ZimmerFrei e 3/4HadBeenEliminated
Everyday (the satellite seems a little further out of
reach), ciclo Inaudito, a cura di Daniela Cascella,
Angela Rorro, Oscar Pizzo, Manuel Zurria, 12 giugno - 26 ottobre,
2008, Galleria Nazionale d’arte moderna e contemporanea
di Roma, Cortile Est, Via Aldrovandi n. 1.
Inaugurazione giovedì 12 giugno ore 21:00, ingresso
libero.
L’ installazione sarà visitabile nei giorni successivi
alla serata d'inaugurazione con il biglietto del museo e ad
orario (16.30 - 18.00)
info: s-gnam.inaudito@beniculturali.it
ZimmerFrei è un gruppo di artisti che lavorano sia
singolarmente che collettivamente: Anna Rispoli (artista e
performer, nata a Bassano del Grappa, 20/08/74), Anna de Manincor
(artista e videomaker, nata a Trento, 18/08/72) e Massimo
Carozzi (artista e sound designer, nato a Massa, 04/08/67).
L’equipe nasce a Bologna nel 2000 e lavora in Italia
e all’estero (Germania, Belgio, Grecia, Gran Bretagna,
Stati Uniti).
ZimmerFrei fa confluire nell'ambito delle arti visive esperienze
che provengono dal cinema, dalla musica e dal teatro, intersecando
ogni volta ispirazioni, pratiche e tecnologie differenti in
un progetto originale.
ZimmerFrei realizza installazioni sonore e video, performance,
serie fotografiche e prototipi di audiovisione.
e-mail: zimmerfrei@libero.it
Links: www.zimmerfrei.co.it/
www.shiftingposition.org
www.gnam.beniculturali.it/
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PARTITURE
ZimmerFrei: Interstizi di tempo e spazio
reversibili
di Claudia D'Alonzo
ZimmerFrei,
stanza libera, interstizi di spazio, pieghe nel tempo da ricomporre,
esplorare attraverso performance, video e suoni. ZimmerFrei
nasce a Bologna nel 2000 dall’incontro di Anna Rispoli,
regista teatrale e performer, Anna De Manicor, videomaker
ed il sound designer Massimo Carozzi. Lavorando indifferentemente
tra i circuiti culturali underground e quelli istituzionali,
hanno dato vita ad una serie di progetti che intersecano i
linguaggi del suono con quelli del video, il teatro e il cinema.
Lavori spesso site specific, che partono da un ascolto del
luogo, si lasciano attraversare e respirano ambienti e situazioni
da rielaborare attraverso ogni opera. Tracce di narrazione,
residui di cinematicità nel reale, luci e movimenti
nello spazio urbano, confluiscono e si trasformano in ciascun
progetto di ZimmerFrei. Azione e riflessione che offre ogni
volta uno sguardo nuovo, svela percorsi potenziali di lettura
del reale.
Il loro
ultimo progetto, l’installazione di suono e luci Everyday
(the satellite seems a little further out of reach),
nasce da una collaborazione con il gruppo di sperimentazione
sonora 3/4HadBeenEliminated, per il ciclo di eventi Inaudito,
ospitato dalla Galleria Nazionale d’arte Moderna e Contemporanea
di Roma e curato da Daniela Cascella, Angela Rorro, Oscar
Pizzo, Manuel Zurria. L’installazione verrà inaugurata
il 12 giugno da un intervento live dei due gruppi, momento
di nascita, atto vivificatore di un campo di luce e suono
in bilico tra percezione naturale e struttura sintetica audiovisiva.
Il 9 giugno ZimmerFrei sarà inoltre protagonista della
MasterClass/Incontro con l’artista presso il
MLAC, Museo Laboratorio di Arte Contemporanea di Roma, per
presentare il progetto Everyday (the satellite seems a
little further out of reach) insieme a lavori recenti
della loro produzione.
Claudia
D'Alonzo: Come nascono il progetto Everyday (the
satellite seems a little further out of reach) e la collaborazione
con il gruppo 3/4HadBeenEliminated?
