Lino Strangis,
Segnali dal pianeta terra
A cura di Veronica D’Auria
Dal 22 maggio al 25 maggio 2008, ore 16.00-20.00
Gottardo Occupato - Viale Gottardo, 181 – Roma
Ufficio stampa: Veronica D’Auria
+39 349 2304021
lemomoelectronique@libero.it
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RECENSIONI
Segnali dal pianeta terra
di Francesco Russo
Giovedì 22 maggio al Gottardo occupato, ex commissariato
(ora occupazione abitativa), proprio nel cuore della città
giardino a Montesacro, ho assistito all’inaugurazione
del primo evento speciale del working progress Segnali viandanti,
di Lino Strangis.
L’aspetto particolare che mi ha portato a parteciparvi
è stata la forza della tematica in questione: nulla
di aureo, nessuna metafisica: la noce dell’opera nasce
da un bisogno concreto e basilare, il diritto alla casa.
Al mio arrivo vengo accolto da un ambiente festoso e conviviale,
dagli odori delle spezie della cucina araba che bandiva la
tavola del rinfresco. Sono presenti perlopiù gli occupanti
stessi del posto; probabilmente il luogo è risultato
un po’ ostile alla maggior parte dei curatori e degli
studiosi di arte contemporanea invitati all’evento,
data la loro assenza. Ammetto che al primo impatto anche io
ho avuto un certo imbarazzo ad entrare ma, oltrepassata la
soglia e superati i primi ostacoli (vi sono sempre dei picchettatori
alla porta che controllano l’eventuale entrata di gente
poco desiderata), il mio animo si è tranquillizzato
e, tra un dattero e l’altro, ho deliziato dell’installazione
video propostami dall’artista.
Il lavoro di Strangis è esposto all’interno dell’atrio
comune dello spazio occupato, una volta adibito alla convalida
di passaporti e permessi di soggiorno e ora - paradossalmente
curioso - pieno di bambini e adulti di tutte le etnie, probabilmente
privi dei documenti citati.
Al centro di tutto questo l’installazione Segnali dal
pianeta terra, composta da due elementi: La voce degli inascoltabili,
video monocanale proiettato sulla parete laterale dell’ambiente;
La voce del Gottardo, installazione audio composta da lettore
cd e cuffie.
La parte visiva è articolata attraverso un video in
cui si susseguono una serie di persone per lo più riprese
a mezzo busto che sembrano parlare di fronte ad una telecamera,
stile intervista tête à tête.
Un susseguirsi di corpi svanenti “simili a fantasmi,
tendenti all’invisibilità ma per lunghi tratti
uniti in un corpo collettivo che lotta per l’esistenza”,
leggo nel comunicato stampa in riferimento alla gente filmata.
Mi colpisce l’umanità dei volti dei protagonisti,
la passione e la vitalità trasmessa dai loro sguardi,
mentre raccontano le storie più disparate ma impossibili
da comprendere, perchè una sovrapposta all’altra.
Il senso di questa scelta è da ricondurre all’intenzione
di porre in evidenza il travisamento delle motivazioni basilari
dei mass media e dell’opinione pubblica riguardo la
lotta per la casa, che coinvolge una buona parte della popolazione
e che l’autore intende come prepolitica, precedente
dunque a qualsiasi atto ideologico.
Le voci si confondono, l’una non riesce a prevalere
sull’altra, ma unite esprimono un unico concetto: una
voglia di affermazione della propria esistenza che viene negata
dalla loro condizione sociale. In effetti, le persone riprese
sono quasi tutte immigrate o comunque con un percorso di vita
singolare e difficile, sicuramente diverso l’uno dall’altro,
accomunato dal desiderio di poter accedere un giorno ad una
qualità di vita più dignitosa.
Un altro aspetto che mi ha incuriosito e fatto riflettere
sulla originalità della messa in opera è sicuramente
lo sfondo immateriale, dai colori fluorescenti, che contorna
ed avvolge le persone filmate. Questo elemento tende a portare
la tematica toccata al di fuori dell’area probabilmente
più consona ad essa, il documentario sociale, e a trasportarla
nell’ambito di una ricerca estetica che apparentemente
potrebbe non appartenergli.
