| |
RECENSIONI
Lorenzo Taiuti, Multimedia. L’incrocio dei linguaggi
comunicativi
di Emanuela Termine
Se gli anni Ottanta e Novanta “hanno rilanciato, attraverso
la cultura digitale, utopie, esperimenti e previsioni con
un’energia non uguagliata nel campo delle arti plastiche,
oggi si presenta la necessità di analizzare, valutare,
classificare, storicizzare e produrre strumenti d’uso
per integrare i linguaggi digitali nella griglia linguistica
che chiamiamo multimedialità”. Questo l’intento
di Lorenzo Taiuti, artista e docente di Mass Media e Storia
dell’arte contemporanea, giunto alla sua terza pubblicazione
sul tema dell’intreccio tra arte e nuove tecnologie.
Multimediale è già di per sé la proposta
dell’autore: al libro, paginoso e cartaceo relitto d’altri
tempi, è allegato un dvd, con possibilità di
creare “una struttura a network che permetta collegamenti
e usi inediti”. Frammenti video, filmati di performance,
schede biografiche e critiche sugli artisti e sui loro lavori,
ampia selezione di siti web e glossario ne costituiscono il
contenuto, di volta in volta complementare o integrativo rispetto
al testo.
Taiuti si impegna dunque in un tentativo di sistematizzare
ed elaborare a livello teorico il percorso di sviluppo della
multimedialità negli ultimi concitatissimi anni. La
riflessione si appunta sui diversi aspetti del fenomeno: da
una parte l’evoluzione estetica e comunicativa, dall’altra
l’espansione dell’area didattica e museale. Riprendendo
il discorso affrontato nel precedente saggio, Corpi sognanti.
L’Arte nell’epoca delle tecnologie digitali, Taiuti
affronta il tema del “cross over linguistico”,
che, in conseguenza di una progressiva “perdita dei
contorni” dei mezzi comunicativi, contribuisce all’attuale
confusione ideologica e culturale.
“Suono e immagine statica, segno e foto, immagine cinetica
e immagine manipolata, testo letterario e segni comunicativi
s’incontrano su un supporto non più materialmente
differenziato ma adatto a infinite relazioni” (Taiuti,
Corpi sognanti 2001). In Multimedia Lorenzo Taiuti indaga
lo specifico dei diversi media e il modo in cui gli stessi
interagiscono, modificandosi e acquisendo nuovi requisiti.
La rivoluzione digitale, filo rosso che guida l’evoluzione
del fenomeno multimediale, è il nuovo codice generatore
del concetto di multimedia. Coinvolgendo tutti i linguaggi
– arti figurative, video, musica, sound art, spettacolo,
danza, cinema – il digitale favorisce fenomeni di ibridazione
e rende possibili incroci linguistici inediti.
L’autore dimostra competenze tecniche che supportano
la sua riflessione critico-teorica, ancorando sempre l’aspetto
speculativo al dato concreto, presentando i problemi senza
offrire facili conclusioni o giudizi categorici. L’uso
dei nuovi linguaggi è tuttora in mutevole sviluppo
e la discussione teorica in merito è necessariamente
aperta, passibile di revisioni e di nuovi apporti.
Un interessante capitolo è dedicato alla Public art.
Nell’indagare le applicazioni dei nuovi media allo spazio
urbano si individuano le potenzialità della tecnologia
digitale nei progetti di trasformazione architettonica e,
più in generale, nelle proposte di nuovi modi di vivere
la città. Taiuti afferma con il critico Roy Ascott:
“le problematiche della struttura fisica degli edifici
saranno messi in ombra dalle ambizioni per il loro dinamismo
e la loro intelligenza, la loro abilità d’interagire
fra di loro, con noi. E l’abilità di comunicare,
imparare ed evolversi all’interno di una più
ampia ecologia”. L’edificio senziente è
il nuovo traguardo dell’urbanistica del futuro: la multimedialità
partecipa alla costruzione di spazi relazionali in cui la
comunicazione sia potenziata; uno spazio pubblico concepito
come spazio sensibile, arricchito di interfacce urbane che
ne modificano la percezione.
Soluzioni che si rivelano determinanti anche nel ridisegnare
la presenza del museo nello spazio urbano: proponendone una
nuova immagine, talvolta funzionale a strategie pubblicitarie.
Il museo digitale si prospetta come un organismo polifunzionale
in grado di stabilire una comunicazione diretta col pubblico,
di percepire gli input e trasmettere un feed-back immediatamente
visualizzabile. L’uso del multimediale si presta a diversi
scopi: migliorare l’informazione, potenziare la funzione
didattica del museo. Nascono i media lab, laboratori attrezzati
per ricerche informatiche, dove sempre più spesso si
dà spazio a progetti di applicazione multimediale ideati
dagli artisti. Un museo sempre meno conservativo e sempre
più centro produttore di cultura, rivolto a categorie
di utenti diversificate – bambini e persone diversamente
abili – aperto a nuove concezioni di fruizione artistica,
che corrispondono a nuove concezioni dell’arte: “il
concetto modernista di arte richiede un ribaltamento dell’idea
d’uso dell’arte stessa. Percezioni corporee, sentire
multiplo, devianze espressive e altro creano un quadro dove
le marginalità della comunicazione espressiva diventano
centrali all’idea moderna di arte”.
Altre ipotesi di coinvolgimento spaziale e sensoriale sono
affrontate a proposito dei cosiddetti ambienti immersivi,
alla cui realizzazione contribuiscono gli incroci linguistici
fra media, con proiezioni multischermo di audiovisivi. Un
intento di attivazione dell’opera-ambiente che nasce
con le rappresentazioni spettacolari del barocco e attraversa
il tema dell’opera totale lungo l’intera epoca
contemporanea.
L’autore sottolinea più volte le conseguenze
connesse alla diffusione del linguaggio multimediale: esse
coinvolgono lo statuto e la definizione dei linguaggi artistici,
rilevando nuove prospettive. Fra le principali, un ampliamento
dell’interattività, con la possibilità
che il pubblico diventi co-autore del processo creativo, e
una diffusione della tecnologia che permetterebbe di allargare
la fruizione e l’auto-produzione di arte. Ci troviamo
di fronte a un’esigenza seguita e maturata dall’arte
contemporanea già da tempo, come asserisce anche Taiuti
ponendo a monte le sperimentazioni delle prime e delle nuove
avanguardie. Trapela forse un eccesso di entusiasmo positivistico,
nell’affermazione che la rivoluzione digitale abbia
fornito la possibilità di realizzare e completare quei
primi fermenti di rinnovamento artistico. Occorrerebbe allora
chiedersi quale sia la reale natura del media digitale: semplice
innovazione tecnica o profonda trasformazione strutturale
in grado di stravolgere la natura del pensiero umano? Nel
qual caso le analogie con le esperienze del primo novecento
andrebbero ricalibrate considerandone il carattere altro.
Altre riflessioni che il libro suscita e lascia aperte: il
possesso della tecnica basta a fare di un semplice fruitore
un artista? In un’epoca di facili fascinazioni nei confronti
di tutto ciò che ha l’etichetta del “nuovo”,
forse l’artista può e deve dimostrare quale grado
di consapevolezza sia necessario, insieme alla capacità
di dirigere la tecnologia, per non esserne diretti.
|
|