New criticicism:
I Polinucleati
di Domenico Scudero
Gli ultimi anni disegnano abbastanza lucidamente un "milieu" della
contemporaneità in cui il teorema della differenza e della
ripetizione hanno dato particolari contenuti all'analisi critica.
Sicuramente il collante di un'assidua esegesi dei contenuti del contemporaneo
va ricercato nella sua formula di base, quella dell'estetica dislocata,
tale da permettere un punto di vista sfibrato, quando non addirittura
inconciliabile. Le analisi critiche sono state poste in secondo piano
dall'arrembaggio tattico delle strategie curatoriali, come nel caso
della generazione tekno o proto cibernetica. Le tematiche poste dalla
tecnologia sono state inoltre portatrici di nuovi stilemi sempre più
codificabili all'interno della disciplina artistica. Come nel caso
della web-art, net-art, computer art, arte elettronica, new media
arts; diversamente dagli anni precedenti però si assiste alla
resistenza di pratiche critico curatoriali che hanno in definitiva
il semplice scopo di sottolineare da un campo di differenze una medesima
ripetizione, contabilizzata sia nello stile, sia nella prassi attuativa.
La libertà degli Anni Novanta ha trovato in un certo modo il
suo diritto d'asilo grazie all'avvenuta simbiosi fra questa e l'istituzione.
Quanto visto alla Biennale del 2003 è in qualche misura altamente
indicativo di quello che succede. Schematicamente la critica ha vettorializzato
le sue pretese coniugandole con il referente immediato in un altalenare
di segni e di riferimenti quasi del tutto epurati dallo spirito critico.
Il problema derivato dalla lettura schematica delle opere, così
come viene fatto operativamente in questo periodo, deriva dal fatto
che le informazioni sulla contemporaneità hanno acquisito quasi
definitivamente una solida base fondamentale di dati: in questi dati
non possono essere preclusi quegli esperimenti estetici che hanno
dato vita alla sperimentazione. Di conseguenza tutte le operazioni
schematiche non hanno, e non possono altrimenti avere, uno stato di
contraddizione nei termini stessi del discorso, proprio perché
di prassi fenomenologica - quale lo spunto iniziale di "differenza"
e "ripetizione" -. A questo punto basterà osservare come la
ripetizione e la differenza siano state accomunate nell'incondivisibile
pariteticità estetica di questa impossibile Biennale. La critica
vettoriale si é spinta sino al limite della soglia di un altro
modello compulsivo del giudizio, totalizzante, e per questo pericoloso.
Ma la pericolosità di questa interiezione fra differenti estetiche,
quali quella vissuta nei corridoi delle Corderie, non risiede nel
fatto che queste costituiscano di per se stesse una frattura con il
consenso storico, piuttosto il contrario, perché vi si adeguano
troppo blandamente. Naturalmente va da sé che ciascuna posizione
"nucleo" del sistema dell'arte contemporanea cerca e propone di vedere
se stesso come origine e non come fine di un discorso; proprio in
questa confluenza dell'inizio si ha semmai il vero collante dell'estetica
attuale. Ed è un inizio altamente propositivo che non va a
coincidere con il sistema utopico messo in piedi dalla politica, dalle
istituzioni. La conseguenza disarmante è che questi nuclei
compulsivi esteticamente complessi marciano in diretta contraddizione
teorica ma in estrema sicurezza; hanno sistemi appropriati per garantirsi
una sopravvivenza comunque e solo per "incidente" vanno a costituire
il contesto esterno - che come sappiamo è quasi del tutto ciclicamente
anche interno - dell'arte, per creare la necessità di consenso
o dissenso. In questa falsità d'azione va a situarsi il pericolo,
l'ombra di una relativamente facile strumentalizzazione del discorso
dell'arte. Si è certi d'altra parte che il salone Illy sia
un'opera d'arte, allo stesso modo e agli stessi termini di giudizio,
che sono freddi e distaccati. Il problema a questo punto è
pensare che non lo siano ma che anzi costituiscano loro stesse il
vero ed ultimo signficato dell'arte. Il pericolo risiede anche nel
fatto che la voracità d'esibizione e d'analisi ha inglobato
anche istanze distruttive, fondamentaliste e comunque disinteressate
ad un contesto esteso. Dipenderà dalla forza di queste fazioni
nucleate, e spesso protette da un sistema di segni che in termini
antropologici si direbbero tribali, contraddittorie per la loro stessa
esistenza. Simili realtà costituiscono il rischio reale che
l'azione artistica venga a confluire in azione dirette e coordinate
da nuclei inscindibili di forze che praticano la separazione e l'inconciliabilità
come unico modo di rapporto con il mondo ed il sistema istituzionale.
Ma allora, poiché il sistema dell'arte è diventato così
complesso, tanto da non poter essere compreso e discusso da un'unica
lettura, quale importanza potrà avere un'arte che non ha né
i mezzi né tanto meno la volontà di darsi un modello
criticamente funzionale? Oppure, come potrebbe quest'arte marginale
assumere in sé la forza di rappresentare l'unica marginalità,
il suo concetto stesso? Di certo si può pensare che l'esercizio
critico relativo al sistema a "nucleo" porta inesorabilmente alla
critica polinucleata, ovvero quella posizione che fa da elemento relazionale
fra differenti moduli estetici. La critica manageriale lo ha fatto
senza porsi il problema teorico della sua posizione postponendo ad
ogni discorso l'inalienabilità del "fare" e della sua funzionalità
economica. Potrebbe anche essere un ottimo modello da sviluppare,
ma a quel punto forse si obietterà che in una societˆ specialistica
ciascuno dovrebbe fare ciò che è nella sua specializzazione;
potremmo affermare che un manager incallito non sappia capire meglio
di un organizzatore di mostre quali strategie prendere per affermare
il suo "prodotto arte"? Naturalmente no. Allo stesso modo la critica
polinucleata ha praticato la strategia del dilettantismo - che è
un voluto assuefarsi alla ripetizione - con il calcolo critico di
stabilire differenti luoghi in cui poter esercitare il giudizio critico.
La critica polinucleata stabilisce i rapporti paritetici ma restituisce
un contesto dell'azzeramente teorico in cui l'ipotesi fondamentalista
ha una sua possibile praticità d'attuazione. La debolezza della
critica polinucleata è la sua professionalità e non
la sua incapacità teorica, critica, storico, manageriale; è
nella sua inautenticità tatticamente professionale. |
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Lo studio di Mauro Folci, 2003

"Rappresentazioni arabe contemporanee", a cura
di Catherine David

Damiàn Ortega, Cosmic thing, in "Il Quotidiano
alterato", di Gabriel Orozco. Venezia, 50¡ Biennale di Venezia, 2003
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