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PHOTAGE
Piero Di Giambattista
Augusto Pieroni
Domandare incessantemente è una delle strade che conducono
attraverso quel tanto di verità a noi concessa. Domandare,
quindi, ma non per avere una risposta, quanto per sapersi
aperti ad una soluzione che non sia già nota. La fotografia
è un territorio straordinario in cui alla laboriosa
consuetudine dei saperi tecnici continua a far da contrappeso
un’infinita indagine dietro, attorno e dentro all’agire
fotografico. Si indaga il mondo, il proprio rapporto fotografico
col mondo, il proprio rapporto linguistico con la fotografia,
e – da lì dentro – col resto del nostro
tempo. Ma, ancora, occorre mettere sempre, continuamente,
in questione la capacità di un autore di percepire,
ricevere e conservare quell’intreccio di emozioni e
percezioni, di pensieri e sensazioni che si agitano tutt’attorno
all’abbraccio tra essere umano e macchina fotografica.
Occorre domandare all’autore se e come sia riuscito
– o abbia onestamente tentato – di creare un nuovo
testo: una cosa fotografica, nella quale sia trasposta e tradotta
non solo l’eredità che ci proviene dall’essere
testimoni dell’esistenza, ma anche quella responsabilità
pesantissima che ci deriva dal volerne interpretare i segni
e conservarli – testimonianza e interpretazione –
in una memoria che da personale divenga intercomune.
“Why” è allora una domanda che Piero Di
Giambattista pone per ultimo a noi, avendola rivolta in principio
a sé, al fotografare, all’esistenza e a quanti
la passano nel centro Don Orione per gravi disabilità
mentali. Questa domanda ha per fulcro la vita umana, e non
c’è risposta che non sia contenuta per intero
nelle immagini che ci offre, sovraccariche di un disagio esistenziale,
ma anche lavate dalla luce della gioia del convivere e riconoscersi.
Sfocature, movimenti, sgranature, ispessimenti delle atmosfere
e tagli asimmetrici sono solo alcune delle intonazioni scelte
da Di Giambattista per la sua voce fotografica: analogie che
il fotografo seleziona perché un’immagine connotata
ci aiuti a comprendere con gli occhi la realtà che
si svolge ai margini della cosiddetta normalità. Sintonizzando
la normalissima difformità esistenziale dei suoi soggetti
con l’imperfezione esattissima dei suoi lavori, l’autore
romano riesce a creare un mondo di scatti in cui – anziché
il solo virtuosismo del singolo pezzo ben inquadrato e stampato,
e denso di racconto – conta tanto più l’atmosfera
che lega tutte le immagini tra loro, i soggetti tra loro,
e tutto ciò con l’autore e tutti costoro a noi.
Un sistema di icone, segni e segnali dove l’insieme
è paradossalmente maggiore delle parti.
Nella mostra organizzata dalla Scuola Romana di Fotografia,
attraverso quest’ultimo lavoro e una selezione di grandi
formati dalla sua precedente raccolta: “Nomadi”,
scopriamo un autore che vive la fotografia in modo etico:
senza eccessivi clamori destinati all’oblio, ma proponendoci
in ogni scatto e in ogni serie laboriosamente costruita, l’urgenza
del racconto, la totalità di un’esperienza profonda.
Destinata, forse, peciò a sedimentarsi e crescere in
noi. Posso aggiungere che tanta è l’esigenza
emotiva e formale, nel lavoro di Piero Di Giambattista, che
selezionarne una parte, traducendone in scala minore la coerenza
del racconto, dà la stessa sensazione di strappare
i capitoli di un romanzo, di tagliare membra vive di un uomo.
Di un autore vero, un fotografo in questo caso, cui la nostra
osservazione partecipe delle immagini, rende il merito sottrattogli
dallo spazio tiranno dell’editoria.
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Da sopra:
Pietro di Giambattista, Why?, 2005
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