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Centro Wilfredo Lam - Incontro con Dannys Monte de Oca
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La Biennale dell'Avana
> Il Pavellon Cuba - Intervista a Eugenio Valdes Figueroa
di Lucrezia Cippitelli
Inevitabile presentarsi al pavellon Cuba e chiedere a Eugenio Valdes
Figueroa di essere introdotta storicamente in questo spazio.
Figueroa è un curatore e critico indipendente cubano che ha
lavorato in numerosi progetti internazionali tra cui la Biennale di
Johannesburg nel 1995 e la mostra Utopian Territories: New Art
from Cuba, a Vancouver nel 1997. Specialista di arte africana
contemporanea, ha lavorato sin dal 1984 alla Biennale dell’Avana
come curatore. Contemporaneamente ha seguito il progetto R.A.I.N .,
un gruppo di artisti, curatori ed architetti impegnati in progetti
che coinvolgono gli spazi pubblici urbani.
L.C. Incontrandoci in questa struttura di tubi innocenti progettata
da R.A.I.N per la Biennale, iniziare parlando proprio di R.A.I.N.
E. V. F. Siamo un gruppo multidisciplinare internazionale composto da coratori,
critici e architetti. La nostra attività curatoriale si dissolve
in un lavoro multidisciplinare. Siamo nati in modo molto spontanea
a Los Angeles nel 2000: eravamo un gruppo di persone interessate all’architettura
ed agli spazi pubblici che per caso si sono ritrovate in un edificio
modernista degtli Anni Trenta. Lo spazio ci ha coinvolto a tal punto
da pensare un progetto comune da realizzare appositamente sul luogo.
La nostr attività si svolge sempre con la realizzazione di
un progetto comune in cui si colgono gli elementi individuali di ciascuno
di noi.
La nostra idea fondamentale è di piovere sulla città:
trasformiamo gli spazi urbani in maniera effimera, temporanea, per
un breve periodo, chiamando l’attenzione su spazi urbani ignorati,
sulla struttura sociale di certe zone determinata dalla costruzione
e progetttaazione di determinate soluzioni urbanistiche. Costruiamo
nuove letture e interpretazioni delle città contemporanee.
Le nostre letture ed i nostri interventi irrompono negli spazi vissuti
coinvolgendo in modo consequenziale gli osservatori: si può
dire in qualche modo che questa sorta di prolungamento implica un allargamento
e un’estensione del nostro progetto a tutti quelli che si trovano
coinvolti nei nostri progetti volenti o nolenti.
Dopo Los Angeles abbiamo lavorato insieme a Houston ed a Vienna. in
ogni caso facciamo delle indagini approfondite sulla struttura, la
forma e la storia delle città.
L.C. Di quali media vi servite?
E. V. F. Non c’è una regola: delle volte ci è capitato
di usare camion e imbarcazioni che abbiamo incanalato in determinate
zone della città, altre volte faccioamo video, installazioni,
sculture.
Una cosa certa è che non amiamo lavorare in maniera consueta
dentro gli spazi convenzionalmente dedicati all’arte. Ad esempio
siamo stati invitati a Vienna nel Mac, il museo di arte contemporanea
della città, dove invece di realizzare un’opera da mostrare
abbiamo costruito una galleria dentro la galleria: il progetto si
presentava come un’enorme plastico, in scala 1:1, su cui erano
posizionati dei monitor che riprendevano gli altri spazi del museo.
Sembrava tutto verosimile e perfettamente normale, se non fosse che
le luci che avevamo installato erano disposte in maniera totalmente
afunzionale. In più ab iamo aperto le porte del museo, generalmente
molto mainstream, ad artisti molto giovani e semisconosciuti , organizzando
più di un vernissage ogni due o tre giorni. Abbiamo fatto impazzire
il museo detournando in maniera totale l’idea di spazio espositivo
comunemente adottato, rompendo le norme e le funzioni degli oggetti.
L.C. In qualche modo è un'esperienza che avete riproposto qui al pavellon
Cuba….
E. V. F. Esattamente. In questo caso ci troviamo di fronte a un’impalcatura
che attraversa sul lato lungo tutto lo’edificio preesistente.
Su queste struttura, fatta di vari piani, scale, strutture prive di
finalità se non quella di attraversare gli spazi o osservare
il Pavellon da angolazioni diverse.
Il lavoro di progettazione è stato totalmente aperto e collettivo.
