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D.R
.I .L L.S.
Il pensiero di Pierre Huyghe
di Geoffrey Di Giacomo
Huyghe sviluppa un’arte non conforme, intesa non come
modello o segno determinato da un sistema prestabilito. La
mancanza di specificità dei modelli estetici etichettati
pone Huyghe al di fuori di una qualsiasi referenza di appartenenza.
La sua arte non è certamente mostrata nei valori o
nella sublimazione di un oggetto esistente. È impercettibilmente
sensibilizzata in uno stato pressoché invisibile, ma
vivibile in vari modi, con biforcazioni e soluzioni alternative.
La sua arte si enuncia, si evolve e si muove nel tempo e nello
spazio senza elogiare nessuna specificità pratica.
Huyghe non cerca il sentiero agevole della modalità
definita, ma quello tortuoso e inesplorato della sperimentazione.
Il suo è una progressione alla definizione e un rilevamento
dello stato del “mentre”. Che sia il video, il
cartellone pubblicitario, l’insegna, l’installazione,
Huyghe non si appoggia su nessun formato prestabilito; egli
sfrutta invece le sue potenzialità interrogandole.
Il suo è un discorso in costruzione proprio come Chantier
permanent, in continua evoluzione, alla ricerca di nuove
ed incomprese sensazioni e stati di cose. Pone l’accento
sulla narrazione infinita, cioè sulla storia e le sue
possibilità, che emergono di volta in volta. Infatti,
le storie che sembrano finite e chiuse, viste con gli occhi
di Huyghe, assumono nuovi valori ed infiniti quesiti vengono
posti negli interstizi della sua trama. La sua critica si
pone nella società attuale, privata del suo individualismo,
ormai completamente massificato e controllato. Huyghe ci sbatte
sotto gli occhi l’illusione della ormai ben nota felicità
– come il canto delle sirene nelle Avventure di
Ulisse, Adorno – e del benessere offerto dalla
società dei consumi (basta guardare in che stato ci
troviamo oggi, gennaio 2009).
Che Pierre
Huyghe si sia veramente immerso nell’incomprensione
del vuoto, dell’inespresso che, come sosteneva Benjamin,
consiste in ciò che c’è tra la rappresentazione
e le idee impedendo che la forma sia totale? Per Huyghe il
tempo non è mai lineare, si espande e si contrae ed
è estremamente personale. Va avanti e indietro, dando
forma alla coscienza, inseparabile della percezione e dalla
memoria con le quali è completamente intrecciata. Nei
suoi lavori, il tempo è inseparabile dallo spazio,
è lo spazio che definisce e viene definito dal movimento.
Huyghe si posiziona e ci posiziona in uno stato di “trans”:
è o siamo fantasmi della sua opera? La sua è
una costruzione dell’immaginario che non è mai
completamente presente, né assente. È un’arte
intermedia, sospesa in una zona di non conoscenza, inafferrabile
mediante le modalità binarie del pensiero. È
reale, ma anche irreale, fisico, ma anche metafisico, né
corpo né anima, è intersoggettivo.
Pierre
Huyghe è un artista assiduamente alla ricerca di nuovi
confini e limiti inflitti dalla memoria come in molte sue
opere; il concetto e la visione dello sforzo ad estrapolare
qualche sfumatura del mondo diventa un messaggio sottile,
di grande intuizione, e di notevole assimilazione. Mi piace
dire che l’arte di Huyghe è come una canzone
cantata in una lingua sconosciuta che ci prende e ci trascina
in luoghi oscuri e trasmette sensazioni diverse senza capirne
esattamente il senso, la sua poesia; e in cui la verità
non viene mai esibita e svelata del tutto. L’Arte non
ha un linguaggio determinato ma diviene processualità
di un fare.
Il sensibile è un posto tangibile in cui può
prendere posto l’invisibile (Adorno); esso si nasconde,
si mostra nello sguardo. È appunto nel mezzo che si
può percepire qualcosa che non esiste nella realtà.
O meglio che esiste ma che non si può cogliere totalmente.
Abita il sensibile ma nella stesso tempo abita l’insensibile.
Ecco cosa vediamo o meglio percepiamo di un’opera d’arte,
la sua magia. È qualcosa di fisico che ci rimanda e
ci porta a vedere qualcosa di immateriale. Huyghe si posiziona
in questo mezzo, in questo spazio transitorio, nella ben evidente
piega.