ZimmerFrei:
Il progetto nasce su stimolo diretto di Daniela Cascella e
Oscar Pizzo. ZimmerFrei collabora con Stefano Pilia da più
di quattro anni; Stefano è uno dei nostri collaboratori
più stabili, quasi un membro esterno. Tricoli e Rocchetti
hanno partecipato ai live di Panorama_Venezia nel
biennio 2006/2007.
In questo progetto abbiamo cercato di uscire dalle nostre
reciproche specificità, non volevamo che i 3⁄4
si occupassero solo della parte sonora e noi di quella visiva;
abbiamo preferito ibridarci e occuparci collettivamente di
tutti gli aspetti del lavoro.
C.D.:
Com’è strutturata l’installazione?
ZF:
Il lavoro si struttura su due binari paralleli; quello luminoso
e quello sonoro. La parte sonora è costituita da una
composizione per pianoforte piuttosto complessa, generata
dalle note della canzone Everyday the satellite seems a little
further out of reach di Robyn Hitchcock, che dà anche
il titolo al lavoro. Si stratifica su 32 livelli, ognuno riprodotto
separatamente da uno speaker. C’è poi anche una
parte vocale diffusa attraverso megafoni, che si va ad integrare
con le parti di piano. La parte luminosa gioca invece sul
confine tra luce naturale e luce artificiale, un sottile bilico
percettivo dato dall’interazione di “banchi di
luce ” a forte intensità e dalla luce solare
che filtra dal lucernaio del cortile della GNAM.
C.D.:
Avete definito Everyday (the satellite seems a little
further out of reach) un’atmosfera controllata,
un esterno declinato in interno. Mi parlate di questa vostra
idea di oscillazione tra percezione naturale ed artificiale,
tra interno ed esterno?
ZF: È il nostro stesso mondo che funziona
così. Gli interni –le case- sono spesso utilizzate
come luoghi pubblici (case-ufficio, case-studio, case-albergo,
case-piazza, case-portfolio, case-showroom di rappresentanza…)
e gli esterni delle città vengono spesso assimilate
alla gestione di spazi privati, agli interni, in direzioni
opposte per i nuovi ricchi e per i nuovi poveri: vie private
e portici-camping, piazze-salotto e piazze-cortile, marciapiedi-garage
e marciapiedi-toilette, strade-collezioni-di-qualcosa e strade-corridoio-per-uomini-e-merci,
parcheggi-camere da letto per sfollati, migranti o cercatori
di trasgressioni.
Anche la cura che si ha di questi spazi è cambiata:
c’è chi arreda la casa come una vetrina e chi
dorme in strada, chi invoca l’ammenda per le deiezioni
animali e la galera per le umane; ma del resto i bagni pubblici,
le fontane e le panchine che rendevano degna la vita sociale
in strada non esistono più, si può accedere
a un bagno o un bicchier d’acqua solo in quanto consumatori,
non basta essere cittadini.
Il caso del cortile-interno della Gnam è un caso particolare
di questa reversibilità degli spazi.
È
uno spazio di risulta, lo spazio vuoto tra due pieni. Ha qualcosa
di innaturale o meglio, di sovrannaturale. È come il
7° piano e mezzo di Being John Malkovich: un
tunnel spazio-esistenziale.
È uno spazio senza destinazione d’uso, che invita
a guardare in alto. E allora anche a vedersi dall’alto,
vedere oltre le pareti, vedersi in relazione a un contesto
più grande.
Credo che la visualizzazione di GoogleEarth sia già
stata interiorizzata: stare sotto un tetto e contemporaneamente
immaginarsi da fuori, vedersi dall’alto, arrivare sopra
la propria testa a volo d’uccello e vista d’aquila
(anzi no…, di satellite).
Quello che segue viene da nostri appunti pre-comunicato stampa.
