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"La
scimmia che fa"? Certe domande di Simonetta Lux a Naoya Takahara
di SImonetta Lux
Incontro oggi di nuovo Naoya Takahara a tu per tu di fronte alle
nuove opere quasi dieci anni dopo aver scritto del suo lavoro :
"Pezzi di un palazzo futuro".
Era il 1995, ed insieme restammo affascinati a Bomarzo dalla storia
di un laico antelitteram come Vicino Orsini, negatore nel 1500 di
tutti gli integralismi religiosi (basta leggerne le lettere, pubblicate
da Horst Bredekamp) creatore a Bomarzo oltre che di un Palazzo,
di un Sacro Bosco, nel quale si intrecciavano in grandi sculture
sintesi e citazioni delle recenti scoperte di popoli e continenti
insieme a fantasie erotiche o percettive e spazialità spaesate.
Dicevo "pezzi di un Palazzo futuro", pensando allo svelarsi - attraverso
i nostri colloqui e attraverso una concertata esplorazione delle
sue opere- di ciò che pareva dividere e angosciare l'identità
dell'artista e dell'arte stessa: ansia e desiderio di una conoscenza
universale, spaesamento, affermazione tuttavia di una conoscenza
individuale, soggettiva, limitata, che potesse tuttavia essere universalizzabile.
La strana solitudine delle opere di allora, che parevano attendere,
stanti "in mezzo a forze cieche e distruttrici", proprio come pezzi
di un palazzo futuro, fiorisce ora - come appare nel concludersi
di questo nostro colloquio intervista - il senso dell'aprirsi di
un nuovo orizzonte, un nuovo senso dell'arte.
Che sorpresa quando a conclusione dell'ultima risposta proprio la
parola ORIENTE, giocata sul calembour ironico combinatorio dell'arbitrarietà
del colore (rosso) delle "lettere" rispetto al "senso", traccia
la via di uscita dalle contrapposizioni antiche: geografiche? Ideologiche?
Insomma via d'uscita dalla madre di tutte le contrapposizioni: quella
tra oriente e occidente.
Proprio come la proscimmietta "tarsio" dal pianeta, eccolo saltar
fuori dal vicolo cieco dell'opera chiusa e del confinamento delle
culture: ma come, con quali mezzi?
con lo slittamento dei piani
con lo scambio dei sensi
con il disorientamento basilare
con la pratica della discrepanza tra vedere ed essere
con le tassonomie assurde
con lo svuotamento delle trappole del senso e del consenso.
Prima domanda:ma come, una dedica "A Pasolini", quale autore più
lontano e differente!
1 S. l.: Titolo dell'opera"A Pasolini": vi sono elencate tutte le
piazze e vie che sono "nascoste" nel nome di Pier Paolo Pasolini.
N.T.:"Mi sono limitato al Centro storico di Roma. Ti ricordo che
Pasolini nei suoi romanzi citava sempre via tal dei tali e piazza
tal dei tali"
2 S. l.: La geografia e il caso:una regola apparente?
N.T.: Non è il caso né casuale. La geografia nasconde
sempre i luoghi la storia il tempo le epoche.
3 S. l.: E questo ti disturba? Perché notarlo adesso?
N.T.: Devo dire che geografia mi ha interessato da sempre. Mi piace
pensare, immaginare davanti a una carta geografica. Davanti una
carta geografica, se comincio a guardare, l'immaginazione ingrandisce
ingrandisco e non finisce mai. Puoi giocare col tempo o con lo spazio
o con la storia. Questa cosa mi stimola.
E per creare qualcosa.
4 S. l.: Sembri molto diverso da un personaggio scrittore e uomo
come Pasolini . Invece questa scelta mi dice qualche cosa di diverso.
E' una cattura "automatica" questa di questo autore?
N.T.: Pasolini lo stimo molto anche se il carattere è molto
diverso da me. Lui infine vuole creare una poesia, qualcosa di poetico.
Ma per fare uscire questa poesia lui deve usare un metodo volgare,
delle volte. Però proprio forse a lui serviva questa brutalità
per fare uscire questa poesia, qualcosa poetico.
Alla fine e senza questa poetica ha qualcosa comune con qualcuna
delle mie opere. Come astrazione, come modo di fare uscire qualche
cosa poetica.
5 S. l.: Grazie. La tua idea di procedimento mi intriga, sia nel
particolare sia in generale.
Questa altra opera ha il titolo:"Errore", poi numerata man mano
che si realizza.
Questa opera in particolare è "Errore 2"
N.T.: In questa opera il segno parte da destra e cercavo di fare
una riga dritta perfetta, utilizzando il mouse, con il programma
Paint.
6 S. l.: Perché sbagliavi?
N.T.: Sbagliavo perché col mouse non puoi disegnare come
vuoi tu. Contro la tua volontà il mouse fa errore.
7 S. l.: E' dunque la mediazione , rispetto al programma Paint,
a farti errare?
N.T.: É
8 S. l.: Come si esprime, attua la volontà nei confronti
della macchina?
N.T.: Di solito la macchina, l'uomo fa funzionare la macchina, qui
invece è un po' di contraddizione, più tu vuoi disegnare
bene, più usando il mouse ti toglie la tua volontà
di fare bene. Quindi per me è interessante questa contraddizione,
a macchina ti tradisce. La macchina crea un disegno automatico.
