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PROTOCOLLO
CRITICO
La critica come metalinguaggio politico
di Domenico Scudero
L’analisi critica prevede che la scrittura sia stata
preordinata da un impegno specifico. Si dirà che questo
impegno è anche un disimpegno. Disimpegno dalla realtà
e dalla circostanza in cui questo avviene. L’isolamento
della scrittura è anche un porsi altrove, disimpegno
dal contesto. Si può immaginare una scrittura critica
vissuta in presa diretta? Difficile. La scrittura prevede
infatti il suo isolamento, e non importa in quali condizioni
questo avvenga. Si tratta pur sempre di isolamento e di distanza
da quel caos del presente. All’interno della scrittura
si sedimentano in rapida successione le cose di cui siamo
consapevoli in quel tempo. Ad esempio: ci siamo spostati all’analisi
di un contesto storico, definito. In questo caso la realtà
circostanziale non conta più. Stiamo valutando un fenomeno,
come potremmo distrarci su qualcosa di diverso? La realtà
della lettura è per certi versi eguale o anche simmetrica
ed inversa alla scrittura. Nella lettura l’ermeneutica
dell’essere corrisponde a questo vissuto che abbiamo
voluto imprimere. Per comprendere la lettura critico storica
che abbiamo realizzato il lettore deve necessariamente accettare
questa circostanza. Non ha scelta. O quella del vissuto o
quella della lettura.
D’altra parte non si può nascondere una verità
difficile da accettare. La visione della critica risulta essere
inadeguata al nostro quotidiano. Per fare di una scrittura
un reale dialogo critico bisogna conoscere e percepire la
realtà del vissuto ma bisogna anche differenziarsi
da questo. Se qualcuno volesse criticare con consapevolezza
la sua propria realtà potrebbe farlo solo a partire
da questa visione complessa. L’arte in questo caso diviene
il solo pretesto per manifestare la veridicità di quanto
si sostiene. In un certo modo l’arte è il coefficiente
relativo di questa indagine sul mondo ma non è il suo
fine assoluto. Gli artisti spesso confondono la critica con
la didascalia, il commento all’oggetto da cui la critica
prende l’avvio. La critica è invece qualcosa
di diverso dall’analisi didascalica dell’opera,
non può essere la sua chiusura deterministica. Ne consegue
che la critica si ritrova sola e senza sostegni al cospetto
dell’arte e della consapevolezza dell’esperienza.
Soltanto quando l’arte acquisisce un valore di critica
al sistema questa didascalia ha un valore accettabile, se
determina il valore del discorso. Se la critica non è
la mera didascalia all’opera, e quindi non ha alcun
valore in quanto descrizione, essa deve poter esistere in
quanto veicolo circostanziale di comunicazione complessa,
ovvero assumere la volontà di manifestare contenuti
validi per tutti coloro che ne praticano la lettura. La critica,
al di là della filosofia della materia, la forma più
alta della descrizione, è sostanzialmente una metalinguistica
della politica che ha il suo incipit nell’osservazione
complessa dell’opera ma il suo scopo nell’ampia
comprensione della realtà.
Si fa una grande confusione fra critica, scrittura curatoriale
e didascalia. La critica è qualcosa che attiene al
paesaggio estremo dell’essere e si ha anche senza alcun
paradigma visivo: questa può avvenire anche nella distanza
con l’opera di cui si manifestano le articolazioni logiche
ma non soltanto deterministiche. La critica è un discorso
che oltrepassa l’oggetto e difficilmente può
esistere e avere un suo valore dandosi una comunanza di intenti
con l’oggetto. La scrittura critica costeggia l’esperienza
dell’arte e fa di questa un exemplum: giustifica e dichiara
la sua accettazione in quanto epifenomeno dell’essere
al cospetto della realtà. Una realtà che si
attualizza anche attraverso la scrittura ma che allo stesso
modo non ne prevede necessariamente il compito. La didascalia
invece è il commento esplicativo e non aggiunge nulle
a quanto attiene al discorso complesso dell’arte. La
didascalia critica descrive, delimita, circonda e conclude
l’oggetto e il concetto dell’arte senza aggiungere
nulla. L’attività del giudizio può essere
artificialmente legata alla cura e alla didascalia ma è
nella critica che si manifesta consapevolmente. La critica
possiede un suo discorso e comprende la realtà nel
suo divenire anche senza alcuna motivazione diretta al discorso
dell’arte, senza riferimenti costanti e conclusivi al
singolo epifenomeno. La critica, in altri termini, rende palese
una cognizione dell’essere e si mantiene adeguatamente
distante dall’interferenza con una singola forma o con
un singolo oggetto.
Allora di cosa abbiamo bisogno oggi? La certezza della critica:
come coefficiente politico, valore aggiunto al contesto sociale,
metalinguaggio destinato ad una sia pur ristretta moltitudine.
La sua identità va ricercata nella ridondanza discorsiva
indipendente sia dal discorso curatoriale che dal relativismo
oggettuale dell’arte. La critica si manifesta soprattutto
perché decide una posizione dell’essere. Per
poter esistere questa critica deve dimostrare di mantenersi
distante da ogni esercizio di potere. Gli artisti hanno ragione
a diffidare del discorso propositivo della cura critica inteso
come manifesto analitico della realtà. La critica è
sganciata da ogni modello di potere e non potrebbe essere
altrimenti: per potersi liberamente esprimere la critica non
può essere soggiogata da un modello convalidato di
esercizio politico e la cura critica, in quanto proiezione
organizzata di uno scopo illustrativo, è connaturata
a questa prassi . Questo modello variabile corrisponde sempre
al sistema socio-politico in atto ed è su questo scopo
che l’esercizio della critica deve poter sviluppare
il suo discorso. Ma al suo interno, per poterla vivere come
momento operativo dell’intelletto, che sia motivabile
come scopo collettivo, dobbiamo poter leggere l’identità
di una visione complessa e propositiva: che sia quindi un’azione
politica e non solamente archivistica.
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Da sopra:
Robin Rhod, Horse, 2002 (video still). Digital animation,
53” seconds. Edition of 5 + 2 AP. Courtesy of the artist
and Perry Rubenstein Gallery, New York
Warburghiana (Aurelio Andrighetto, Dario Bellini,
Gianluca Codeghini, Elio Grazioli), azione al MLAC, 2005
Sukran Moral, Despair, dvd, 2005. Courtesy Maçka
Sanat Galerisi, Istanbul
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