ACHILLE PERILLIi: Dei modi di dipingere l'invisibile
di Simonetta Lux
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Dei modi di dipingere l'invisibile 1984
Aveva aperto una porta:
ma al di là della porta?
Fausto Melotti
Nel momento in cui l'occhio si ferma, per la lettura,
sulla superficie di un quadro, bloccato da quel!'insieme di leggi
che costituiscono la struttura dell'opera e istintivamente va cercando
quel centro, che all'origine della creazione e ne ripercorre gli svolgimenti,
rimane condizionato da quei confini che sono la dimensione dell'opera.
Altezze e basi rappresentano la rottura con una continuità
che può essere soltanto sviluppata con altri mezzi che non
siano quelli retinici. E neppure con il sogno: poiché questo
è il versamento dell'inconscio del pittore nel più generale
serbatoio dei materiali onirici collettivi. E', come in questo caso,
il vedere diverso dell'occhio che consente di ricostituire una continuità
alla visione fuori dei confini sensitivi con l'accentuarsi di taluni
tic formali e ripetersi di moduli alterati e lo svuotamento improvviso
dello spazio e la dinamica direzionata fuori della bidimensionalità
apparente.
L'immagine esce dalla tela e prosegue con movimenti invisibili a spostarsi
nello spazio, non permettendo di classificare le traiettorie, che
ormai sono soltanto intuite, ma non determinate dalla complessità
combinatoria che le sviluppa.
Il meccanismo di percezione è dato quindi con il massimo margine
di ambiguità possibile, consentendo la trasmissione più
ampia di messaggi e simboli.
Gli alberi 1996
L'albero nella sua essenza organica, secco e ormai tagliato, rivela
il trascorrere degli anni nel costruirsi come forma, con una serie
di deformazioni e di forzature dei rami, per il piegarsi e lo storcersi
del tronco, e soprattutto nel crescere di cicatrici e altre ferite
e nell'accumularsi dei nodi che segnano la sua presenza nello spazio
e la sua durata nel tempo. Se poi il tronco percorre un fiume, ristagna
in acqua, si adagia su di una riva, un'ulteriore metamorfosi plastica
si concretizza, divenendo un'immagine tesa contro il cielo, se rialzato,
e fissato al terreno. Dall'organico alla struttura lignea e operando
sulla superficie,inseguendo i rilievi, evitando i nodi, valorizzando
le nervature, si riesce ad inserire una struttura di geometrie complesse
muovendosi tra pieni e vuoti, tra materia del legno e valori cromatici,
tra toni invecchiati in un bagno di foglie e di arbusti e parti lavorate
e lucidate. Si arriva a quella comunicazione complessa che dall'origine
è il problema fondamentale del mio lavoro. La scommessa da
vincere è portare nel tridimensionale quanto sono riuscito
ad accumulare come immagine sulla superficie della pittura, per poter
penetrare nel più profondo mistero del nostro mondo visivo.
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Las Meninas
"Las Meninas" stanno per definire il piccolo in rapporto
al grande ed il termine, un omaggio a Velazquez, configura con precisione
il problema che mi sono posto: ridurre talmente le dimensioni della
superficie su cui lavorare, conservando le ragioni della ricerca della
"Insana Geometria". Per spiegarmi e per farmi capire e a giustificazione
di essermi addentrato in un tale labirinto, sono andato a scorrere
le pagine di un celebre libro di Gionata Swift "I viaggi di Gulliver"
dove la differenza di proporzione, il rapporto tra il grande e il
piccolo, viene vissuta nei due modi possibili per rivelare contenuti
sconosciuti e topologie contrarie. "Allora drizzai in già
lo sguardo quanto potetti, e vidi che si trattava d'una creatura umana
alta nemmeno 6 pollici, con in mano un arco ed una freccia, ed una
faretra che gli pendeva dalle spalle".
In questo inizio di viaggio con la scoperta del mondo "piccolo"inizia
per Gulliver un'esplorazione di usi e abitudini, di leggi e di costumi
paralleli al nostro mondo, così come all'opposto, nel divenire
lui Lilliput nel regno di Brobdingnag gli si rovescia la proporzione
e gli si cambia la visione. Per la mia pittura il passare dall'infinito
grande all'infinito piccolo non muta i termini creativi, ma solo si
capovolgono i modi della visione. Nel grande le forme si muovono e
trovano momenti dinamici nel gioco del pieno e del vuoto, là
dove la superficie si dilata l'immagine diventa più complessa,
permettendo all'occhio di trovare ed apprezzare e moltiplicare i nodi
compositivi e le proporzioni tendono ad essere sconvolte al contrario
nel piccolo l'immagine si concentra, ritrova unità e staticità,
aumenta d'intensità, diventa "tantra", aumenta la tensione
visiva, diminuiscono i tempi di lettura. L'idea, all'origine, era
di costruire una struttura lineare, affiancando cinque tele senza
intervallofra di loro o anche dieci, costruendo uno schema di fumetto,
saltando da un interno all' altro, da un fondo colorato ad un pieno
frammentato. Poi "Las Meninas" hanno cominciato, come una rivolta
di robot, a pretendere una presenza loro: invadendo pareti e mura,
passando da uno spazio all'altro, quasi a confermarsi per una loro
tensione interna di maggiore dimensione di quanto siano in realtà.
Tendono ad amplificare il messaggio, a forzarne i significati, a far
crescere le ambiguità: non si riconoscono più nella
loro reale dimensione, non vogliono più essere un minimo di
realtà, ambiscono nella loro presunzione creativa a divenire
dei macrorganismi. Se leggete nelle dimensioni di un libro come questo
e non andate ad indagare sulle misure, a fatica potete immaginarvele
come sono nella realtà. Questa falsificazione rientra nel gioco
ambiguo del mio creativo, tendente a non definire in modo logico e
razionale i percorsi dell'immagine. Si aggiunge quindi oltre alla
complessità percettiva della visione anche l'immediatezza della
dimensione in uno stravolgimento totale dell'idea formale. Allora
le leggi compositive oltre a dover obbedire ai rapporti di pieni e
di vuoti, ai valori di simmetria e di asimmetria, dei centri prospetti
ci determinati dalle profondità e dalle superfici, risentono
oltre che dei contrasti di pesi cromatici anche dell'ambiguità
dimensionale, il tutto in un folle gioco di falsificazione dell'astrazione
dove i valori percettivi perdono di sostanza e diventano pretesto
per un labirinto degli occhi. Come accade per "'Las Meninas o la familia
de Filipe IV" di Velazquez, dove bambine e nane si giocano, nella
lettura dello spettatore, la loro dimensione e le figure umane si
affacciano dagli specchi o lontano nella luce di una porta, in un'alternanza
di toni e di riflessi, pieni di una magica ambiguità, in uno
spazio dominato dall'ombra. |
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