9 S. l.: La macchina contrasta veramente la tua volontà o
solo quella tua particolar abilità 'artistica'?
N.T.: Direi che questo contrasto - che proprio ho voluto - già
lo sapevo che avrei sbagliato col mouse.
Questa funzione o non funzione proprio ho preso questo metodo di
disegnare col mouse perché è quasi una collaborazione
con la macchina, La metodologia è mia, ma chi fa l'opera
è la macchina.
10 S. l.: Dunque più che la "mediazione" tu senti la separazione
tra la tua mano e la opera o apparizione?
N.T.: Esattamente. Perché questa opera non serviva o dovevo
evitare la mano dell'autore. La mano dell'artista che crea l'opera
al cento per cento.
Se ho fatto tutto con la mia volontà diventa una cosa che
rimane nel mio mondo poetico.
11 S. l.: Invece?
N.T.: Invece con la collaborazione con la macchina diviene qualcosa
di tentativo di creare un altro orizzonte.
12 S. l.: Grazie. Ecco un altro elemento intrigante: uscire dal
proprio mondo poetico e traguardarne un altro.
N.T.: Questo è secondo me un tema attuale di tutta l'arte
contemporanea.
13 S. l.: Da quando vivi o dei tempi più recenti?
N.T.: Dei tempi più recenti
14 S. l.: Riguarda secondo te soprattutto il mondo della tecnologia
nuova informatica in particolare?
RÉ.
15 S. l.: Questo desiderio nuovo!
N.T.: Comunque le nuove tecnologie non è che mi interessano
molto. Mi interessa molto di più la vita quotidiana. Ma poiché
le nuove tecnologie entrano molto nella vita quotidiana, reagisco.
Però sempre nel livello di vita quotidiana.
16 S. l.: Infatti anche le dimensioni sono le basiche :A4.
Ecco:"Fontana e T N".
N.T.: Aperto il libro sulla pagina che spiega i "buchi" di Lucio
Fontana, ho fatto diversi "Carotaggi" e con i cilindri derivati
ho formato le mie iniziali:
N. T . , collocandole come scultura alla base del libro mostrato
aperto.
17 S. l.: Lucio Fontana è tra i tuoi maestri ideali?
N.T.: E' sicuramente un artista che ha fatto la storia e mi lascia
i suoi compiti e i suoi problemi che ha ancora da risolvere. Quindi
un artista molto importante. Per questo motivo ho scelto proprio
i suoi "buchi".
18 S. l.: Quali problemi , intendi dire, ci ha lasciato in eredità?
N.T.: Soprattutto il problema dello spazio cioè tra bidimensionalità
e tridimensionalità. Pure il problema della superficie
19 S. l.: E' come dire in relazione all'oggi , l'irrisolto connubio
tra invisibile e visibile, tra virtualità e realtà?o
è qualcosa di più, o è cosa che riguardi solo
l'arte?
N.T.: Da quando ha fatto dei buchi o tagli, la tela non è
più bidimensionale.
Solo che noi viviamo dopo i suoi buchi , i suoi concetti spaziali,
che era un fatto rivoluzionario.
Allora adesso finalmente io posso osservare i suoi buchi con una
certa distanza . E dico con gli avanzi dei buchi, forse Fontana
non si è preoccupato.Poi queste bidimensionalità e
tridimensionalità le uso, vedo col libro che l'accumulo dei
fogli...
20 S. l.: Questa serie :"Bottone della verità"?
N.T.: L'opera è realizzabile in diversi materiali e dimensione.
L'idea è per la prima volta del dicembre 1996, quando ...
A quella epoca pensavo sempre con una azione minima si cambiasse
un oggetto in un altro, o da una funzione a un'altra o da un'immagine
a un'altra.
L'anno precedente avevo realizzato "Doppia".
In questo caso prendendo un bottone e collegando 2 dei 4 buchi appare
un volto, e bocca larga. Il "bottone" è moderno, la "Bocca
della verità" antica e compio quindi un salto nel tempo e
del tempo, ma anche una ironia verso Lucio Fontana, poiché
i buchi esistevano prima di lui.
Ora prendendo l'immagine della Bocca della verità a RomaÉ
21DÉ.
N.T.: Io penso sempre come realizzare l'opera. Volevo accorciare
la distanza tra la mia idea e l'opera realizzata, come l'idea stessa
diventi un'opera. Volevo realizzare col metodo più semplice
possibile, desiderando che l'idea rimanesse cruda e flagrante. Quindi
prima di realizzare penso molto e faccio diverse prove per eliminare
quello che non serve.
22 S. l.: Bottone, plastica, marmo, carta, grafite, disegno, scultura
, ready made aiutato
Ecco: "Pianeta ", 2003, quasi l'ultima.
Materiali e tecnica: ritagliare da 20 libri circa delle corone circolari
che vengono incollate ad una sfera di legno; prima del completamento
dell'incollaggio alla sfera di legno vengono intagliate delle figure
che rappresentano, in questo caso, animali preistorici e l'uomo
primitivo (nel caso di "Globo" si tratta di animali simbolo del
mondo animato del pianeta terra).