Il cortile della Galleria Nazionale è un inter-spazio,
una risultante esterna di due spazi interni. E questo determina
la sua natura equivoca. È uno spazio residuo in cui
si filtrano scorie di senso. È in qualche modo misterioso,
vago, oscuro, infido. Come un vuoto d’aria tra due muri,
una stanza seppellita, un tempio inutilizzato, segreto e non
consacrabile.
Che fare
di questo spazio? Come esorcizzare il suo demone?
Ci vorrebbe un atto di fondazione, un voto, un’offerta
allo spirito del luogo. Abbiamo pensato a un drenaggio, a
spalancare i muri e cambiare l’aria. Oppure dissodare
il terreno, arare il pavimento e far riaffiorare la terra.
E ottenere una bella fetta di spazio terra-cielo. Oppure invocare
una stella cometa, un meteorite che squarci il cielo e l’aria
e si porti via il tetto, il metallo il vetro e tutto affondi
con la sua materia venuta dallo spazio in questo nostro spazio
senza luogo, e faccia riaffiorare la terra in un bel cratere
fumante.
Oppure dovremmo custodire il segreto per sempre, seppellirci
un tesoro e murare tutto. Senza indizi, senza spiegazioni,
senza mappe. E montare la guardia davanti alla sua porta,
finché ci dimenticheremo perché siamo venuti.
Ma almeno
un esperimento va fatto, un gesto di coltura ostinata di ogni
più piccolo appezzamento che ci è dato in sorte.
Proviamo a cavarne qualcosa, da questa nuda pietra, anzi finta
pietra, da questo gesso, da questo tetto precario, dall’aria
e dalla grande luce che filtra dentro e passa dal bianco titanio
al paglierino, giallo cromo, ambra e zafferano prima di diventare
oro vivo, ocra, arancio fiamma, oro vecchio, ruggine, nero.Il
clima è mite, promette bene, anche se la stagione è
già avanzata.
È deciso: trasformiamo il cortile della Galleria Nazionale
in una grande serra.
C.D.:
In molti dei vostri lavori la componente visiva è costituita
da video, sequenze filmate, una presenza forte anche quando
non è mostrata, come in The focus puller o
Grande Estasi. In questo ultimo lavoro la luce sostituisce
l’immagine. È la prima volta che lavorate con
la luce? Che possibilità offre l’uso della luce
in collegamento con il suono rispetto al video, all’immagine?
ZF: Si, abbiamo lavorato a lungo sull’idea
di un cinema interno, come nei film solo sonori da ascoltare
spazializzati nel buio (Grande Estasi, remake del
visionario documentario di Herzog su un saltatore con gli
sci) o da ascoltare in cuffia con gli occhi bendati (SpazioLargo/Cinema
Interno), in modo che le immagini sorgano dall’interno,
evocate dalle proprietà acusmatiche dei suoni (il termine
viene da Michel Chion).
Nella
costruzione di piccoli e speciali mondi che ogni opera impone,
è molto importante quello che si vede ma anche quello
che rimane fuori dall’inquadratura, quello che c’è
quanto quello che non c’è. A volte quello che
manca è proprio l’immagine.
Alla Galleria Nazionale quello che c’è è
il volume d’aria contenuta tra quelle pareti altissime,
il colore bianco-beige, la luce intensa e diffusa, il vettore
verticale, la fetta lunga e sottile di cielo tra le maglie
di ferro della tettoia. Non servono altre immagini, questa
è la forma, l’immagine e la “natura”
di questo posto.
Di solito
lavoriamo sul differenziale buio-luce, dalla quale può
sorgere l’immagine, qui invece si tratta di luce+luce.
Anche nei video naturalmente lavoriamo con la luce, ultimamente
molto con la luce naturale e i suoi cambiamenti nel corso
del giorno.
C.D.:Un
vostro punto di riferimento sono le teorie sull’audio-visone
del critico francese Michel Chion. In che modo i suoi studi
hanno influenzato il vostro lavoro?
ZF: Per noi Michel Chion è stato un
punto di partenza importante per riflettere sull'audiovisione.
In particolare le sue teorie sull'acusmatica ci hanno spinto
a sperimentare la rottura del binomio immagine/suono sottraendo
una delle due dimensioni per enfatizzare l'altra.
