Lampi sugli
scaffali
di Augusto Pieroni
Nelle imminenze della stagione vacanziera - anzi direi nel bel mezzo
di essa - non c'è spazio per una riflessione serrata e tosta.
Opportuno è, semmai, segnalare libri che si possano guardare,
leggere, maneggiare in differenti occasioni.
Curioso: sto segnalando dei testi che indubbiamente hanno un forte
interesse intrinseco, e però mi rendo conto che li segnalo
a causa di una loro somiglianza con altri testi, non disponibili in
Italia. Il che testimonia della necessità, tuttora profondissima,
che l'editoria nostrana di tema fotografico/artistico - pur se ottima
a volte - prenda il passo e la sistematicità proprie di altri
contesti europei e mondiali.
E comincio dunque con un testo da consumare in casa, o comunque a
portata di tavolino, nel suo bel formato quadrato questo catalogo
della Silvana Editoriale sta infatti un po' stretto sotto l'ombrellone.
La fotografia in cinque domande è il frutto della recentissima
mostra tenutasi a Milano presso la galleria del Credito Valtellinese
e la galleria del FNAC. Il titolo in realtà è ancora
più lungo e complesso: La fotografia in cinque domande - in
occasione dei 15 anni dell'Agenzia VU - informare? indagare? ritrarre?
viaggiare? illustrare? Queste ultime cinque parole fluttuano, nella
pagina di copertina, attorno al titolo vero e proprio e il loro ordine
e stato dedotto da quello seguito nel loro ripresentarsi all'interno
del libro.
Dicevo che suggerisco testi che me ne ricorda no altri; in effetti
qualunque dibattito sul fotografico si gioverebbe di un catalogo come
quello edito nel 1998 dal Museum of Contemporary Photography - Columbia
University, Chicago: Photography's multiple roles - art, document,
market, science. Anzi direi che la scientificità di quest'ultimo
si fa rimpiangere a confronto con il catalogo italiano.
Tuttavia raccontare un'agenzia giornalistica è cosa ben diversa
che realizzare ua mostra a tema - e tema plurimo - selezionando opere
di autori diversi. Perciò ci fa piacere che un testo che racconta
le attitudini narrative degli autori appartenenti all'agenzia francese,
punti il dito sulla molteplicità di aspettative cui la fotografia
giornalistica può rispondere. Sì, infatti il problema
qui non sta nell'interrogativo "a che serve la fotografia?" (cui il
catalogo americano rispondeva acutamente); la questione è,
invece: "quanti fotogionalismi conosciamo?" e "cosa costituisce il
nocciolo di tutte queste pratiche?" Ecco un po' il filo conduttore
di un catalogo che solleva questioni piuttosto che fornire risposte.
Lontani dalla retorica della Verità, i curatori del volume
segnalano infatti il fortissimo impegno dei loro colleghi nel narrare
la realtà, anche se da una prospettiva continuamente in soggetiva,
incapace di dir tutto e di illustrare un autoritario pensiero unico.
Se fra i ruoli del fotoreportage, informare tiene orgogliosamente
il primo posto - e le domande si rivelano essere risposte, in fondo
- gli altri non sembrano essere meno essenziali: la ricerca approfondita
su un soggetto, o un tema, che era il fine di molti dei celebri servizi
fotografici della storia, tutt'oggi sembra essere un obiettivo valido
in fotografia. Normale e notorio il ruolo ritrattistico, anche se
interpretato in modi spesso assai sofisticati, e così pure
quello di diario di viaggio. Più difficile da comprendere per
l'audience non esperta è il ruolo che la fotografia gioca nell'illustrazione
contemporanea: dove l'immagine fotografica diviene una voce fra le
altre nella polifonia che concorre a creare una pagina, una copertina
di disco o di libro ecc.
L'agenzia prende nome dal più celebre periodico illustrato
di Francia: quel VU lanciato nel 1928 da Lucien Vogel per proporre
una cronaca per immagini "alla francese" ovvero destinata a imporre
i fattori narrativi e compositivi del reportage, differenziandoli
dalla sinteticità e dall'economia narrativa del photojournalism
anglosassone.
Il catalogo riporta pochi lavori per ognuno dei tanti affiliati all'agenzia
e crea perciò una sensazione di generale qualità senza
voler per forza lasciarci a bocca aperta per la eccezionalità
di questa o quella immagine in particolare: i reportage è infatti
visto come una prassi, non come un atto demiurgico destinato a creare
forme irripetibili. Comprensibile, però, come l'agenzia tenga
in palma di mano i coraggiosi fotografi cinesi che - dopo aver testimoniato
delle atrocità seguite alla rivolta di Piazza Tien An Men -
prima di vedersi vedersi pubblicati hanno dovuto seguire incredibili
iter di depistaggio e tutt'oggi sono tenuti nell'anonimato.