In generale
Pierre Huyghe colloca l’accento sui gesti e sulle situazioni
meno visibili degli oggetti. Si interroga sullo svolgimento
e la processualità. Nell’economia dei rapporti
umani è ancora possibile immaginare dei sistemi di
scambio diversi da quelli che governano la vita quotidiana:
l’arte partecipa al primo capo di questa elaborazione
collettiva, di questa produzione di scambi sociali.
Huyghe considera le proprie opere come degli strumenti messi
a disposizione di ciascuno: l’artista si trasforma in
operatore delle relazioni umane riutilizzando in maniera diversa
lo spazio-tempo che gli viene dato dall’istituzione
per produrre delle nuove relazioni umane (Le Château
de Turing, Celebration Park, ecc.).
Una delle sue motivazioni artistiche consiste nel ripopolamento
dell’arte con l’introduzione attiva di una popolazione
al di là della nozione passiva del pubblico. Pierre
Huyghe risiede i luoghi temporaneamente senza possederli del
tutto. Infatti la mostra di
Huyghe
dialoga con lo spettatore catturandolo, diventa ogni volta
un messaggio ed un’esperienza da re-interpretare.
Il suo pensiero è incentrato sul non-sapere, considerando
quei campi non saturati dalla ragione. A Pierre non interessa
l’educato, il domestico come fonte del sapere. Huyghe
cerca piuttosto di capire a cosa possa portare un sapere selvaggio,
orientato fuori dalla portata di un determinato tipo di formato
o linguaggio spesso inteso come “autoritario”.
Huyghe evita una stabilità espressiva predefinita,
studiata, la costruzione di un nuovo linguaggio che diventerebbe
comunque e rapidamente una lingua di potere dalla quale rimane
impossibile sfuggire.
Afferma
Huyghe a tale proposito:
“Bisogna
giocare con la lingua, sovvertire i racconti. Il sapere selvaggio
è sempre altrove, è troppo diffuso per farne
un’immagine, dunque non è inquadrabile, è
fuori dalla portata degli strumenti di percezione”.
È
evidente in quest’affermazione l’influenza di
Deleuze nel considerare ciò che non è domestico,
appunto libero da ogni costrizione e adattamento ad un determinato
linguaggio. Infatti Deleuze odiava qualsiasi forma di animale
domestico - il cane e il gatto considerati animali inutili
– e sosteneva l’importanza di avere un rapporto
animale con l’animale, non umano con l’animale,
dimostrando la volontà dell’uomo di cercare sempre
di assimilare un linguaggio diverso per sovvertirlo e controllarlo.
La filosofia
Deleuziana considera, come anche il pensiero artistico di
Pierre Huyghe (i pinguini della non-isola, simbolo di diversità),
il “territorio” animale, considerato come l’essenza
dell’Arte e che viene alla luce secondo i tre principi
basi del concetto: colore, linea, campo. Gli animali uscendo
dal territorio di loro proprietà (Beckett, Michaud),
stabiliscono un’avventura e scoprono un mondo nuovo
(Pierre Huyghe in A Journay that wasn’t per
esempio) quello che Deleuze chiama “detérritorialisation”.
“Cerco
di produrre delle zone di non-sapere, là dove non ci
sono più cose da scoprire, si tratta di inventare il
reale, e, ritorno spesso al mio discorso sul selvaggio, bisogna
essere un avventuriere del non registrabile”, dice
Pierre Huyghe.
Nell’opera
lo Scrivano pubblico, Huyghe ci riporta al concetto
di scrittore ben analizzato da Deleuze, presentato come colui
che “scrive all’attenzione del lettore”,
oppure “al posto di” e quindi “per
i lettori”, che in questo senso significherebbe
entrambi i casi, e che quindi vuol dire che “scrivere”,
sempre secondo il filosofo, non vuol dire scrivere un fatto
privato, ma lanciarsi in un fatto universale.
Pierre Huyghe, in tale direzione, pensa all’arte in
maniera universale e non privata. Per esempio pensa all’esposizione
come un incontro universale da stabilire. Infatti Huyghe non
realizza le sue esposizioni come arte interstiziale indipendente
dall’economia del mercato, ma come un dialogo tra i
due, trasformandola in un dibattito centrale. La conversazione,
prodotta tramite il suo carattere infinito e inconcluso, procura
dei paradigmi all’esposizione introducendo l’esperienza
della durata, apre una scena pubblica, un insieme di relazioni.
