Alla ricerca dell'innocenza perduta.
Quale realtà nell'arte contemporanea?
Qualche esempio espunto dal panorama espositivo romano istituzionale
di Patrizia Mania
Agognare al grado zero dell'immagine, ad una rastremazione di quell'eccesso
ingarbugliato di senso che pervade il messaggio visivo, per una sua
nuova immediatezza. Non è il manifesto programmatico di una
nuova tendenza ma è il sottile filo rosso che lega molte delle
esperienze artistiche più recenti e che riordina su schemi
desueti l'originalità dell'essenza e la sua icastica trasmissibilità.
L'ultimo decennio è costellato di tentativi di ritorno alla
purezza, all'innocenza dell'atto creativo, vagheggiato in modo tale
che risulti quasi epurato da qualsivoglia responsabilità, nel
tentativo di rifondarne le basi. A parziale riscatto ed esorcismo
dal male che nell'era dei globalismi pervade le certezze delle nostre
civiltà, ecco affiorare messaggi chiari, colti nella loro flagrante
naturalezza, esposti nella loro eterea assiomalità, a tratti
connotati fabulisticamente, espunti da circostanze che ne giustifichino
lo straniamento, correnti, in ultima istanza, un grosso rischio: quello
di essere imputati di banalità.
E' la linea opposta all'eccesso, all'urlo straziante e disperante
del troppo mutante che senza cedere il passo a logiche neoprimitiviste
o d'impronta naif avanza ipotesi che si distaccano dallo strazio lacerante
della complessità cercando la strada di una palese e diretta
locuzione non alterata o alterabile di senso. Si vedano, per esemplificare
l'assunto, le giganti immagini di Paola Pivi, recentemente oggetto
di una mostra al MACRO di Roma: alcuni (pochi) meravigliosi esemplari
di zebra con il loro candido caratteristico manto bicromo, quel nero
e bianco che tanto ha affascinato gli optical, sottratti al loro contesto
ambientale originario ed abbinati alle cime innevate di nostrane catene
montuose. Il gioco non è tanto sottolinearne le coincidenze
ed il coordinamento binario tanto forse lo spaesamento - spiazzamento
a cui l'animale zebra è stato sottoposto, con buona pace degli
ambientalisti (trattasi di licenza artistica), interessano qui le
interrelazioni e gli scambi che possono istituirsi tra differenti
elementi paesistici e faunistici ricomposti seguendo la vena immaginativa
dell'artista. L'efficace suggestione ammaliatrice ripristina una necessità
percettiva a tratti latitante nell'arte contemporanea, coinvolgendo
lo spettatore "dilettante"(colui che ha scarse frequentazioni d'arte
contemporanea) in un divertissement affascinante. Si potrà
obiettare che l'esempio è capzioso, accattivante, teso com'è
in primo luogo all'esercizio della seduzione. Ma tant'è, chi
ne ha fruito difficilmente potrà negarne il fascino. Fascino
non discreto ma ostentato.
Altrove, ma non tanto lontano, per trovare un altro esempio, rimanendo
a Roma, caratterizzata ultimamente dalla sindrome del mega - dal MACRO
al MAXXI, il nuovo spazio per l'arte del XXI secolo - la personale
di un'artista apparentemente all'opposto. Fari puntati su Margherita
Manzelli, una delle ultime promesse dell'arte giovane italiana. Qui,
non c'è posto per le favole: estromesso il disincanto, il corpo
si fa testimone muto della dilaniante angoscia identitaria contemporanea.
Corpi corrosi di adolescenti senza nome, immobilizzati in freddi e
lividi bagliori rivolgono sguardi sgranati ed interrogativi allo spettatore
impedendogli di non assumersi anche lui le sue responsabilità
rispetto a quell'inquietudine così universale di cui si fanno
portavoce. Nessuno è più innocente, pesa sulla coscienza
di ognuno la compromissione con la vita, con tutto quanto ne corrode
la purezza. E' l'altra faccia di un percorso che interroga l'etica
in qualità di estetica contemporanea e ne sciorina una silente
e drammatica possibilità. Un confronto di opposti quasi didascalico
che investe prioritariamente la manifesta volontà da un lato
di farsi carico del peso delle responsabilità, una responsabilità
diffusa, non esauribile in riferimenti precisi a questo o a quell'evento
ma estendibile alla condizione umana in senso lato appena circostanziata
da coordinate che la attualizzano in questo presente; dall'altro di
liquidare i conti con il passato mettendosi nello stato d'animo prensile
e vergine di chi apre gli occhi sul mondo e lo ricompone a suo piacimento
ignorando volutamente la questione della compromissione.
Avulse le responsabilità progettuali, posti i codici espressivi
fuori da attributi necessitanti, azzerati gli specialismi di maniera,
si fa strada un imperativo ancora più categorico: recuperare
un'innocenza altrimenti irrimediabilmente perduta. In una babele linguistica
che stratifica e disorienta si vuol dire forse che solo nella sottrazione
e rastremazione del senso nei suoi fondamenti i linguaggi torneranno
a significare. |
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Paola Pivi, installazione al MACRO di roma, 2003

Paola Pivi, installazione al MACRO di roma, 2003

Paola Pivi, installazione al MACRO di roma, 2003
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