N.T.: Anche qui dice Naoya volevo mettere un po' di storia del tempo.
23 S. l.: La scimmietta che fa?
N.T.: Si tratta della proscimmia Tarsio, che dicono sia l'antenato
dell'uomo, in quanto antenata della scimmia.. Per questo la ho collocata
fuori dal mondo che tenta di fuggire verso l'alto, e nello stesso
tempo fa anche la guardia del mondo e osservatore.
24 S. l.: Perché si arrampica?
N.T.: Sulla superficie della sfera ho inciso la figura della scimmia
che dunque esce fuori: così accentua "il piano" e " il solido"
, nella cui ambiguità è il concetto di questa opera.
25 S. l.: Perché rifletti sulle due dimensioni?
N.T.: Sempre per questa ambiguitˆ di bidimensionalità e tridimensionalità.
26 S. l.: Che è una cosa tua ricorrente: penso alla serie
"Two seas" del 1992, " Il cubo e il prisma si somigliano" del 1992
"Due cilindri e un quadro astratto" del 1990, nei quali mi pare
che questa ambiguità sia in verità articolata sulla
"fissità" delle parole e sulla diversa concettualità
della percezione. Scegli due carte geografiche diverse e le accatasti
in due colonne che appaiono ugualiÉ.
N.T.: La carta geografica è bidimensionale; accumulandola
diventa tridimensionale, diventa proprio un pezzo di mare, appare
così nell'immaginazioneÉ bluÉ
27DÉ.
N.T.: Poi questo accumulo rappresenta sempre un'idea del tempoÉ
20 S. l.: Quindi una concentrazione dell'"idea" o della "memoria"
del tempoÉ
"Isole e laghi" , del 1992
"Isole e laghi 1400 ", del 2003
Ho intagliato i laghi e le isole simili del mondo e le ho dipinti
rispettivamente di rosso e di nero.
29 S. l.: Li hai sovrapposti in modo arbitrario, ma la loro scala?
N.T.: In quella del 1992 ho mutato la scala portando le figure a
una somiglianza di proporzione.
Invece nel 2003 ho lasciato le figure nere i laghi che sono più
grandi delle figure rosse, le isole, perché? non qui non
c'è sfondo di carta del globo.
30 S. l.: Quindi arbitrarietà totale, una sfida del tempo?
Che fai, ti approfitti della storia? cioè della antichità
della carta geografica che è del XV secolo?
N.T.: No, è interessante vedere le carte geografiche di quell'epoca:
hanno delle forme semplici, più grossolane che di per sé
sono già "artistiche"
31 S. l.: Già arbitrarie come le tue?
N.T.: Sì proprio così.
32 S. l.: Tema qui dominante mi pare il fuori scala, la sproporzione
tra significante e significato, anzi francamente un'ironia sulla
validità degli strumenti di mappatura convenzionale che l'uomo
si è dato per controllare il mondo.
N.T.: E poi se non lo sai il titolo, in queste figure puoi vedere
animali uccelli o figure strane...
33D Ti piace incantarti incantarciÉe poi
N.T.: Si, il "concetto" è molto importante per creare un'opera.
Però se non lasci margine di immaginazione per il pubblico,
allora l'opera diventa chiusa.
34D Perché mi dici questa cosa del concetto, non è
forse l'elemento mentale, concettuale quello che ti sta in modo
dominante a cuore?
N.T.: Infatti questo concetto di "tentare" di creare un'opera è
il mio ,la base della mia creativitàÉ.
35D In che senso per e esempio quando hai iniziato, anzi raccontami
del progetto incompiuto dell'universitàÉ.
R L'opera era concepita così: davo un tema in ogni lezione
o un metodo in ogni lezione, per tentare di fare un'opera, per esempio:
parole dentro frasi
azione minima
ingrandimento
somiglianza
l'opera ideale (l'opera che vuoi fare tu o che vuoi vedere tu)
36D e poi che fai ?
R Aspettavo che le idee degli altri dovessero essere molto diverse
da meÉ
37 S. l.: E invece?
N.T.: Dico questo perché ultimamente mi interessa molto di
farlo entrare nella mia opera l'idea degli altri.
38 S. l.: e Dunque ?
N.T.: Alcune idee erano interessanti e stimolanti
39 S. l.: E tu dunque come procedi con le tue "tentazioni"?
N.T.: ÉComunque il tentativo è continuo perché solo
con questo modo di fare posso continuare a creare
40 S. l.: Che cosa è entrato nella tua opera dagli /degli
altri?
N.T.: Per esempio "Isole e laghi" non è che ho fatto io,
ma sono delle cose già fatte da altriÉ
41 S. l.: Quindi il ready-made non solo entra pienamente anche in
te, ma diventa una filosofia relazionista?
Possibile?
N.T.: Sì questo è veroÉ
42 S. l.: E l'"altro" che fa, accetta, si rifiuta? Di darti parte
di sè, o un suo factum?
N.T.: Comunque quelli che sono venuti hanno partecipato con grande
interesse attivamente. E' difficile tirare fuori l'idea profonda
degli altriÉ
Perchè l'uomo adulto è pieno di preconcetti, e il
mio compito di fare "tentativo di opera" è annullare tutto
ciò.
