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N°3/4 - 2003
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Il Centro Wilfredo Lam - Incontro con Dannys Monte de Oca
La Biennale dell'Avana
> Il Pavellon Cuba - Intervista a Eugenio Valdes Figueroa

di Lucrezia Cippitelli


Inevitabile presentarsi al pavellon Cuba e chiedere a Eugenio Valdes Figueroa di essere introdotta storicamente in questo spazio.
Figueroa è un curatore e critico indipendente cubano che ha lavorato in numerosi progetti internazionali tra cui la Biennale di Johannesburg nel 1995 e la mostra Utopian Territories: New Art from Cuba, a Vancouver nel 1997. Specialista di arte africana contemporanea, ha lavorato sin dal 1984 alla Biennale dell’Avana come curatore. Contemporaneamente ha seguito il progetto R.A.I.N ., un gruppo di artisti, curatori ed architetti impegnati in progetti che coinvolgono gli spazi pubblici urbani.

L.C. Incontrandoci in questa struttura di tubi innocenti progettata da R.A.I.N per la Biennale, iniziare parlando proprio di R.A.I.N.
E. V. F. Siamo un gruppo multidisciplinare internazionale composto da coratori, critici e architetti. La nostra attività curatoriale si dissolve in un lavoro multidisciplinare. Siamo nati in modo molto spontanea a Los Angeles nel 2000: eravamo un gruppo di persone interessate all’architettura ed agli spazi pubblici che per caso si sono ritrovate in un edificio modernista degtli Anni Trenta. Lo spazio ci ha coinvolto a tal punto da pensare un progetto comune da realizzare appositamente sul luogo.
La nostr attività si svolge sempre con la realizzazione di un progetto comune in cui si colgono gli elementi individuali di ciascuno di noi.
La nostra idea fondamentale è di piovere sulla città: trasformiamo gli spazi urbani in maniera effimera, temporanea, per un breve periodo, chiamando l’attenzione su spazi urbani ignorati, sulla struttura sociale di certe zone determinata dalla costruzione e progetttaazione di determinate soluzioni urbanistiche. Costruiamo nuove letture e interpretazioni delle città contemporanee.
Le nostre letture ed i nostri interventi irrompono negli spazi vissuti coinvolgendo in modo consequenziale gli osservatori: si può dire in qualche modo che questa sorta di prolungamento implica un allargamento e un’estensione del nostro progetto a tutti quelli che si trovano coinvolti nei nostri progetti volenti o nolenti.
Dopo Los Angeles abbiamo lavorato insieme a Houston ed a Vienna. in ogni caso facciamo delle indagini approfondite sulla struttura, la forma e la storia delle città.
L.C. Di quali media vi servite?
E. V. F. Non c’è una regola: delle volte ci è capitato di usare camion e imbarcazioni che abbiamo incanalato in determinate zone della città, altre volte faccioamo video, installazioni, sculture.
Una cosa certa è che non amiamo lavorare in maniera consueta dentro gli spazi convenzionalmente dedicati all’arte. Ad esempio siamo stati invitati a Vienna nel Mac, il museo di arte contemporanea della città, dove invece di realizzare un’opera da mostrare abbiamo costruito una galleria dentro la galleria: il progetto si presentava come un’enorme plastico, in scala 1:1, su cui erano posizionati dei monitor che riprendevano gli altri spazi del museo. Sembrava tutto verosimile e perfettamente normale, se non fosse che le luci che avevamo installato erano disposte in maniera totalmente afunzionale. In più ab iamo aperto le porte del museo, generalmente molto mainstream, ad artisti molto giovani e semisconosciuti , organizzando più di un vernissage ogni due o tre giorni. Abbiamo fatto impazzire il museo detournando in maniera totale l’idea di spazio espositivo comunemente adottato, rompendo le norme e le funzioni degli oggetti.
L.C. In qualche modo è un'esperienza che avete riproposto qui al pavellon Cuba….
E. V. F. Esattamente. In questo caso ci troviamo di fronte a un’impalcatura che attraversa sul lato lungo tutto lo’edificio preesistente. Su queste struttura, fatta di vari piani, scale, strutture prive di finalità se non quella di attraversare gli spazi o osservare il Pavellon da angolazioni diverse.