Le immagini presentate nel catalogo milanese sono di quelle che mandano
brividi di angoscia o di piacere estetico, di quelle che, unite alla
didascalia, aprono il sipario su società o individui a noi
distanti e ignoti. Gli autori hanno infinite provenienze e riflettono
in questo gli stili e le inflessioni che hanno assorbito nella loro
formazione e nei loro viaggi. Tuttavia non comprendo la scelta della
copertina: un libro non sta tutto lì, ma certamente la copertina
spesso aiuta a ricordarlo. Quella del catalogo in questione è
ottenuta da uno degli scatti meno sensazionali, meno estetici e meno
rivelatori presenti in mostra, e - anche graficamente - ha un profilo
basso che non giova alla immagine pubblica dell'agenzia. Nello stesso
giorno in cui scrivo ho sotto mano un altro volume della stessa editrice
con vistosi salti di pagina e imprecisioni editoriali, e tuttavia
ecco non mi trattengo dal segnalare il catalogo.
Ma ora voglio concentrarmi su un altro testo che rappresenta l'altra
metà del cielo rispetto al reportagismo alla francese. Il mio
ritratto è l'autobiografia di una delle più eccezionali
fotogiornaliste americane del XX secolo: Margaret Bourke-White (1904-1971).
Tradotto e pubblicato dalla sezione editoriale della agenzia fotografica
Contrasto, per la cura di Sara Antonelli e di Alessandra Mauro. Vale
sempre la pena di saperne di più su autori così decisivi
per la storia dell'arte, data la quantità di fotografi, e di
pittori, che ne hanno interiorizzato o spesso solo copiato i modelli.
Questa donna di successo era la punta di diamante indiscussa del celebre
periodico LIFE, l'unica del gruppo ad avere un ufficio tutto suo,
una segretaria, uno stampatore e due assistenti in pratica prestando
a LIFE il proprio laboratorio (come ci dice John Morris in Sguardi
sul 900, Le Vespe, Pescara-Milano 2000, pag. 52). Una donna che
- nel chiaro tentativo di divenire rich and famous - ha dapprima
invaso il campo della foto pubblicitaria e poi ha coraggiosamente,
e forse spudoratamente, guardato in volto il XX secolo: dalla Depressione
degli anni 30 alla guerra mondiale, da Stalin a Ghandi, senza intimorirsi
davanti alla necessità di modificare lievemente l'aspetto delle
cose perché dessero il meglio di sé.
Date le premesse si capisce come la celebre fotogiornalista oggi venga
annoverata fra i grandi artisti della fotografia, e si capisce pure
come lei stessa porti acqua al proprio mulino ritoccando e aggiustando
la sua autobiografia perché anch'essa dia il meglio di sé.
Comunque sia, già solo il mondo visto dagli occhi della fotografa
americana vale il prezzo del biglietto, cioè della copertina
(non economico, come spesso accade ai libri di fotografia).
E torna alla mente anche qui un altro testo interessantissimo: la
biografia di Walker Evans scritta da Belinda Rathbone nel 1995 e pubblicata
dalla Mariner Books di Boston-New York nel 2000. Carattere diametralmente
opposto a quello della Bourke-White, ma autore di lavori letterario-reportagistici
come Let's now praise famous men con James Agee concorrente
diretto di opere sulla Grande Depressione come Have you seen their
faces? con lo scrittore e marito Erskine Caldwell. Dati gli anni
30, nessuna coppia di autori avrebbe potuto vederli in modo più
platealmente opposto e complementare di Evans e Bourke-White.
Ecco perché vedere la autobiografia di quest'ultima mi fa tornare
in mente il libro sulla vita del primo. Per un contrasto impensabile
ed elegante fra un ritroso omino del Midwest e una energica donna
di New York, entrambi innamorati dei grandi formati e capaci di girare
per il mondo col treppiede e il banco ottico, anche se con una Leica
a tracolla.
L'eccezionalità della Bourke-White si potrebbe dire che stia
nel suo essere donna di successo in un mondo maschile, ma sarebbe
parzialmente una menzogna: per quanto vero che il business della prima
metà del XX secolo sia stato faccenda di uomini, è vero
che le donne hanno fornito alle arti fotografiche dell'8 e 900 un
contributo incredibilmente superiore rispetto a quello delle donne-artiste
e - sia detto senza polemica - non certo perché traportare
un banco ottico in cima al Chrisler Building sia più semplice
che spalettare della creta o spennellare con l'acquerello. Ci si metta
poi che la fotografia rasenta il mondo degli affari assai più
di quanto non lo rasenti la pittura ad olio. Magari questa gode di
un prestigio ai limiti dell'esoterico, ma la prima può godere
di una scandalosa dose di visibilità sociale.
Pubblicato da veri intenditori di fotoreportagismo, il libro è
di un bel formato ma maneggevole, il testo ben intervallato da immagini
ben riprodotte e la copertina morbida di cartone pesante e coi risguardi
è un'ottima via di mezzo fra le ponderose rigidezze dei cartonati
e le insostenibili leggerezze delle copertine tascabili. Testo perfino
ombrellonabile. Attenti alla sabbia però. |
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anonimo, Esecuzione di controrivoluzionari - Pechino,
giugno 1989


Margaret Bourke-White, Prigionieri a Buchenwald,
1945
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