43 S. l.: Da quando sei consapevole di questo tuo ruolo come artista?
N.T.: E comunque un fatto recente. Per me è un grande cambiamentoÉ
Di non rimanere solo nel mio mondo É modo di pensare É
44 S. l.: e perchè? Per quale ragione? Di questi tempiÉ
N.T.: Per non finire di continuare a produrre le opere varianti.
Cioè non produrre opere le stesse opere con variazioni
45 S. l.: Per non fare uno stile! certo questo tu non l'hai fatto
neppure prima.
Ti ricordi, Breton nel 1924 sceglie Picasso come "surrealista" nel
concetto, come colui che non ha avuto paura di cambiare "lasciando
fuggire la preda per l'ombra", rischiando tutto pur di non ripetersi!
Vedo però qualcosa di più, infatti cominci con un
poeta a fare questo gioco (Pasolini), come per entrare tu in un
luogo di lui che neppure lui conosceva!
Così con i geografi, con i matematici, con gli scrittori,
alla fine con gli studentiÉ
N.T.: Insomma, ora mi sento di arrivare e incontrare . Un punto
morto importante di senso più profondo dell'unitˆ tra cultura
occidentale e quella orientale. Io di solito non penso questa cosa.
Non penso di essere un artista giapponese. Ora mi sento tuttavia
di arrivare a un punto ben amalgamato, a un senso unitario !
La generazione precedente gli artisti giapponesi pensavano sempre
questo punto di scontro tra oriente e occidente. Io non ho mai avuto
questo problema, perché cercavo delle cose comuni che abbiamo
come uomo , per natura.
Dunque un senso unitario, un senso comune del pensiero dell'uomo.
46 S. l.: Ma ecco l'ultima opera che discutiamo. Ma come, "Oriente?"
N.T.: Diciamo autoironia.
Sono ben sempre nato e educato in oriente, ma l'opera che gioca
sulle vocali e consonanti contenute nella parola "oriente" ( e che
nello scrivere l'autobiografia scrivo rosse ogni volta che ricorrono
nel testo di essa)É
47 S. l.: É non sarebbero più appartenenti all'"oriente"
di quanto non appartengano agli antichi popoli "etneori" !
N.T.: Si, magari!
Simonetta Lux, 1/7 gennaio 2004
Pezzi di un palazzo futuro
di Simonetta Lux.
Potremmo rivolgere all'opera di Takahara l'aforisma del
suo primo maestro del tempo degli studi tra il 1972 e il 1976,all'Università
d'arte Tama di Tokyo,il grande artista del Mono-ha Lee Ufan:
"In veritˆ il lavoro del pittore,invece di dare pace alla mente
e serenità alla gente,è tutto volto ad esplorare in
che misura lo sguardo della gente possa essere distolto dalle cose
che essi hanno sempre creduto essere la realtà".[1]
La questione di un'arte che non consoli,che non rispecchi,che non
sia manipolatrice di consenso, che non illuda , e che invece sia
organo di un libero giudizio sul mondo che ci circonda,è
in verità al centro di tutta l'esperienza artistica del secondo
dopoguerra,sia in occidente che in oriente.
Postasi ,negli anni dell'Informel,come questione della crisi
non solo politica ma culturale generale delle società uscite
dalle dittature tra le due guerre, essa diviene a partire dal finire
degli anni cinquanta una questione che riguarda il regolarsi dei
rapporti tra l'uomo e la società della produzione industriale
avanzata e di massa ,per divenire poi , dalla metˆ degli anni settanta
,problema della condizione dell'uomo nel mondo della pressione della
comunicazione audiovisuale planetaria.
Naoya Takahara appartiene a questa ultima generazione, che trova
già profondamente rivoluzionato lo statuto stesso dell'arte
e della sua filosofia , permanendo una profonda inquietudine verso
il proprio mondo e come un senso di umana insoddisfazione sensuale
nei modi di relazione non solo con esso ,ma anche verso tutto il
patrimonio culturale ereditato dalle esperienze della forte generazione
precedente. A ciò si aggiunga anche un desiderio di riconoscimento
dei valori della tradizione teorica ed artistica più antica
,dalla classicità al Rinascimento , di cui avevano fatto
tabula rasa le avanguardie storiche e le neo avanguardie
del secondo dopoguerra che avevano voluto la nascita di una nuova
langue.dell'arte.
Nella Tokyo della prima metà degli anni settanta ,dove Takahara
compie la sua formazione , indubbiamente il polo di attrazione più
forte è il movimento ,maturato intorno al '69 - '70 , detto
della "Scuola delle cose" : Mono ha - dal quale peraltro
Takahara si differenzierà in modo sostanziale. Proprio nell'Università
Tama insegna Lee Ufan , una figura artistica e teorica altamente
significativa del movimento stesso . Né il Mono ha né
Lee Ufan erano allora apprezzati e famosi come oggi [2 ] , ma assai
significativi nell'ambiente artistico e per chi voleva capire. Se
l'insegnamento di Lee Ufan , niente affatto tecnico ma tutto concettuale
e riflessivo , un po' leonardesco , rappresenta l'iniziazione alla
posizione mista di fascino e repulsione per il mondo dei prodotti
della società industriale e alla ricerca ,peculiare del Mono
ha , per elaborare un proprio linguaggio artistico attraverso
le cose.
