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PROTOCOLLO
CRITICO
Il critico, il curatore e l’arte di qualità
Domenico Scudero
L’arte contemporanea risulta incomprensibile a chi non
conosca la sua storia recente. Riesce davvero difficile per
chiunque non abbia una discreta frequentazione capire in quale
modo un determinato oggetto diventi arte e attraverso quali
procedure di verifica.
La ricerca accademica negli ultimi decenni è cresciuta
molto nell’indagine di questi processi di attivazione
creando schiere di “procuratori” d’eventi
e di mediatori culturali i quali, soprattutto nel libero contesto
espositivo delle gallerie, si ingegnano di trovare sistemi
di visibilità per le loro scelte. Queste modalità
di selezione e di continuo aggiornamento hanno certamente
aiutato il sistema dell’arte a raggiungere una visibilità
ed una credibilità prima irraggiungibile. D’altra
parte è pur vero che le professionalità create
formativamente dalle istituzioni non avrebbero senso se private
del territorio complesso e variabile del sistema mercantile,
le gallerie d’arte dove accadono determinati eventi
e che garantiscono una continuità produttiva agli artisti.
Il problema reale della comprensione dell’arte contemporanea
oggi quindi non è nella sua visibilità, poiché
chiunque può rendersi conto di quanto essa appaia.
Cattelan sulla copertina del magazine del Corriere della Sera
non è un caso. La sua figura sigla nell’immaginario
ed identifica il nuovo concetto d’artista a cui molto
è concesso anche in termini di credibilità,
laurea, mercato, stile di vita. Ogni settimanale che si rispetti
produce molti servizi sull’arte contemporanea e quasi
sempre con un’impronta adeguata professionalmente, in
cui si può soltanto intravvedere lo sforzo e la determinazione
di chi attraverso questi sistemi di comunicazione vuole dimostrare
e dare maggiore visibilità alle forme varie del contemporaneo.
La difficoltà è semmai nelle spiegazioni da
dare a chi vede nel complesso fenomeno dell’arte qualcosa
di incomprensibile.
Le molte occasioni di eventi internazionali, adesso proliferanti
un po’ ovunque, riescono a raggiungere la pagina della
rivista non specialistica, l’informazione televisiva.
Ciò che solo qualche anno fa riusciva impossibile è
adesso cronaca quotidiana. Ampi servizi ci raccontano di eventi
anche lontani, la nascita di nuovi settori di ricerca. L’informazione
non manca, ed è anche ben confezionata. Eppure l’ampia
schiera di critici e curatori attualmente al lavoro deve accettare
un dato di fatto: chiunque può accedere all’informazione
ed alla cura riassuntiva dei fatti contemporanei ma nessuno
può in alcun modo produrre qualcosa che vada al di
là di quanto sia prodotto all’interno del sistema
di mercato. Si dirà che questo è un bene, e
naturalmente con un occhio allenato alla realtà si
potrebbe affermare che è la giusta legge del libero
mercato e così tutto rimane al suo posto. Questo è
il miglior sistema possibile e non ci sono alternative. Tuttavia
il discorso implica alcune problematiche che soltanto un giudizio
superficiale potrebbe disconoscere. Un libero mercato si regge
sulla domanda e sull’offerta. A questi parametri vanno
aggiunte alcune coordinate imprescindibili. La pubblicità,
la veridicità e la tenuta dei lavori di un artista
nel nostro caso: la qualità insomma da sola non basta,
ci vuole anche chi se ne interessi. Le strategie del mercato
globale impongono che l’arte sia veicolata attraverso
la sua visibilità per così dire “didattica”
attraverso l’informazione e la successiva risposta del
mercato. Un artista che abbia grande visibilità dovrebbe
crescere anche nel mercato, con tutte le conseguenze che questo
comporta. Rialzo dei prezzi, creazione di un contesto preciso,
riferimenti al valore storico critico, surplus culturale.
Eppure non è mai un caso che gli artisti di cui si
parla siano già all’interno di questo mercato.
In un certo senso è proprio l’essere dentro al
mercato che fa di un individuo un artista. Soprattutto nel
caso di processi creativi non altrimenti verificabili il mercato
diventa la prova, la cartina al tornasole della qualità
stessa dell’opera. A questo punto allora appare chiaro
che tutto ciò di cui abbiamo detto prima è solamente
elusivo, qualcosa di ideale di cui vorremmo poter discettare,
quali valori culturali, qualità e altro dell’arte,
ma poi in sostanza quello che viene riconosciuto come valore
è soltanto ciò che si vende. Anche se noi volessimo
fare un’azione di totale estraniazione da questo contesto
“libertario”, la constatazione di un’impossibile
riduzione o elevazione a qualità monetaria di un’opera
artistica la pone al di fuori del sistema di verifica culturale
nel contemporaneo. Chi non capisce nulle dell’arte capirà
certamente quanto costa un’opera e potrà anche
dannarsi l’anima col dire che non vale niente, ma il
fatto rimane. Quell’opera vale i soldi che l’hanno
pagata, è la sua conferma di qualità.