Ci siamo scambiati per mesi progetti via fax o email, finché
siamo giunti a un punto che implicasse come conseguenza l’inizio
della costruzione dello spazio. Articolati e nascosti nell’impalcatura
ci sono i segni individuali di ogni artista o architetto che ha partecipato:
tutto si dissolve in un’opera collettiva fatta di elementi individuali
che possono essere raccolti piano piano…
L.C. Come mai avete deciso di intervenire proprio sul padiglione?
E. V. F. Ci affascinava l’idea di intervenire in questo edificio storico:
il tipico padiglione modernista, carico di elementi che lo legano
direttamente all’idea socialista in architettura.
E’ stato costruito negli anni Sessanta come padiglione espositivo,
ma come potete vedere voi stessi ha delle caratteristiche che lo rendono
un unicum: è totalmente aperto da tutti i lati, è una
struttura aperta coperta da un tetto poggiato su delle colonne. L’idea
era proprio che potesse essere fruito come parte dello spazio urbano,
avendo un ruolo non di sbarramento tra due strade parallele, ma di
passaggio. La gente negli anni immadiatamente successivi alla sua
costruzione, doveva poter passare di qui, magari con un gelato in
mano comprato alla vicina gelateria coppelia, la più famosa
della città. Si poteva attraversare come punto di congiunzione
tra due vie di transito, le mostr presentate nel padiglione erano
di conseguenza aperte e democratiche, fruibili!
Un aneddoto che racconto sempre è che l’architetto che
ha progettato l’edificio, Campos, per realizzare la sua opera
ha voluto tagliare una parte di un palazzo preesistente, costruendo
un tunnel in questo edificio: gli anni Sessanta erano un periodo di
apertura e di avanguardia, realmente vissuta e realizzata da chi hanno
vissuto quel periodo.
L.C. Il vostro intervento pare realizzato proprio per mettere l’accento
su una storia avanguardista molto importante e mi pare in parte non
troppo valorizzata…
E. V. F. Infatti. Siamo intervenuti recuperando a nostra volta la storia dell’architettura
modernista: l’impalcatura che attraversa il padiglione altro
non è se non un corridoio dell’unità abitativa
di la Corbousier riletta e trasformata in un corridoio di tubi innocenti.
Inoltre abbiamo voluto riprendere anche il tema dell’apertura.
In qualche modo questa struttura di tubi innocenti, che permette a
chi passa dalla strada di entrare direttamente nel museo e di ritrovarsi
dall’altro lato dell’isolato, è proprio un’omaggio
alla primitiva fruizione dell’edificio, e a un periodo storico
davvero eccezionale per la nostra cultura.
Il fermento che ha seguito gli anni immediatamente successivi alla
rivoluzione è stato segnato da un’incredibile euforia
costruttiva, dall’interessamento e dalla partecipazionedi artisti
e intellettuali provenienti da tutto il mondo. In quegli anni sono
stati realizzati progetti davvero interessanti, costruiti da equipes
multidisciplinari che lavoravano insieme in maniera totalmente orizzontale
e condivisa. Il greuppo R.A.I.N. è in qualche modo anche una
prosecuzione di quest’esperienza irripetibile.
Basti pensare ai progetti pianificati - e realizzati - negli anni compresi tra la fine della rivoluzione, dopo il 1959, al 1963.
Il Pavellon Cuba in primis, a cui ha partecipato anche Wilfredo Lam
decorando il pavimento della rampa che sale al piano superiore: pensa
che idea, un mosaico su cui camminare, incitava a mettere i piedi
sopra le opere d’arte!. Poi bisogna ricordare la la costruzione delle Escuelas Nacionales de Arte, oggi Isa, l’Istituto
Superior de Arte, costruite in un ex campo da golf (il Country Club), espropriato e utilizzato come spazio in cui costruire delle scuole d'arte per il popolo di tutti i paesi poveri del mondo.
Una scuola dedicata a tutte le arti, pittura, scultura, musica, teatro
e danza, libera e gratuita edificata all’interno di
un enorme parco in cui fino a pochi mesi prima giocavano a golf i
ricchi turisti del Nord America…
A questo proposito ti consiglio di andare a visitare
Roberto Gottardi, l'arfchitetto italiano che è capitato
a cuba nel 1960, ed ha partecipato alla realizzazione di questo progetto
architettonico molto importante e innovativo. Da allora Gottardi ha continuato a vivere ed a lavorare
qui all’Avana. |