Questo permette, sempre secondo Huyghe, di costruire un’immagine,
un pensiero non rigido. L’esposizione è quindi
per Huyghe uno spazio da abitare, un luogo unico della sperimentazione.
L’esposizione
intesa come “incontro” è vista allo stesso
modo da Philippe Parreno o da Dominique Gonzalez-Foerster.
Il concetto di durata, di non-luogo, di vuoto, è spesso
riscontrato in questi artisti. Il vuoto e l’ignoto hanno
spesso influenzato gli artisti che ricercavano una strada
sconosciuta, nel tentativo di agire al di fuori dai sistemi
convenzionali nel raggiungimento di una espressività
diversa (Klein, Acconci, Brancusi). Huyghe, come Parreno,
si posiziona all’interno di questo vuoto cercando non
di capire cosa ci sia, ma l’insieme di forze potenziali
derivate da esso. La visione di Huyghe di ricreare infinite
possibilità, situazioni, storie, evidenzia il carattere
di ricercare l’alternativo e il diverso. Nel progetto
intitolato Or (1995), Huyghe crea una biforcazione
in un sentiero su una collina erbosa sottolineando l’inutilità
di questo sentiero secondario, equivalente al primo, un doppione,
una replica. Huyghe dimostra così le possibilità
esistenti anche nell’equivalente, nell’uguale,
nel monotono, ecc. Un secondo sentiero è stato aggiunto
a un sentiero che non porta da nessuna parte.
Pierre
Huyghe non vuole agire fuori dal mondo, bensì al suo
interno; il mondo è qualcosa che lo riguarda ed egli
agisce per esso. Huyghe sviluppa dei campi e naviga dentro
di essi continuando a produrre ed apprendere. Se guardiamo
i primi Cartelloni fino a Remake e L’Ellipse,
passando per Biancaneve o la Toison d’or,
distinguiamo una linea che si costruisce attorno al racconto
e alla finzione. Non è la linea in sé che interessa
l’artista ma lo stabilire degli enjeu dall’interno.
Troviamo, sin dall’inizio, delle forme di collaborazioni
con altri artisti e un rapporto con l’autore, l’attore
e l’interprete che ritroviamo in Biancaneve,
The Third Memory, No Ghost Just a Shell ed
in altri lavori. Questi sono spesso messi in rapporto con
l’esposizione e con L’Association des temps
libérés, Mobile TV, Interludes
o il Castello di Turing a Venezia. Nelle sue opere
appaiono le questioni sulla produzione, la collaborazione,
l’autore, la circolazione del segno.
Huyghe non va visto come un artista che lavora unicamente
sul cinema, non va considerato unicamente in tale senso. Egli
ha fatto dei film sui film, ha smontato la questione del cinema,
ha lavorato in modo analitico. Se Dominique Gonzalez-Foerster
realizza film per il cinema riferendosi alla storia del cinema,
Pierre Huyghe lo fa riferendosi alla storia dell’arte,
dato evidente nel modo in cui li ha effettuati. Bisogna analizzarli
come fa la critica d’arte, alla maniera di Douglas Gordon,
in relazione alla referenza e all’appropriazione.
Secondo
Masséra, Huyghe non cerca la costruzione di un’immagine,
ma il passaggio che attiva il significato dell’immagine,
del rapporto stabilito con l’immagine stessa. Mostra
la similarità tra ciò che è rappresentato
nell’immagine e ciò che succede vicino all’immagine,
è una “mise-en-forme”. Per esempio The
House or Home?, più che un progetto architettonico
è un periodo di tempo all’interno del quale alcune
relazioni producono uno spazio. O ancora, ne La Toison
d’or, l’opera diventa evento catalizzatore
di una comunità in cui viene data una nuova interpretazione
della storia urbana.
“Penso
che il potere del linguaggio e, nell’arte, il potere
di un’immagine, derivino da tutte le metafore, le analogie
o le associazioni che sono in grado di ingenerare. Non è
possibile controllare ciò che accade nella testa di
un altro: è probabile che quella persona immagini cose
che tu non hai per niente considerato. Questo è potere.
Se non andiamo in questa direzione non saremo che semplici
automi capaci solo di scambiare comandi” (Pierre
Huyghe).
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Da Sopra:
Pierre Huyghe, Chantier Barbès-Rochechouard,
2001
Pierre Huyghe, Remake, 1994-1995
Pierre Huygyhe, Annlee in Two Minutes of Out of Time,
episodio di No Ghost Just a Shell, 2000
Pierre Huyghe, Les Grands Ensembles, 2001
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