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D.R
.I .L L.S.
Due note su Benjamin e il Surrealismo
di Emanuele Dattilo
Se
è vero che ogni momento storico si può leggere
(o si può comprendere), secondo l’imperativo
di Walter Benjamin, esclusivamente attraverso la lente di
un altro momento, attraverso cioè l’immagine
che guizza via, e che illumina per un istante il presente
(come la memoria involontaria nella Recherche proustiana)
inscrivendolo nella rete fitta della Storia, allora è
vero che alcuni movimenti artistici fondativi del Novecento
si rendono leggibili nella loro complessità soltanto
attraverso il recupero di esperienze diverse e sotterranee,
che sono spesso nascoste e camuffate, ma agenti su piani diversi.
Così è per Dada, che ha iniettato nel tessuto
della realtà il veleno di una negazione finalmente
radicale, negazione che agiva sotto vesti civili e indisturbate
nella Romantìk, e a cui serviva quindi la pratica del
readymade e dell’automatismo per mostrare il suo volto
spettrale e rivoluzionario; così è per il Surrealismo,
che diventa leggibile, per Benjamin, esclusivamente nella
costellazione di senso che apre, in quella immagine che –come
si dice di chi sta in pericolo- riassume tutta la vita in
un istante, e che è quasi il comporsi stesso del movimento
artistico.
Ma
il pensiero di Benjamin è un prender fiato, è
frammento che chiama altro frammento, e non va isolato nelle
sue teorie; in particolare i suoi pensieri sul Surrealismo
si rendono forse più significativi se li si avvicina
alla sua riflessione sul Barocco (l’articolo di Benjamin
sul Surrealismo è di pochi anni successivo al saggio
intensissimo ed esoterico Ursprung des deutschen Trauerspiels
- L’origine del dramma barocco tedesco del 1925). Lo
sguardo di Benjamin, la pratica del suo pensiero rivoluzionario
è analogica; di quella stessa analogia che Simone Weil
diceva essere l’unico metodo possibile del pensiero,
“perché così si debba sempre ripensare”.
Ora, qual è lo spettro, l’esigenza che Benjamin
sente essere all’opera sia nel Barocco che nel Surrealismo?
Potremmo definire questo elemento “pratica dell’Illuminazione
profana”. Benjamin parla esplicitamente di questa pratica
nel suo articolo fondamentale Der Surrealismus, apparso su
Literarische Welt nel 1929, saggio in cui Benjamin enuncia
tra le altre cose, come momento essenziale del Surrealismo,
quello che lui stesso considererà una sorta di programma
politico, ossia “l’organizzazione del pessimismo”.
Questa “illuminazione profana”, aura e intensità
dell’esperire benjaminiano, è comprensibile solo
se la si coglie all’interno di una strategia di pensiero.
Sempre
nell’articolo sul Surrealismo, parlando di Parigi, Benjamin
dice “nel mondo, le cose non appaiono diverse. Anche
lì ci sono carrefours dove balenano improvvisamente,
dal traffico, segni spettrali, dove sono all’ordine
del giorno inimmaginabili analogie e intrecci di eventi. É
lo spazio di cui ci informa la lirica del surrealismo”.
Lo spazio del surrealismo è questo sguardo che rintraccia
i segni spettrali e le inimmaginabili analogie. Questo è
forse il punto di maggior prossimità con l’idea
benjaminiana di allegoria, così come ce l’ha
descritta nell’Ursprung, quando per esempio cita Creuzer,
che caratterizza l’allegoria come “quell’elemento
illuminante e talvolta sconvolgente […] connesso con
la brevità. É come uno spirito che repentinamente
appare, o come la luce di un lampo che improvvisamente illumina
la notte”. A differenza del Simbolo, che trasfigura
l’immagine storica alla luce della Redenzione, l’idea
di allegoria, come Benjamin ce la presenta, è questa
arte barocca di mostrarci le cose nella loro finitezza, di
illuminare il carattere peculiare della storia come infinita
distruzione. La salvezza, ossia il momento redentivo che appare
improvvisamente alla furia del nichilista, si dà solo
in un’esaltazione del finito; solo alla luce dell’allegoria
la morte si scopre autoinganno, il teschio si rivela volto
di un angelo. Sia nel Surrealismo che nel Barocco, Benjamin
sofferma il proprio sguardo teologico sulle rovine e concentra
la propria riflessione sul potenziale allegorico, o meglio,
coglie come questi movimenti artistici si rendano dinamici
solo su un piano significante per cui rimandano ad altro,
pur significando solo quella cosa. Lo sguardo analogico è
la potenza che consente di leggere in qualcosa, altro (e qui
è in gioco anche la nozione stessa di critica d’arte),
in cui è possibile vedere quegli eidola che si presentano
furtivi negli schizzi di Klee nel loro cristallizarsi storico
e finito. Un orientamento dello sguardo.
Non si pensi però a una catarsi idealistica, a una
purificazione del finito nell’Infinito, come pensava
l’estetica romantica. Qui è la finitezza storica,
quello che di dimenticato e di represso dalla memoria, individuale
e storica (e politica, ossia il proletariato), viene trasfigurato
in un’immagine determinata, “nella facies ippocratica
della storia come irrigidito paesaggio originario”.
