non plus leur reprsentations qui nous importe.
(Frank Perrin)
Devo raccontare una storiella che mi sembra essenziale per
iniziare il nostro itinerario: presso una universita' europea
alcuni studiosi stavano argomentando su temi variamente connessi
all'educazione e nuove tecnologie, mostrando alcune immagini
animate al computer cosi' da rendere evidente il rapporto
fra le loro metodologie e i potenziali oggetti di indagine:
visivi, astratti, nozionali, valoriali.
Una volta aperto il dibattito, la direttrice di un importante
museo locale, crucciata dall'uso disinvolto di immagini celebri,
getto' sul tappeto il proprio accorato interrogativo sull'opportunita'
o meno di utilizzare pubblicamente le immagini di quadri o
di altre proprieta' intellettuali senza aver assolto
agli obblighi previsti in merito. Lo sconcerto era palpabile,
benche' avesse diversi nomi a seconda dell'episteme
cui faceva riferimento nei diversi casi personali e nazionali:
in alcuni era evidente si chiamasse "cruccio allarmato", in
altri "fastidiosa dimenticanza", in altri ancora "inutile
seccatura". Il primo atteggiamento, direi, sembrava appannaggio
dei paesi altamente democratici e di scarsa abitudine all'attrito
sociale; piu' simile al secondo approccio quello dei paesi
di tradizione coloniale, che conoscono scalinature sociali
decisamente piu' drammatiche; maggiore resistenza allo sgomento
proveniva invece dai paesi mediterranei, dove attracco ed
invasione si sono storicamente fuse e il melting pot e' all'ordine
del giorno. Ma certamente eccedo nella schematica banalizzazione
con cui cerco di caratterizzare icasticamente le diverse reazioni.
Sta di fatto che, non da ieri, in diversi angoli del globo
(nonche' del nostro stesso paese) ci si interroga e ci si
stressa sulla vexata quaestio del diritto d'autore
e del diritto d'immagine. I sistemi legislativi non sono tutti
uguali, anzi per lo piu' disattenti storicamente a tali questioni,
impreparati al diluvio di immagini prodottosi con la diffusione
dell'informatica; ne' la giurisprudenza interviene a livellare
le disparita'. Le risposte che esperti dei diversi settori
possono fornire sono illuminate dalla fiamma dell'esperienza:
rassicurante ma presto estinta dal rigore della normativita'.
Al contrario l'esperto di norme scritte deve frequentemente
constatare l'inapplicabilita' de facto delle proprie
belle lettere.
Questo intervento cerca di articolare e mettere in ordine
alcuni pensieri relativi alla circolazione ed all'uso delle
immagini fotografiche nel villaggio globale. La soluzione
del problema, tuttavia, esula da queste note: se questo e'
il vostro obiettivo, cercatevi un altro guru. E cominciamo
- com'e' mio solito - parlando d'altro: esaminiamo la musica.
Fino a qualche tempo fa la musica suonata permetteva
di riportare alla mente brani gia' esistenti riscrivendo e
rieseguendone parti, porzioni, refrain oppure citando nel
testo cantato intere strofe o frasi celebri di pezzi conosciuti.
Qualcuno ha tagliato e incollato pezzi anche nell'(ormai)
paleolitico mondo del suono analogico: andra' pure detto che
sia Robert Fripp che Brian Eno non disponevano di strumenti
digitali all'inizio; ma poi dal momento dell'inserzione nel
vivo della nostra cultura di strumentazioni - e forme mentali
- tipiche dell'ettronica, la citazione e' divenuta prelievo,
l'allusione si e'stratificata sovrapponendosi nei diversi
livelli della composizione (suoni, parole, arrangiamento ecc).
Come tutti sanno, questo euforico ripescaggio multilivello
e' garantito dal tipico mantenimento della qualita' del segnale
nella generazione/trattamento digitale del suono: il suono
digitale non si rovina o altera con l'uso anche
ripetuto. Si aggiunga a cio' il notevole vantaggio rappresentato
dal fatto che ogni filtraggio digitale non ostacola, ne' oblitera
la qualita' dell'originale. La modulazione del segnale e'
virtualmente totale e reversibile. Il rumore di fondo
e' assente, semmai si puo' aggiungere o togliere in quantita'
selezionate (fra i suoni di alcune batterie elettroniche semiprofessionali
vi e' anche quello corrispondente alla puntina del giradischi
che scorre nei solchi vuoti e incontra i sottilissimi granelli
di polvere:
krshhh..krshhhÉkrshhhÉ).