Quali Cose? Tutte,siano oggetti industriali o manufatti o materie
naturali o semilavorate.
Si usano le cose date come tali ,e poste in relazione tra loro o
con l'ambiente,ma senza creare opere come prodotti artificiali o
"artistici". Ogni cosa o materia è se stessa ma anche forma
:una superficie (pelle,macchia ,fessura ) è superficie in
quanto oggetto reale , ma anche superficie come superficie pittorica.
La ricerca , che scandisce la propria diaspora dall'idea della pittura
in senso tradizionale , va tuttavia anche oltre le cose stesse :nel
luogo del loro incontro con l'esistenza e per un potere che è
al di lì di se stesse (le cose fisiche sono sostituibili
),cioè per ciò che evocano e per ciò che nascondono
(la strutturalità invisibile , ad esempio , assente ).
L'affermazione della discrepanza tra vedere ed essere
affermata prima da Jiro Takamatzu e poi da Lee Ufan , comporta una
sfiducia verso la realtà e i suoi valori costituiti e un
basilare orientamento a convertire "l'ambiguità del vedere"
in "scoperta dell'essere ". E' proprio Lee Ufan che critica l'importanza
data dall'occidente all' 'oggetto" e auspica la "trasparenza dell'esistenza".
Il suo percorso eccentrico sulla via del rapporto tra cosa e manipolazione
della visione , la ricerca dell'assenza come medium (cioè
quell'elemento invisibile che è presente nelle ombre , nelle
immagini ,nelle configurazioni spaziali ) significa avviare alla
coscienza critica e al superamento dell'attitudine intellettualistica
alla manipolazione.
E tuttavia ribadisce ,nei suoi colloqui , che è la manipolazione
intellettuale della realtà a far riconoscere la separazione
tra il vedere e l'essere e restituire così
all'individuo spirito critico contro la manipolazione di sé,come
avviene grazie all'operazione artistica . Il giovane Takahara ha
tuttavia un altro punto di riferimento , che lo sottrae se non alla
filosofia alla langue , della Scuola delle cose : è
la cultura italiana dei primi anni sessanta (antecedente alla nascita
dell'Arte Povera ) cioè la scuola concettuale di Giulio Paolini
,Piero Manzoni e ,da Roma ,la Scuola di Piazza del Popolo ,in particolare
le figure (conosciute attraverso esposizioni e testi) di Sergio
Lombardo ,Maurizio Mochetti,Tano Festa .
Questo polo di riferimento è assunto da Takahara non come
"modello" , ma come un "ponte" verso la misura classica delle fonti
rinascimentali dell'arte e con l'occhio " tagliato " di un giovane
che sta nell'età post-industriale . Naoya Takahara lascia
le "cose" alle sue spalle , reinterroga i mezzi antichi ( la pittura
) lungamente sfidati dai suoi stessi maestri. Se reimposta lo statuto
dell'arte lo fa nella coscienza della propria peculiare condizione
storica, lo impone come relazione concettuale tra cose e immagini,
e tra sé e le cose. Naoya reintroduce così prepotentementi,
dagli inizi del suo lavoro a Roma alla fine degli anni settanta,
tanto la questione della pittura e della superficie (accanto a quella
dell'oggetto plastico ) -insomma la questione del "fare" - quanto
la questione dell'esistente e dell'"essere esistente ".
Già in una serie , della fine degli anni settanta, di pitture
modulari , Senza titolo , Naoya Takahara trasforma la percezione
del più tipico oggetto ambientale romano, la finestra a persiana
semiaperta (che giˆ piacque a Duchamp e poi a Tano Festa ), in una
figura geometrica modulare ad Y, che poi organizza a collage o ad
acquerello come una serie di variazioni cromatiche su tinte tenui
,dichiarando, per così dire , la netta separazione dalla
sua percezione attrattiva della cosa dalla realizzazione artistica
(rompe il legame con la fonte generatrice ,lasciando solo nel fare
una traccia iconica dematerializzata ).
E nella serie Senza titolo iniziata nel 1985 ed esposta a Roma in
una mostra dal titolo significativo LEGNO,organizza un po'
"neoplasticamente " ma da dentro una condizione post-moderna , dei
quadrelli di legno dipinto a acrilico in vivaci colori non primari,
come uno strutturalismo "minore" , che annuncia la sua attrazione,
vero e proprio amore, per la geometria ed i volumi elementari. Come
una memoria del Costruttivismo, "scaricato" dell'ideologia storica
produttivistica che nutriva il movimento russo negli anni venti.
Solo quel titolo fugace, "legno", segnala un interesse primario
per la materia, che sarà soggetta ad una cura e ad una manifattura
esecutiva dall'apparenza "meccanica", come se Takahara ribadisse
il contesto in cui opera (il mondo della tecnologia ), ma ne recepisse
solo delle "qualità" astratte (misura, ordine, perfezione),
smaterializzandole .