Ritorniamo al discorso della critica e della cura critica.
Abbiamo detto che la qualità e la professionalità
di questi attori del sistema è cresciuta molto. Ci
sono molti più autori nel campo della cura e della
critica ma nessuno di questi ha la forza di realizzare un
progetto che possa determinare scelte e averne conferma del
mercato. D’altra parte anche i grandi curatori di qualche
decennio addietro hanno di molto ridotto le loro identità
per poter avviare un percorso di conferma nel mercato. Celant
ha dovuto bloccare la storia dell’arte per conferire
alla sua visione dell’Arte Povera una dimensione economica:
Achille Bonito Oliva, che pure aveva curato mostre di grande
livello come Contemporanea, solo attraverso la Transavanguardia
è riuscito a produrre questo feed-back fra proposta
e realizzazione economica nel mercato. E probabilmente se
non avesse fatto queste scelte oggi pochi ricorderebbero quanto
aveva inciso prima. Adesso che il sistema è enormemente
parcellizzato, il critico ed il curatore che voglia vivere
nel libero mercato non può che operare sulle scelte
già date da questo. La sua professonalità è
tale da poter ovviare all’evidente resa del processo
di verifica storico critico con la misura delle sue parole
e delle sue ideazioni, ma sempre all’interno di scelte
già comprovate e misurate dal mercato. L’obsolescenza
di determinate scelte critiche compiute da grandi storici
del passato recente, come Argan, dimostrano che sulla qualità
critica dell’opera possiamo sempre discettare ma sul
suo valore storico, se di storia del presente, dobbiamo chiedere
ai parametri economici, quindi al beneficiario di ciò:
il mercante d’arte. Cosa ne pensa? E allora chi sceglie?
Il critico o il mercante? Chi fa la storia? Certo è
triste e davvero riassuntivo porla in questi termini ma la
realtà è questa. Possiamo realizzare tutte le
mostre che vogliamo ma se non ci si mette dentro l’energia
del mercato facciamo soltanto documentazione e non assumiamo
alcun peso politico, nel senso pratico del termine. La critica
contemporanea, la divulgazione da rivista, la cura, sono tutti
percorsi individuali che lo storico critico può compiere
ma se vuole essere riconosciuto politicamente come tale allora
deve interessarsi di ciò che si vende e se si interessa
solo di questo in cosa consiste la sua visione critica? Di
una scelta fra le varie già offerte dal mercato? D’altra
parte della sua visione critica non possiamo farne un sistema
di mercato e allora è logico che le istituzioni, i
musei, le grandi rassegne vedano e peschino soltanto all’interno
della realtà “qualitativa” decretata dal
mercato con la consapevolezza che all’interno del cerchio
si sopravvive mentre della visione critica possiamo anche
provarne fastidio. E d’altra parte quale mercante vorrebbe
lasciare che le sue scelte siano nelle mani dello storico
critico? Chi vorrebbe convalidare una storia di cui non sia
artefice? Lavorando con la cura critica si avrà la
percezione di questo distacco fra visione delle scelte e necessità
delle risposte: la professionalità si costruisce nella
qualità dello scritto e dell’allestimento, dove
non c’è coinvolgimento che non sia semplice misura
di un profitto anche soltanto evocato. Se non fosse così
non avremmo percezione di questo ampio girone circostante,
numero e pubblico del sistema che avvolge e gratifica, in
cui artisti e critici hanno sterminate modalità di
attuazione dei propri propositi ma nella realtà nessuna
conferma di qualità in termini concreti nel sistema
di mercato. Quando ci accorgiamo d’una debolezza del
settore contemporaneo, in particolare italiano per la sua
assenza, paragonandolo successivamente col gigantismo museale
presente nel sistema di mercato, non possiamo recriminare
fra istituzioni mancanti e realismo delle scelte. Si tratta
di un’ovvia conseguenza delle scelte (decisioni) di
chi gestisce politicamente e ha oggi deciso per l’apparenza
piuttosto che per l’esperienza. Si tratta, infine, del
collasso attitudinale di tenere separati mercato e ricerca,
profitto e prodotto e senza alcun diaologo tra le parti. Creando
così istituzioni vuote d’appartenenza e specchio
riflesso per le scelte abitate altrove e per la ridondanza
di mercati del tutto sconosciuti e per noi estranei.
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Dall’alto:
Sukran Moral, Despair, installazione, Macka Sanat Galerisi,
Istanbul 2005
ELASTIC - Group of Artistic Research, Alexandro Ladaga &
Silvia Manteiga, Mapping the City, particolare dell’installazione,
MLAC 2005.
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