L'urgenza dell'arte in una Biennale in frantumi
di Patrizia Mania
La 50esima esposizione internazionale d'arte di Venezia che ha da
poco aperto i battenti è nata sotto l'egida di un titolo felice
"sogni e conflitti" che sintetizza aspirazioni e realtà ed
un sottotitolo inadatto "la dittatura dello spettatore" poco rappresentativo
dell'effettiva consistenza della realtà sistemica dell'arte
e di quella localistica e circostanziata della rassegna, nella quale
è semmai la dittatura del curatore ad imporsi come condizione.
Si respira un po' ovunque, sia nei padiglioni nazionali che all'Arsenale
sede più effettiva del progetto di Bonami, un'aria di frantumazione
di poliglotta eteronomia, di un eclettismo curatoriale che però
più che aprirsi allo spettatore sovrimpone l'idea del critico
chiamato a selezionare nelle diverse sezioni un certo numero di artisti
chiamati a loro volta a dar forme e risposte alla mostra che li contiene.
L'ipotesi dell'assemblaggio dei diversi lavori al fine di giustificare
ed avallare l'idea del critico che ne ha autenticato e voluto la presenza
contrassegna questa edizione della Biennale il cui punto di forza
è probabilmente e paradossalmente da leggersi nell'apparente
debolezza che ha spinto Bonami a delegare ad altri, ad una polifonia
di critici curatori, i destini di questa rassegna. La frantumazione
di cui si accennava non è però conseguenza di questa
"apertura" , dell'inevitabile quindi articolarsi in più mostre
distaccate e disgiunte seppur coordinate dal tema di fondo, quanto
piuttosto insita nelle parti nelle quali non si è abdicato:
in quel padiglione Italia così tristemente adibito a sede dell'"american
way of art" affiancata anche e per fortuna ad altro ma sostanzialmente
inneggiante ad una acritica esposizione di tutto quanto fa l'immagine
USA, dal leggendario mondo cow boy di Richard Prince, alle sue spoglie
nei frammenti di Cady Noland, ai nuovi misticismi neo new age di David
Hammons. Tentativo forse di ricucire lo strappo che inevitabilmente
gli ultimi eventi bellici hanno prodotto tra buona parte del vecchio
e nuovo mondo? Desiderio di ristabilire un primato? Qualcuno aggirandosi
nella canicola dei giorni della vernice ai Giardini osservava che
a ben guardare il meno "americano" dei padiglioni quest'anno sembrava
essere proprio quello americano affidato a Fred Wilson che ha voluto
porre l'accento sulla questione della razza nera nella cultura occidentale
e le sue adozioni discriminatorie esternando così il meno attuale
dei problemi posti oggi sul piatto dell'identità americana
minacciata da ben altre rappresaglie, riscatti e temerarietà.
Ben ha colto quali debbano essere i termini in gioco Catherine David
optando per uno sguardo più status quo, meno incline a far
propria l'idea formattata di una realtà estranea con la quale
piuttosto va cercato e perseguito il dialogo. La sua mostra "Rappresentazioni
arabe contemporanee" concepita come un "work in progress" documenta
un avvicinamento alla cultura araba allo scopo di pensare possibile
una conoscenza, comprenderne le istanze profonde, non liquidabili
tout court con formule semplicistiche. La complessità fenomenologia
che il suo progetto pone in essere dilata oltre il cerchio ristretto
dei luoghi deputati all'arte la questione dell'identità di
luogo e di pensiero in tutte le sue possibili ed articolate intersecazioni
e declinazioni. Un invito a non soccombere alla dittatura dell'identico
della cultura sociale e politica globale, ma piuttosto a stringere
alleanze con gli interstizi mutanti e sostanzialmente inclassificabili
nella loro intrinseca refrattarietà e distanza dalle logiche
estetiche comportamentali di timbro occidentale. Una messa a fuoco
che si interroga sul significato da attribuire all'altro senza prescindere
dal sé . Ipotesi dialogica che attende verifiche sul campo
dell'effettivo scambio e impegno a misurarsi con l'alterità
fissando come primo obiettivo l'istanza ineludibile della comprensione
e conoscenza politico territoriale.
D'altra parte, smascherata la cultura globalista ed i suoi imperativi
omologanti uno dei dati certi della surmodernità è quello
dell'inestricabile contaminazione di culture che ha imposto vettori
di ermeneutica inediti, surclassando metodi di approccio ormai obsoleti.
Basta a dar conto dell'irrefrenabile e differenziato universo della
contemporaneità proprio e ancora in questa Biennale, la sezione
Z.O.U. Zone d'urgenza curata da Hou Hanru, tesa a dare voce, immagine
e spazio alla complessità estetica attuale, compressa in una
sorta di cittadella reale, nella quale sfoghi, coercizioni, slanci
ed instabilità acquistano corporeità fisica obbligando
ad assumere su di sé , nella scomodità del percorso,
il peso di una coesistenza tra culture che ne ha di ciascuna irrimediabilmente
mutato i tratti definitori originari. La città spazzata dal
soffio nella video installazione Sbuffiamo! di Yang Zhenzhong
si fa metafora di necessità di ricambio e di accoglienza di
ansimi e realismi più contemporanei, tanto più che questo
avviene in uno spazio che sensibilizza ad un eccesso dal quale forse
per il troppo di vita reale che lo caratterizza si sente l'urgenza
proprio di fuggire. Fuori verso una dimensione di sogno che quei conflitti
aiuti a contenere. |
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Yang Zhenzhong, Let's puff / Sbuffiamo, installazione
video in Z.O.U Zona d'Urgenza a cura di Hou Hanru, 2002/2003, Corderie
dell'Arsenale, Biennale di Venezia 20036
Fred Wilson davanti al Padiglione Statunitense
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