Insomma la musica contemporanea esibisce in modo pop e quantitativo,
cio' che Sterne, Dblin, Burroughs, Pagliarani e altri letterati
hanno fatto da sempre usando e aggiornando in modo vertiginoso
il principio letterario della contaminatio. Lo stesso
principio che esponeva il pubblico antico a drammi teatrali
di cui era noto tutto tranne il modo di tagliare e cucire
le parti del discorso e le diverse tradizioni narrative da
parte di Euripide o Shakespeare, ma anche del giovane Raffaello,
Manet ecc.
Bene, allora continuiamo ad andare per gradi. La house
music - per intenderci quella che porta in concerto gruppi
non di musicisti ma di DJ ed MC (gente che, come in discoteca,
"suona" la musica degli altri) dai Prodigy ai Chemical Brothers
agli Underworld - questo genere o tendenza ha affiancato al
rock'n'roll il cut'n'past (taglia-incolla) della
logica computeristica operando un sistematico smontaggio e
rimontaggio delle piu' diverse tradizioni musicali. Una decostruzione
in cui Hal Foster e compagni troverebbero materia per una
ponderata investitura di posmodernita'. E: si' si', bene bravi,
pero'.. Pero' si e' prodotto anche un vistoso controeffetto:
dagli oggi, dagli domani, qualcuno ha trovato da ridire sul
riuso del proprio prodotto intellettuale (e industrial-commerciale),
gridando al plagio e aprendo una peculiare caccia alle streghe.
Dunque gia' cori di oooohhhhh da questa parte, e di aaaahhhhh
da quest'altra.
Nelle madripatrie della libera iniziativa la tua liberta'
finisce dove comincia la mia e, pergiove, non si fa piu' sul
mio albero di Natale (parafrasando Don't Rain on My Parade).
Ecco dunque che l'impiastro lenitivo del politically correct
interviene, piu' o meno alla meta' degli anni Novanta, a riparare
a questi torti che sono per lo piu' d'ordine filosofico che
non pratico. Nelle note di copertina dei CD - scritte in modo
illegibile, di solito - deve essere riportata una dicitura
del tipo: "Nel brano X e' contenuto un'estratto dal brano
Y, cortesia della casa discografica Z". Ma se le radio, che
diffondono per intero la musica degli altri, pagano un tot
forfettario alle societa' di diritti d'autore, scontato dal
fatto che sono di per se' anche preziosissime vetrine, al
punto che un passaggio in certe radio costa come una pubblicita'
televisiva; se questo e' vero, avro' io pagato, o dovrei pagare,
per l'uso di quel frammentino di canzone nel mio brano del
mio CD? No. Ho anch'io a mio modo pagato in natura, con quello
che in inglese si chiamerebbe un acknowledgment of the
source: il riconoscimento dell'origine della citazione.
E se t'e' piaciuta quella scheggia di musica, ora che sai
il titolo del disco, te la compri e te l'ascolti tutta. D'altro
canto chi mai acquisterebbe il mio disco solo per trovarci,
ripetuti fino alla nausea, quei soli 2,5 secondi di intro
da "Le Freak, c'est Chic"? Nessuno. In fondo il problema -
ipocritamente celato - risiede tutto li'. L'autore plagiato
dice: "il mio pubblico non puo' aver accesso al mio
spettacolo per tramite tuo che glielo dai gratis in
versione ridotta". Io rispondo: "ma da me puo' sapere cosa
hai fatto tu e puo' scegliere di conoscerti meglio. Ed ecco
pagato il mio debito".
Non e' nemmeno vero che non si possa pubblicare un CD in cui
un brano sia la versione riarrangiata, o sottilmente contaminata,
di una canzone altrui. Accade. Ai Prodigy come a Craig Armstrong
che pure e' un compositore. Accade - e qui torniamo per un
attimo sul nostro terreno - a Sherrie Levine se come lavoro
d'arte puo' mostrare la rifotografatura di una celebre foto
d'arte. I due oggetti si presentano difformi di quel tanto
che li differenzia (qualcuno verifichi il delta nel costo
dei due artefatti) e per quanto potenzialmente indistinguibili,
l'uno e l'altro non sono lo stesso.
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