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RECENSIONI
Ultime notizie da Christian Boltanski
di Silvia Biagi
Il titolo è ironico, e amaro al tempo stesso, con il
suo richiamo ad una certa frivolezza quasi giornalistica.
Come se fosse possibile chiamare “notizie” l’insistita
ricerca di Boltanski sulla memoria e sul tempo, come se la
parola ultime potesse non caricarsi di significati funerei.
Eppure è bella l’immagine evocata: come di un
uomo che viva in un luogo lontano e isolato e a tratti si
affacci al mondo, per trasmettere i suoi pensieri più
recenti, le sue “ultime novità”, appunto….
Verrebbe da dire “più proustiano di Proust”,
e stupisce che nei testi che accompagnano l’esposizione
né l’autore della Recherche né la sua
opera vengano citati: eppure il lavoro di Boltanski, come
la Recherche, altro non è che il tentativo continuo
di rintracciare un’identità continua e unica
nel fluire continuo dell’esistenza affidandosi al potere
della memoria. Ma, a differenza dello scrittore, Boltanski
usa il ricordo per la ricostruzione “visiva e fisica”
dell’esperienza, non ha bisogno di ricorrere alla narrazione
verbale, ma ricrea ambienti e situazioni, affianca volti e
immagini, oggetti e fotografie.
Il lavoro di Boltanski è, qui, tutto incentrato sulla
molteplicità, molteplicità di luoghi e persone
innanzitutto, ma anche molteplicità delle identità,
varie e cangianti nello scorrere del tempo e delle esperienze.
Ed il percorso della mostra non è altro che un percorso
attraverso questa molteplicità, un perdersi ed un ritrovarsi
continuo, in cui unica guida è il filo d’Arianna
del ricordo.
Già all’ingresso si esperisce il primo “incontro”
con la moltitudine ed il senso di sperdimento che ne consegue:
sugli scaffali addossati alle pareti della stanza, come in
una biblioteca, sono stipati migliaia di elenchi telefonici
di tutto il mondo, in libera consultazione (Les abonnées
du telephone, 2000). Ed è forte l’esperienza
di chi, cercando nell’elenco della propria città,
ritrovi il proprio nome, magari ad un indirizzo vecchio: un
senso di sperdimento, di annullamento improvviso nella molteplicità
dell’esistente, ma anche il confronto immediato con
un altro sé stesso, con quello che si era fino a poco
tempo fa.
A sottolineare il continuo trascorrere del tempo, un orologio
parlante, collegato ad un sistema di altoparlanti distribuiti
in tutte le stanze, scandisce le ore e i minuti ed accompagna
tutta l’esposizione.
Con l’opera successiva si effettua già il passaggio
da una dimensione generale, collettiva, ad una più
intima e personale: in Entre temps (2003) Boltanski
affianca in dissolvenza incrociata una serie di fotografie
che lo ritraggono in diversi momenti della propria vita, dai
7 ai 58 anni. E’ di nuovo l’immagine più
evidente dei cambiamenti che il tempo apporta al nostro essere,
la dimostrazione visiva della mutabilità dell’io,
ed allo stesso tempo della sua sostanziale continuità.
Ma il rintracciamento dell’io non può non passare
attraverso la registrazione della memoria, il succedersi degli
avvenimenti nell’incontro fra Storia e cronaca, fra
Storia universale e storia personale: perciò Boltanski
si concentra su un giorno in particolare, il 6 settembre,
sua data di nascita, e raccoglie e proietta a velocità
elevata le immagini trasmesse dai telegiornali in tutti i
6 settembre degli ultimi 60 anni, invitando poi lo spettatore
a fermare un solo fotogramma in questo fluire rapidissimo,
regalando l’illusione di poter fermare il tempo, spingendolo
ad effettuare una selezione, per quanto involontaria, nella
miriade di avvenimenti che hanno accompagnato la vita di Boltanski
(6 Septembres, 2005).
Con Contacts (2002) l’indagine si fa ancora più
intima, il confronto non è più verso l’esterno,
ma direttamente con sé stesso e con il proprio passato:
Boltanski ci guida alla ricerca della propria memoria attraverso
un collage di fotografie (anzi, di provini a contatto) che
rappresentano l’artista stesso o persone e luoghi e
oggetti conosciuti o amati nel corso della vita.
La modalità stessa dell’esposizione delle fotografie
è particolarmente straniante, sono affiancate le une
alle altre come nella bacheca di un museo, in una sorta di
ostensione della propria memoria, della propria vita. È
qui più che mai evidente come la fotografia sia, nell’opera
di Boltanski, soggetta ad un utilizzo ambiguo: da un lato
è il testimone del passare del tempo, l’evidenza
incancellabile del momento, dall’altra l’unico
legame che ancora ci tramanda, in maniera oggettuale, quel
tempo, quel passato, quella identità.
Con l’installazione Les images noires, creata
appositamente per il Pac di Milano, L’esperienza della
moltiplicazione viene sperimentata anche dallo spettatore:
alle pareti di una stanza fiocamente illuminata sono appesi
riquadri neri specchianti di varie dimensioni, come in una
galleria di fotografie, ma le uniche immagini ritratte sono
i volti dei visitatori stessi, fugacemente riflessi sulla
superficie scura dei quadri. Lo spettatore vede così
il proprio volto riprodotto e mescolato ai volti degli altri
astanti e dei molti che vi si sono specchiati prima di lui,
mentre in sottofondo delle voci pronunciano, come in un rosario
di fantasmi, nomi propri di persona: si ha così la
strana ed inquietante sensazione di sentirsi chiamare per
nome, ed essere allo stesso tempo completamente anonimi.
È questo forse uno dei punti culminanti del percorso
dell’esposizione, il momento in cui l’esperienza
dello spettatore si inserisce nella traccia che dalla molteplicità
delle esperienze e degli avvenimenti arriva fino alla memoria
personale di Boltanski. Qui il senso di sperdimento viene
generalizzato, non si distingue più tra noto e ignoto,
tra sé e gli altri o, come nell’opera Les
Portants (1988), tra vittima ed assassino.
La mostra prosegue poi con Mes morts, 16 placche di
metallo che portano incise le date di nascita e morte di altrettante
persone care all’artista, come in uno scarno e sconcertante
memoriale, nel quale lo spazio della vita si riduce al trattino
che separa le due date, quasi a sottolineare l’ineffabilità
dell’assenza, ed il resto è lasciato, di nuovo,
alla memoria personale
L’ultima tappa della mostra è forse “il
ritrovamento”, con Le coeur (2004): nel corridoio
interno della balconata, isolato dal resto dell’esposizione,
è amplificato il rumore del battito cardiaco di Boltanski,
accompagnato dalla fioca luce di una lampadina che pulsa al
suo stesso ritmo. Proprio il battito cardiaco, forse la più
sintetica e scarna espressione dell’io, dell’istinto
vitale, assume qui il senso di un ritorno al sé più
intimo e più profondo, che, come in un ultimo disvelamento,
viene esposto e messo in pubblico. Ma il battito del cuore
è anche il punto di tangenza tra tutti gli esseri,
un richiamo al minimo comun denominatore dell’umanità,
che invita il visitatore ad una mutua sincronizzazione/in
un mutuo invito alla sincronizzazione con il visitatore.Christian
Boltanski. Ultime notizie
a cura di Jean-Hubert Martin
18 marzo – 12 giugno 2005 (prorogata al 19 giugno 2005)
PAC Padiglione d’Arte Contemporanea - Via Palestro 14
- Milano
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Da sopra:
Les Abonnées du telephone, 2000;
Entre temps, 2003;
Contacts, 2002 |