È così che il connubio tra arte e vita prende
forma. L’intervista si dissocia dal conformismo della
domanda e della risposta e diventa vociferare di parole e
rumori di strada, che in un certo modo mi hanno anche ricordato
l’introduzione di un bellissimo brano musicale del cantautore
Fabrizio De Andrè, Princesa, che non a caso condivide
con l’opera in questione il partire da una tematica
sociale veritiera per trasformarla in una toccante poesia
musicata. L’immagine, la ripresa del film, viene modificata
e alterata da effetti visivi in post produzione, tecnica cui
l’artista non è estraneo ormai da tempo, come
si può ben notare in diverse opere precedenti.
Strangis parte dunque da un fatto sociale per trasformarlo
in qualcosa di altro, evitando di marcare gli aspetti più
denotativi ed evidenti della situazione in questione (ciò
che viene enunciato dagli attori sociali non si fa comprendere;
il luogo dell’intervista, fulcro sociale del tema, viene
cancellato e ripensato), cogliendo sfumature e muovendosi
su canali meno scontati che sfuggono alla nostra riflessione
riguardo questo genere di tematiche.
Il video non si focalizza in effetti sui problemi del singolo
individuo, ma si proietta al di fuori, esattamente nella posizione
di noi che guardiamo verso di loro, quella di una massa che
guarda i fatti in maniera travisata ed alterata, non potendo
captare la realtà delle cose così com’è
a causa dell’intermediazione demagogica e strumentale
di chi ha interesse ad alterarla. L’artista non vuole
riscattare quella gente, la sua operazione è di critica
verso coloro che bloccano l’accesso alla comprensione
reale e non lascia gli altri parlare.
L’alterazione sonora e visiva diventa dunque non solo
elemento estetizzante e caratterizzante di un manufatto artistico,
ma strumento carico di potere critico-concettuale.
La voce del Gottardo, l’altra parte dell’installazione,
composta da lettore cd e cuffie, è la parte più
documentativa, dove tutti i discorsi incomprensibili del video
vengono resi fruibili.
Ho avuto difficoltà ad interpretare la scelta di installare
un secondo elemento. La mia prima sensazione, trovandomi lì,
nel luogo dell’esposizione, è stata quella di
considerare quest’ulteriore prova inutile: tutto quel
chiasso, accompagnato alla realtà che mi circondava,
diventava estremamente lucido e chiarificante, perché
probabilmente riuscivo a vivere in prima persona un qui e
un ora. L’epifania dell’opera era raggiunta senza
bisogno di ulteriori accessori, poiché si completava
con il contesto che avevo intorno ma, in un secondo momento,
riflettendo bene su come alcune opere, impregnate del luogo
che ha dato loro forma, possano essere esposte al di fuori
dei contesti che non siano quelli dove nascono e acquisiscono
senso e significato, mi sono ricreduto ed ho riflettuto. L’utilità
di questa registrazione puramente documentativa - nelle eventuali
trasferte che, mi auguro, l’opera possa avere - diventa
essenziale e complementare al tutto. È d’altronde
inimmaginabile, per chi non abbia partecipato alla messa in
scena nel luogo natio del video, pensare di poter cogliere
molte delle sensazioni che mi hanno spinto a scrivere questo
articolo. La registrazione diventa l’unica prova effettiva
del riscontro con la realtà così com’è,
data e raccontata da chi la vive sulla propria pelle.
La ricerca di Strangis prende dunque - dopo un percorso per
lo più impegnato nella ricerca estetica sull’alterazione
delle forme attraverso strumenti digitali e un’indagine
più filosofica sul mutare del senso attraverso l’alterazione
- una diramazione, una scelta maturata di indirizzare la propria
esperienza e abilità tecnica degli effetti per creare
delle metafore fortemente critiche sulla manipolazione del
reale, approdando sulle spiagge inquinate del disagio umano
che, mai come in questo momento storico, meritano attenzione
e sostegno da parte della potenza riflessiva dell’arte.
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Da sopra:
Lino Strangis, La voce degli inascoltabili,
2008, still tratto dall’installazione audiovisiva monocanale.
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