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ART
IN THEORY
Intervista a Chiara Dynys
in occasione delle mostre In alto e Passages
di Giorgia Calò
Due eventi, due locations completamente
diverse, un’installazione luminosa e dieci opere lenticolari.
Leit motiv: lo spazio e la luce che si svelano mediante un
linguaggio binario fatto di dentro e fuori, di implosione
ed esplosione, di fissità e movimento.
Sono le due mostre inaugurate da Chiara Dynys a Roma, per
la cura di Maurizio Calvesi, Italo Tomassoni e Gianluca Marziani.
All’Aranciera di Villa Borghese del Museo Carlo Bilotti
l’installazione dal titolo In Alto; Passages si trova
invece negli spazi della galleria De Crescenzo & Viesti.
A Villa Borghese l’artista si confronta con l’antico
(quale città meglio di Roma può darle questa
possibilità) adottando luci anomale che stravolgono
la percezione della metropoli. Villa Borghese e le sue splendide
vedute diurne e notturne. Non si può non pensare a
quella Villa Borghese tante volte ritratta da Giacomo Balla,
una rappresentazione panteistica della natura dai colori caldi
e luminosi. Quella sensazione di brusio vitale fatto di luce
l’avvertiamo con la stessa intensità nell’installazione
di Chiara Dynys.
La mostra si sviluppa in quattro momenti, quattro punti cardinali
luminosi, quattro archetipi che mettono in rapporto la natura
con l’architettura, l’antico ed il contemporaneo.
Le aureole luminose che circondano alcuni alberi attorno al
Museo, sono il momento di maggior impatto scenografico per
la fusione che viene a crearsi tra arte e natura; il bersaglio
fatto di plexiglass e neon è un gioco di specchi e
luci che induce ad interpretarlo come una sorta di magnete
ottico immobile; le tre frecce posizionate sul balcone (il
numero 3 ricorre simbolicamente in tutta l’installazione)
sono il momento di massima tensione visiva in quanto conducono
lo spettatore a guardare oltre, suggerendo tre punti cardinali
che “volano” verso il cielo. Infine, tre grandi
diamanti spiccano dal suolo, riconducendo quindi il pubblico
verso la sfera terrena dopo l’esperienza trascendentale.
Una visione a 360°, in cui lo spettatore è totalmente
coinvolto all’interno di uno spazio naturale/artificiale
che permette di accedere ad altre dimensioni, grazie ai giochi
di luce che modificano realtà e percezione.
Nella galleria De Crescenzo & Viesti, come conclusione
del percorso espositivo cominciato all’aperto, possiamo
invece ammirare dieci lenticolari ovali. Sono “eventi”
che si rivelano al pubblico in un’azione dinamica, laddove
è proprio lo spettatore a doversi spostare fisicamente
per osservarne il movimento. Dieci porte d’accesso che
ci conducono verso una realtà parallela. Non a caso
una delle opere rappresenta proprio una porta che si apre
e si chiude (Porta con sfondo, 2008).
G.C. Prima di cominciare a parlarmi della
mostra romana vorrei farti qualche domanda sul tuo lavoro,
magari partendo da un luogo e una data: Milano degli anni
Ottanta, quando hai cominciato la tua carriera dedicandoti
inizialmente alla pittura. Parlami di quel periodo, in cui
iniziano ad aprire numerose gallerie, c’è un
crescente interesse dei collezionisti che acquistano opere
e una forte presenza di giovani critici che seguono da vicino
gli artisti.
C.D. Nella Milano fine anni Ottanta si respirava
un clima effervescente. La galleria Fac Simile, in cui ho
esposto sia nell’87 che nell’88, era uno spazio
postindustriale. In quel periodo molti artisti sono passati
da lì, nella piena idea della centralità di
Milano come città favorevole per l’arte contemporanea.
Si percepiva Milano come punto focale, poi, con l’andare
degli anni, questa aspettativa di internazionalità
è stata un po’ delusa. Ma quello era anche un
momento in cui c’era meno competitività perché
tutti sentivano di aver il loro spazio.
La mia prima mostra personale risale al 1987, alla galleria
Fac Simile di Milano (Tableaux d’une exposition, n.d.r.).
In quella occasione ho esposto i miei primi quadri monocromi
in cui già c’era l’idea di attraversamento.
Da una prima visione l’opera appariva un monocromo;
guardandola attentamente, invece, lo spettatore aveva la percezione
di trasparenza ed apertura verso il centro, come fosse un
passaggio nella tela che lentamente si presentava allo sguardo.
I quadri sono stati realizzati con pigmenti naturali e resine.
Ho lavorato molto anche sulla tela stessa, alcune di queste
infatti erano sagomate.
G.C. Alla fine degli anni Ottanta si è formalizzata
in Italia, e soprattutto a Milano, una nuova sensibilità
artistica per cui si è sentita la necessità
di uscire dal bidimensionale per occupare, con nuovi materiali,
la terza dimensione. Anche tu hai risentito di questa nuova
tendenza che cercava di annullare il potere normativo delle
immagini?
C.D. Come ti dicevo, molte delle mie tele realizzate in quel
periodo erano sagomate, c’era quindi già l’idea
di dare una forma tridimensionale ad una struttura bidimensionale,
il quadro attaccato alla parete. Parte da quel momento la
mia sperimentazione sulla costruzione di ambienti. Anche i
monocromi, sagomati ed estroflessi, formavano nell’insieme
un ambiente.