Il "fare", il piacere dell'esecuzione, che come sappiamo è
stata una peculiarità delle nuove generazioni artistiche
a partire almeno dalla fine degli anni Settanta, si presenta in
Takahara come fattura essenziale e precisa, non emotiva, dapprima
con timidezza, come nell'opera dell'88, Senza titolo, legno
e acrilico su tela, nella quale una tela dipinta di bianco è
incapsulata in un sistema di strutture elementari di legno, che
sono come risultato di una specie di movimento e di prolungamento
- continuamente interrotto - del telaio appunto di un quadro, quasi
ad indicare una componente nascosta di energia nei quadri,
nella materia , negli oggetti .
Il ritorno al "fare" è la principale trasgressione di Takahara
rispetto alla "Scuola delle cose" ma anche rispetto a quella cultura
italiana del concettualismo e della materia controllata " classicamente"
(pensiamo agli achromes di Manzoni , ai concetti spaziali
di Fontana,ai legni di Burri ), che pure lo aveva attratto
lontano dal suo paese .
Tuttavia l'interesse per le "cose " persiste in Takahara ma per
"cose" diverse. L 'artista "cosalizza", trasforma in "cose", figure
geometriche , volumi plastici elementari (il cilindro , il parallelepipedo
,il cubo ), il "quadro" stesso , immagini standard della comunicazione
sociale (carte geografiche )., attraverso una ideazione di "complessi
plastico-concettuali" nei quali enuncia il gioco ambiguo e contraddittorio
del rapporto tra immagine e oggetto e tra noi e la realtà:
privilegiando l'arte come via alla conoscenza di tale ambiguità
del reale e facendo dell'illusionismo della pittura una arma per
districare tale ambiguità.
Due cilindri e un quadro astratto (1990,legno,cotone,acrilico
) è un'opera costituita da un oggetto/bicilindrico (legno
"dipinto" di bianco ) e di un quadro/oggetto (ma in tutto e per
tutto " quadro ") nel quale è dipinta una croce irregolare
, come se fosse una proiezione in sezione dei due cilindri collocati
accanto.
Dico "in tutto e per tutto quadro" ,poiché Takahara non usa
mai la dizione "acrilico su tela" per indicare la tecnica,ma elenca
sempre le "materie" con cui realizza l'opera ,come se "assemblasse"
un oggetto , una scultura , escludendo la denotazione di pittura.
Inoltre i quadri che fanno parte dei complessi plastico / concettuali
di Takahara sono costituiti di una tela di cotone di trama molto
fitta e grossa e tirati su un telaio fatto di quadrello di legno
a sezione di dimensione inconsueta (4 o 5 centimetri) e incorniciati
da una struttura tettonica anch'essa fatta di legno naturale sempre
di quel grosso spessore : in modo tale che nel suo insieme il quadro
è una combinazione plastica ed ottica fatta di una struttura
plastico/ottica lignea (convenzionalmente : la 'cornice' ) , che
racchiude un altro oggetto plastico , il grosso cotone intelaiato
, dentro il quale è una immagine: una figura geometrica nera,
che in questo caso Takahara ha eccezionalmente ha definito "astratta".
La immagine non è in verità una figura geometrica
astratta , ma è la figura concreta ,rappresentata prospetticamente
ma come in "assenza di luce", dei due cilndri sovrapposti disposti
accanto .
Immagine ed oggetto (cosa e elaborazione visuale ) entrano in tensione
ed associazione integrata che avviene mentalmente e percettivamente,
in un continuo slittamento da un piano all'altro.
Takahara vorrebbe ,alla fine, riaffermare i diritti dell'illusionismo
pittorico, anche - al limite - come "generatore " dell'oggetto plastico
, e viceversa . Le due realtà separate appaiono collegabili
sono attraverso l'operazione mentale che le associa : il "quadro
astratto" ,e in genere l'immagine dipinta, l'arte, è insomma
realtà "concettualmente istituita ", che necessita di tale
relazione con mondo delle "cose", ma che si può realizzare
solo in assenza delle condizioni materiali di tale realtà
( immagine senza luce ) .
Lo sguardo trascorre sui due elementi di cui è costituita
l'opera, li identifica in quanto immagine (croce) e in quanto
oggetto (cilindro) , finché il nostro guardare non
viene intercettato dal processo mentale, distolto dalla materialità
delle cose, liberato in una dimensione quasi dechirichianamente
metafisica .
Così avviene anche in Cubo e prisma si somigliano,(1992),
acrilico su cotone, carte stampate e legno , 230 x 190 x 41).Cubo
e prisma , sono dipinti in prospettiva ma senza luce, come è
sempre in Takahara. Tanto è vero che dobbiamo attivarci
per " leggerli " nella figure dipinte, che visualmente sono un ettagono
e un esagono. La dichiarazione di somiglianza , già incentrata
sulla apparenza della doppia dissimiglianza dell'immagine e della
parola che la denota (anch'essa dipinta ) e delle due immagini tra
loro, si attua nel trasferimento dell'immagine nel foglio, smarginata
su due lati e un angolo.
L'immagine - oggetto ( il foglio con dentro l'immagine , o della
sezione del cubo o della sezione del prisma ) viene "incolonnata"
e il colore incorporato nel supporto diventa un volume elementare,
un corpo plastico che è effettivamente tale. In questa dimensione
ben convivono gli ambigui statuti dei due elementi dell'opera: il
quadro che tuttavia è anche oggetto plastico ( diremmo
scultura nel senso della 'tradizione' dell'avanguardia storica)
, l'immagine nel quadro (il rettangolo) che oltre che figura
geometrica è pensabile come sezione del cilindro,
il cilindro che tuttavia, oltre che oggetto plastico
e volume semplice, è anche pittura, nell'accezione
della manifattura artigianale ma anche della perfezione tecnica
quasi meccanica della stesura.