Nella nostra società non impropriamente definita dell'immagine,
la vista tende ad essere il senso predominante. Ma è
anche il senso più arcaicamente aderente ai meccanismi
di controllo della realtà e di prevenzione dai pericoli,
è allora il senso più "razionale".
Al contrario, la percezione acustica del mondo non è
in grado di rendere conto di ogni dettaglio, perché
è capace di rendere solo ciò che è in
movimento e che, attraverso il movimento, produce un suono.
In un'ottica di produzione artistica questo è un elemento
non trascurabile.
Acusmatico è un suono che viene percepito senza che
se ne possa vedere la fonte. Questo aggettivo, antico e raro,
è stato resuscitato negli anni Cinquanta dallo scrittore
Jérome Peignot e dal compositore Pierre Schaeffer.
Parliamo di suono concreto, non di musica.
Nel fenomeno
acusmatico il suono si distacca dalla sua fonte, diviene "ciò-che–non-c'è".
Se manca l'immagine, la realtà rimane sospesa ad un
livello incerto, non del tutto percepibile. Le informazioni
mancanti non sono semplicemente perse, ma vengono "rimpiazzate"
dal cervello, che produce immagini interiori di supporto ai
suoni, allestisce insomma "un piccolo teatro interno".
Queste considerazioni sul funzionamento percettivo sono importanti
per valutare l'enorme potenziale immaginifico che si può
sprigionare dalla forzatura della coppia audio/video: si tratta
di un livello fantasmatico di esperienza che ci attira.
Per esempio
con uno dei nostri primi lavori, Spazio Largo - Cinema
Interno, abbiamo girato un film fatto solo di suoni,
senza immagini. Lo scopo è quello di attivare una fruizione
creativa: escludendo la vista, il film si proietta direttamente
nella mente dello spettatore. In Car wash drama invece, abbiamo
realizzato dei micro screen individuali, in cui ad un'immagine
tridimensionale fissa si sovrappone una sound track che si
sviluppa nel tempo. Ecco che l'immagine si trasforma nello
still immobile di un film immaginario, un film che si allunga
nel futuro e nel passato.
C.D.:
Negli ultimi anni state lavorando in circuiti istituzionali
dell’arte contemporanea, in festival e in contesti più
underground. Secondo la vostra esperienza quali sono gli aspetti
positivi e non di questi differenti ambiti?
ZF: Lavorare in situazioni così diverse,
fortunatamente, riflette la multiformità delle nostre
produzioni: alcune sono installazioni per luoghi specifici
o spazi pubblici, altri sono e veri e propri film, altre sono
installazioni sonore o audiodrammi, altre ancora sono sperimentazioni
non per forza comunicative...
Direi
che nulla è pensato per la vendita ai collezionisti,
sigh!
Gli aspetti positivi sono il proliferare di questi diversi
contesti e la possibilità di osmosi tra questi, soprattutto
quando un’istituzione o un festival si incrocia con
situazioni informali, magari per una residenza di produzione,
che rimane per noi il modo più interessante di lavorare.
A volte siamo noi stessi a creare il contesto e i finanziamenti
per produrre, come nel caso di Space is the place
(TPO, centro sociale di Bologna), Sound Facts (Museo
della Musica, Bologna), Neverending Cinema (Galleria
Civica di arte contemporanea di Trento) o ON. Luci accese
nel buio (piazza Verdi, Bologna).
L’aspetto
negativo è fondamentalmente l’Italia, dove la
creatività è ad un livello altissimo ma non
ci sono investimenti, solo speculazione (la svalutazione della
cultura a puro lusso o banale superfluo, il mercato finanziario
dell’arte, lo sfruttamento dei giovani artisti come
forza-lavoro-ultra-precaria o ariete per erodere altre professionalità,
come ad esempio grafici, fotografi, illustratori, designer,
web-designer, scenografi, attori, registi…). Apparteniamo
a questo posto ma non possiamo restare.
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