Cosa fa quindi il Surrealismo? “Organizzare il pessimismo
non significa altro che allontanare dalla politica la metafora
morale, e scoprire nello spazio dell’azione politica
lo spazio radicalmente, assolutamente immaginativo”.
Qui entra in gioco l’illuminazione profana. Questa illuminazione
è quindi non qualcosa di trascendente, che viene in
dono attraverso una gratuità divina; piuttosto è
un fuoco che illumina attraverso le scintille dell’allegoria,
che si ottengono solo ‘dal basso’, da sogni e
desideri umani. Il corpo rivoluzionario surrealista è
il campo di tensioni tra momento distruttivo, che annulla
e consuma ogni immagine, e momento salvifico, che mostra una
realtà diversa da quella della coscienza, del soggetto,
dell’infinitamente distruttibile, e che quindi lacera
l’occhio mostrando il carattere dialettico delle immagini.
A differenza di Dada, che in un certo senso assolutizza il
proprio carattere distruttivo, il Surrealismo cerca di penetrare
–secondo le stesse parole di Benjamin- il quotidiano
come mistero, e il mistero come quotidiano.
Pratica dell’interruzione profana: Benjamin, Debord.
Il
Surrealismo è il luogo del pensiero benjamianiano in
cui riflessione estetica e filosofia della storia vengono
quasi fatalmente a coincidere. É essenziale nel programma
surrealista muovere le forze individuali in un cambiamento
storico, in cui si mobilitano le potenze sotterranee per un
capovolgimento sociale. Qui la rivoluzione estetica non basta
più a se medesima, ma esige una rivoluzione della vita
(e questo senso avranno anche tutti gli approdi politici del
Surrealismo, cosa che le altre avanguardie non avranno). Questo
è possibile, per Benjamin, solo con la forza dell’interruzione.
Se infatti la storia si redime, in Benjamin, grazie all’interruzione
del continuum temporale in una sorta di costellazione formata
da momenti passati redenti, la relazione con la realtà
–nell’interpretazione del surrealismo- si dà
proprio in questa segnatura, in questa citazione nel quotidiano
di un elemento magico e sovversivo, cioè in un elemento
altro, decontestualizzato, che non appartiene alla realtà
quotidiana ma è comunque all’interno di essa.
La stessa illuminazione è possibile proprio grazie
a questa capacità di sfibrare le maglie della percezione,
all’infinita possibilità di rilettura del reale
attraverso l’arresto che frena prima del burrone della
catastrofe.
Questa
pratica è resa effettiva nella citazione, ossia in
quel agire che ruba e sposta, che uccide e fa rivivere. Nel
saggio su Kraus, Benjamin parlerà appunto del carattere
distruttivo della citazione. Ma non è nichilismo. É,
anzi, il momento in cui il nichilismo viene superato, in cui
ciò a cui viene tolta la vita, rinasce sotto una nuova
luce. Questo concetto, presente quindi sia nel Benjamin filosofo
della storia, che in quello teorico dell’ebbrezza surrealista
e rivoluzionaria, ci sembra essere centrale anche, come ha
notato acutamente Giorgio Agamben, nella pratica dell’illuminazione
(questa volta, potremmo dire con Debord, incendiaria) del
detournment situazionista, ossia di quella pratica che si
propone di contrastare il flusso continuo dello spettacolo
con la citazione decontestualizzata, utilizzata dall’arbitrio
di chi la ripropone, secondo il significato che più
gli sembra consono.
Già
Lautrémont aveva utilizzato questa tecnica del riciclo,
dei frammenti citati nella composizione del mosaico ironico
delle Poésies. Il genio di Debord la userà come
arma, nei suoi film e nei suoi scritti: “Il detournement
come negazione e come preludio”, lo chiamerà,
citando Asger Jorn che diceva il detournement essere un gioco
dovuto alla capacità di devalorizzazione. Questa capacità
di reimpiego dell’esistente, in una situazione nuova,
è l’illuminazione situazionista. Non a caso Debord
avvicinerà, parlando del suo capolavoro cinematografico
In girum imus nocte et consumimur igni, la pratica del detournement
alla architettura barocca, e ne descriverà la luce
“che si propaga in linea retta”. É qui
che Benjamin e Debord si incontrano nella pratica rivoluzionaria;
non nel progressismo cieco dell’ortodossia marxista,
non nella bieca condizione di ‘critici’ o ‘artisti’
rivoluzionari. Piuttosto in questa idea dell’impossibilità
di una realtà ‘integra’, e quindi nel bisogno
e nella necessità di frammentarla, di decomporla.
Nella
poetica artistica situazionistica, sia cinematografica che
letteraria, sarà esattamente il modo per far sì
che le immagini non si cristallizzino nello Spettacolo. Se
lo Spettacolo è infatti questa magica nube nel deserto,
che guida e protegge ogni spettatore, proiettando su di esso
la propria ombra, allora l’interruzione diviene il raggio
luminoso che trafigge la nube, illuminando lo spettatore di
un’altra luce.
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Da Sopra:
Manifesto della Società dello Spettacolo di Guy Debord
Georges de la Tour, Madeleine à la veilleuse, 1642-1644
Ritratto di Walter Benjamin
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