Anche in questo ciclo di opere sottintende un concetto di energia,che
sovrintende tanto alla creazione quanto alla percezione dell'opera
d'arte, come Takahara la intende, un'idea di energia che riunisce
in sé tanto la concezione dell'arte inscritta in Giappone
nei due ideogrammi della parola "arte" che significano "bellezza"
e "tecnica" quanto quella occidentale inscritta nella storia dell'arte
europea del XX secolo,svoltasi a partire da Marcel Duchamp e da
Giorgio De Chirico sulle linee combinate della esperienza concettuale
del mondo e dello spaesamento metafisico della condizione dell'uomo
nell'età della tecnica. Che la questione dell'immagine e
della sua ingannevolezza rispetto al reale e la segnalazione dell'ambiguo
processo di scambio sempre in atto tra realtà e immagine
sia questione centrale nella storia di Takahara e del suo relazionarsi
al mondo della tecnica e della apparentemente "certa " comunicazione
per modelli, ha ancora evidenza in opere come Cubo e prisma si
somigliano (1992, acrilico su cotone , carte stampate e legno
) o in Senza titolo (1991, cotone , acrilico , carta , tecnica
tipografica ) .
Quest'ultima opera è composta di cinque elementi ,un quadro
e due aggregati plastici ciascuno di due elementi (due pile di fogli
di carta A4 di diversa quantità e altezza, poggiati ciascuno
su una colonna - cilindro trasparente di perspex con base di perspex
a forma di corona di cerchio o di sezione orizzontale di un cilindro
e con piano rispettivamente di perspex o di metallo).
Il pentagono rettangolo dipinto sulla tela è fatto stampare,in
formato minore ,dall'artista su fogli di carta :7000 fogli in blu
e 6000 in nero,in modo tale che i due lati ortogonali del pentagono
siano scontornati e corrispondano a due lati di ciascun foglio corrispondendo
con uno dei suoi angoli.
I fogli disposti l'uno sull'altro ,con la corrispondenza dei lati
scontornati,danno luogo a un parallelepipedo di carta che presenta
su due delle pareti due rettangoli rispettivamente blu e neri .
In sostanza il sovrapporsi delle immagini orizzontali del pentagono
danno luogo a un parallelepipedo,cioè a un oggetto plastico,
che ci segnala di contenere in sé un solido irregolare dalle
pareti perpendicolari , che scopriamo avere per base un pentagono
rettangolo solo guardando sull'immagine stampata sul foglio superiore
della pila di carta.
Tale immagine è anche la sezione del solido.
Ancora una volta è affermato,ambiguamente e metafisicamente,
il ruolo dell'immagine dipinta per istituire una realtˆ fisica e
plastica virtuale e reale nello stesso tempo.
Nel ma,come abbiamo visto, la pittura c'è, il quadro mai:
dunque questa eliminazione della pittura (ancora in Isole nel
mondo e Laghi nel mondo: acrilico su carta ) è
l'approdo alla relazione di sé col mondo, non solo tramite
la percezione visuale ( che ha integrato con la azione energetica
e metafisica concettuale), non solo tramite il rapporto illusionistico
-mentale (che ha integrato con perfezione meccanico - artigianale
della stesura e della esecuzione,nel perenne gioco di ambiguità
che caratterizza questo artista ) ma anche con una specie di invisibile
movimento dell'immagine verso / dentro l'oggetto oppure dell'oggetto
verso/dentro l'immagine, una specie di concettualismo " metafisico
". E qualcosa di "metafisico" ,anzi di "neo - metafisico ", come
un gioco della casualità e dell'assurdo vigente tra denominazioni
e immagini apparentemente indiscutibili, è all'opera nei
lavori degli ultimi anni di Naoya Takahara , come in Isole nel
mondo del 1992 (acrilico su carta,70 x 100 ) e in Laghi nel
mondo del 1992 (acrilico su carta,70 x 100).
Sono due opere abbinate.
Naoya Takahara ha scelto le isole e i laghi dalle sagome più
simili e le ha collocate come astratte figure sulle sagome sovrapposte
e ritagliate anch'esse dei continenti dell'emisfero orientale e
dell'emisfero occidentale.
Tassonomie assurde , che rimandano alla irriconoscibilità
delle differenze e delle uguaglianze peculiari della cosa pensata
( i laghi , le isole ). Nell'arte la figura o l'immagine, che non
si vuole più riproduttiva e non può essere geografica,
annulla le differenze.Il pensiero del mondo non è pensiero
delle sue "categorie" o definizioni geografiche ,ma vuol dire ,nel
messaggio più segreto di Takahara , essere cittadini del
mondo - e non di una Nazione o Stato e o Religione -.
D'altronde cercare la similitudine tra cose dissimili non è
forse la via di uscita dalle tensioni nazionalistiche e fratricide?