Per l’evento a Monaco nel 1989 Italien … Künstlerwerkstätten
avevo scelto uno spazio rettangolare, una stanza stretta e
lunga dove avevo aperto uno dei muri d’accesso con una
forma trapezoidale. Il punto focale del mio lavoro è
proprio la rappresentazione del passaggio, dell’attraversamento
sia virtuale, mediante le parole e la scrittura, sia percettivo,
usando la forma del ribaltamento attraverso la percezione
di chi guarda.
G.C. Il tuo lavoro durante gli anni è cambiato. Come
ti trovi ad operare nella Milano di oggi?
C.D. Il mio modo di operare attualmente è internazionale,
lavoro un pò dappertutto. A Milano ci sto poco; sicuramente
è una città favorevole, anche se continua ad
avere delle difficoltà rispetto alle altre capitali
europee. Forse perché ci sono meno strutture rispetto
a quelle che offre Berlino o Londra, ad esempio. Rispetto
alle aspettative degli anni Ottanta Milano si è un
po’ fermata, ma sicuramente rimane un luogo in crescita.
G.C. Renato Barilli nel suo saggio Prima e dopo il 2000 riconduce
a modello del tuo operato l’arte di Donald Judd. I suoi
lavori di carattere minimal sono freddi, fondati sull’essenzialità
della geometria. Ma a differenza delle tue opere, spiega Barilli,
Judd usa materiali diversi: ferro zincato, alluminio, lamiere.
Ti riconosci nella sua esperienza artistica?
C.D. Diciamo che il mio lavoro è antitetico a quello
del Minimalismo americano. Loro hanno usato materiali assolutamente
non ricercati, al contrario io invece uso, proprio perché
funzionali al mio linguaggio, materiali estremamente ricercati
e sofisticati, anche quando lavoro con la luce.
G.C. La ripetizione è un elemento essenziale del tuo
lavoro; vediamo spesso corpi aggettanti dalle pareti fatte
di sostanze vitree o stoffe, animate da motivi preziosi. Da
dove parte la tua ricerca artistica?
C.D. Oltre la forma, il lavoro sull’ambiente e sulla
percezione, un altro tassello fondamentale della mia ricerca
è il suono. In molte installazioni ho costruito insieme
all’idea della luce anche l’ascolto.
G.C. L’uso che fai della luce, come spiega Italo Tomassoni,
è lontana dalle insegne pop e dalle ricerche concettuali.
È piuttosto una luce che diventa scrittura, parola,
assumendo un valore comunicativo autoreferenziale. Penso a
Born to be confused (2004). Questo vale anche per le installazioni
luminose site specific e/o di public art? Come ad esempio
Noi e loro (2007).
C.D. In quel caso ho usato la luce con un sistema volutamente
poco scenografico per costruire delle parole che erano i nomi
di artisti storici insieme ad un loro attributo di conoscenza
collettiva, ad esempio Fontana e il suo taglio piuttosto che
Boccioni e la madre. Anche quello è un passaggio, questa
volta però tra Noi (presente) e Loro (la storia dell’arte,
il passato). Ci perviene così un pezzo di vita emblematico
dell’artista che ne ha costruito il passaggio.
G.C. Un’ultima domanda sulle mostre in corso a Roma,
In Alto e Passages. Per questa occasione hai realizzato due
progetti dialoganti tra loro attorno al tema dell’energia
luminosa, concentrandoti su un elemento meta-fisico per eccellenza:
la luce intesa come aura ultraterrena. Ce ne vuoi parlare?
C.D. Sono due situazioni: nella mostra In Alto c’è
questa idea di cambiare con dei segnali visivi un paesaggio
che è molto importante nella memoria di chi attraversa
quel luogo. I romani sono abituati a passare di lì
senza vedere realmente ciò che li circonda; costruendo
questi segnali ho modificato il paesaggio in modo che chi
attraversa è portato a guardare in alto mediante elementi
di “disturbo” visivo, proprio perché in
quel modo si è costretti a vedere.
Per quanto riguarda Passages, anche lì ho costruito
una situazione percettiva realizzando delle mini fiction in
cui non si arriva mai a vedere il risultato finale di un attraversamento,
di un’azione che si sta per compiere ma non si conclude.
Noi possiamo solo immaginarne la conclusione, ma non possiamo
costruirla concretamente nel presente. Ancora una volta quindi
un attraversamento di uno spazio in un momento virtuale.
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Da sopra:
Veduta dell'installazione luminosa In Alto,
2008. Museo Carlo Bilotti, Villa Borghese, Roma
Veduta della mostra Passages, 2008, Galleria
De Crescenzo & Viesti, Roma. Courtesy Galleria De Crescenzo
& Viesti, Roma
Veduta della mostra Passages, 2008, Galleria
De Crescenzo & Viesti, Roma. Courtesy Galleria De Crescenzo
& Viesti, Roma
Porta con sfondo, 2008, lenticolare e opale,
cm 114 x 80 x 16. Courtesy Galleria De Crescenzo & Viesti,
Roma
Porta con sfondo, 2008, lenticolare e opale,
cm 114 x 80 x 16. Courtesy Galleria De Crescenzo & Viesti,
Roma
Born to be confused, 2004
Noi e loro, installazione luminosa, Palazzo
Reale, Milano, 2007/2008
In Alto, 2008. Frecce di led e neon, altezza
m 3 circa
Sentiero di Stelle, 2007. Diamanti in acciaio
a specchio con leid aivertici, diametro cm 100x110 circa cad.
(collezione ATEL energia)
Shuttle, 2008, lenticolare e opale, cm 114
x 80 x 16. Courtesy Galleria De Crescenzo & Viesti, Roma
Shuttle, 2008, lenticolare e opale, cm 114
x 80 x 16. Courtesy Galleria De Crescenzo & Viesti, Roma
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