Il lavoro di progettazione è stato totalmente aperto e collettivo. Ci siamo scambiati per mesi progetti via fax o email, finché siamo giunti a un punto che implicasse come conseguenza l’inizio della costruzione dello spazio. Articolati e nascosti nell’impalcatura ci sono i segni individuali di ogni artista o architetto che ha partecipato: tutto si dissolve in un’opera collettiva fatta di elementi individuali che possono essere raccolti piano piano…
L.C. Come mai avete deciso di intervenire proprio sul padiglione?
E. V. F. Ci affascinava l’idea di intervenire in questo edificio storico: il tipico padiglione modernista, carico di elementi che lo legano direttamente all’idea socialista in architettura.
E’ stato costruito negli anni Sessanta come padiglione espositivo, ma come potete vedere voi stessi ha delle caratteristiche che lo rendono un unicum: è totalmente aperto da tutti i lati, è una struttura aperta coperta da un tetto poggiato su delle colonne. L’idea era proprio che potesse essere fruito come parte dello spazio urbano, avendo un ruolo non di sbarramento tra due strade parallele, ma di passaggio. La gente negli anni immadiatamente successivi alla sua costruzione, doveva poter passare di qui, magari con un gelato in mano comprato alla vicina gelateria coppelia, la più famosa della città. Si poteva attraversare come punto di congiunzione tra due vie di transito, le mostr presentate nel padiglione erano di conseguenza aperte e democratiche, fruibili!
Un aneddoto che racconto sempre è che l’architetto che ha progettato l’edificio, Campos, per realizzare la sua opera ha voluto tagliare una parte di un palazzo preesistente, costruendo un tunnel in questo edificio: gli anni Sessanta erano un periodo di apertura e di avanguardia, realmente vissuta e realizzata da chi hanno vissuto quel periodo.
L.C. Il vostro intervento pare realizzato proprio per mettere l’accento su una storia avanguardista molto importante e mi pare in parte non troppo valorizzata…
E. V. F. Infatti. Siamo intervenuti recuperando a nostra volta la storia dell’architettura modernista: l’impalcatura che attraversa il padiglione altro non è se non un corridoio dell’unità abitativa di la Corbousier riletta e trasformata in un corridoio di tubi innocenti. Inoltre abbiamo voluto riprendere anche il tema dell’apertura. In qualche modo questa struttura di tubi innocenti, che permette a chi passa dalla strada di entrare direttamente nel museo e di ritrovarsi dall’altro lato dell’isolato, è proprio un’omaggio alla primitiva fruizione dell’edificio, e a un periodo storico davvero eccezionale per la nostra cultura.
Il fermento che ha seguito gli anni immediatamente successivi alla rivoluzione è stato segnato da un’incredibile euforia costruttiva, dall’interessamento e dalla partecipazionedi artisti e intellettuali provenienti da tutto il mondo. In quegli anni sono stati realizzati progetti davvero interessanti, costruiti da equipes multidisciplinari che lavoravano insieme in maniera totalmente orizzontale e condivisa. Il greuppo R.A.I.N. è in qualche modo anche una prosecuzione di quest’esperienza irripetibile.
Basti pensare ai progetti pianificati - e realizzati - negli anni compresi tra la fine della rivoluzione, dopo il 1959, al 1963. Il Pavellon Cuba in primis, a cui ha partecipato anche Wilfredo Lam decorando il pavimento della rampa che sale al piano superiore: pensa che idea, un mosaico su cui camminare, incitava a mettere i piedi sopra le opere d’arte!. Poi bisogna ricordare la la costruzione delle Escuelas Nacionales de Arte, oggi Isa, l’Istituto Superior de Arte, costruite in un ex campo da golf (il Country Club), espropriato e utilizzato come spazio in cui costruire delle scuole d'arte per il popolo di tutti i paesi poveri del mondo. Una scuola dedicata a tutte le arti, pittura, scultura, musica, teatro e danza, libera e gratuita edificata all’interno di un enorme parco in cui fino a pochi mesi prima giocavano a golf i ricchi turisti del Nord America… A questo proposito ti consiglio di andare a visitare Roberto Gottardi, l'arfchitetto italiano che è capitato a cuba nel 1960, ed ha partecipato alla realizzazione di questo progetto architettonico molto importante e innovativo. Da allora Gottardi ha continuato a vivere ed a lavorare qui all’Avana.

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