Questo carattere araldico della forma e del figurare è d'altronde
un'altra memoria della cultura recente: non dimentichiamo che i
percorsi nel monocromatismo e nella figurazione araldica,senza spessore
di fattura o di gesto pittorico, rappresentarono per la generazione
importante di artisti europei della fine degli anni cinquanta -
inizi degli anni sessanta l'uscita dalle inquietudini dell' informel
ed anche il definitivo congedo da una arte di contenuti e di significati
che nel recente passato era stata indirizzata retoricamente a fini
extra libertari ed extra artistici.
Cioè a fini di condizionamento della personalità sin
dal primo apparire dei mezzi di comunicazione di massa.
Lo svuotamento di tali trappole del consenso è stato il gesto
più significativo dei giovani di allora che , seppure privi
della esperienza diretta delle dittature, avevano intuito la necessità
di questa liberazione delle forme, senza per questo ripercorrere
i sicuri e annoianti sentieri dell'astrazione geometrica.
Purificazione, semplificazione, svuotamento aveva voluto dire (
e vuole dire per Takahara ) anche la esibizione dei grandi percorsi
mentali del piccolo ,ma mentalmente ben attrezzato, uomo post-moderno
ed anche la tensione di gesti semplici e non retorici , che sono
oggi "la misura di tutte le cose".
Con Conoscenza del mondo , del 1994 , la parola e il concetto
sono identificati con una Enciclopedia, nel cui corpo , nella cui
oggettualità , viene 'scavata' un'altra conoscenza del mondo:
in quanto artista, scava e ritaglia nella carta del volume la sagoma
convessa , piena e in rilievo delle terre e la sagoma concava ,
vuota , dei mari. E' un ritagliare, incavare,sagomare che, come
forma di "sapere" peculiare quale quello dell'arte, non intacca
le pagine fino al punto della scrittura , cioè si ferma lì
dove si dà una diversa forma di conoscenza .
Nell'ultimo anno, Novecento e Doppia , rinviano a
ciò che oggi divide ed angoscia l'identità dell'artista
e della sua opera: ansia e desiderio di una conoscenza universale,
spaesamento, affermazione di una conoscenza individuale, soggettiva,
limitata, che possa tuttavia essere universalizzabile.
Doppia , del 1995 (legno,macchina da scrivere,135 x 71 x
8o) è un insieme costituito di due sedie , di cui una di
dimensioni comuni , l'altra sovradimensionata, fino a trasformarsi
in "tavolo" dell'altra. A confermare questa sua funzione , su di
essa è posta una macchina da scrivere, un po' antica, con
dentro un foglio sul quale è dattiloscritto :
"Ho fatto una sedia
L'ho ingrandita fino a diventare il mio tavolo ideale.
Era alta quasi doppia .
Naoya Takahara ".
Perché una sedia al posto di un tavolo, a fungere da tavolo?
Perché quella approssimazione - dice infatti : "alta quasi
doppia", proprio nei dati tecnici, dimensionali? Un po' di ironia
, di leggerezza. I materiali sono sempre gli stessi perfettamente
e secondo loro natura lavorati. E' sempre quel pallido legno di
abete,che serviva per il telaio delle prime tele dipinte,che fuoriusciva
nei "legni " dell ' 88, che faceva da cornice (o da 'non - cornice
') al cotone dipinto e che ora serve per la creazione di un oggetto,
funzionale al mondo limitato dell'azione di un individuo e che l'artista
genera come da dentro la sua arte,da dentro la sua tecnica, da dentro
la sua azione, da dentro una quotidianità spaesata .
Come Mobili nella valle di Giorgio de Chirico ,o un ritorno
agli anni dell'infanzia, quando, come dice Breton, ancora si può
sognare ?
Scrive De Chirico nel 1927 [3 ] :
"Si è notato sotto quale aspetto singolare si mostrano letti
, armadi a specchi , tavoli quando si vedono all'improvviso ...
in un ambiente in cui non siamo abituati a vederli . I mobili ci
appaiono allora in una luce nuova, sono rivestiti di una strana
solitudine ; una grande intimità nasce tra loro. Mobili abbandonati
in mezzo alla grande natura, è l'innocenza, la tenerezza
... in mezzo a forze cieche e distruttrici " .
Doppia è nella grande "natura" del mondo tecnologico
e informatico ,con una sua strana solitudine "in mezzo a forze cieche
e distruttrici ".
Pezzi di un palazzo futuro .
** Saggio pubblicato in Naoya Takahara, Avivson, Londra,
1995.
NOTE
1. Lee U Fan, Bijutsu Shuppan-Sha, Tokyo, 1986.
2. Toshiaki Minemura, Che cosa è stato il Monooha? ,
in AA.VV., Monoha. La scuola delle cose, Mondatori_De Luca,
1988, pubblicato per la mostra al Museo Laboratorio di Arte Contemporanea
dell'Universitˆ di Roma "La Sapienza" diretto da Simonetta Lux.
3. Giorgio De Chirico, Statues, Meubles et gènéraux,
in "Bulletin de l'Effort Moderne", Parigi, 1927.
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La mostra di Takahara al MLAC di Roma, giugno
2003

La mostra di Takahara al MLAC di Roma, giugno
2003
"Doppia",
1995

"Globo",
2003

"Fontana
e T.N.", 2003
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