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PROTOCOLLO
CRITICO
Dalla critica alla massa critica
di Domenico Scudero
Dove risiede oggi il senso della critica? E di quale criterio
critico stiamo parlando? Chi e cosa incarna oggi il pensiero
reale della critica? Ci si è abituati a vivere in una
condizione acritica, talmente assordante, nel suo chiaro messaggio
funzionale, che la voce della critica si è spenta.
Certo, si dirà, sin dalle avvisaglie del postmoderno,
negli anni in cui Szeemann dichiarava l’esistenza in
essere dell’azione critica attraverso il suo farsi opera
curatoriale, l’azione discorsiva e dialettica dela critica
è andata azzerandosi. Al suo posto e per lunghi anni
anni si è levata la psicoanalisi induttiva, della circoscrizione
al dettaglio di eventi consapevoli dell’arte. Il singolo
ciclo di lavori, la costituzione della piega personalista,
la comprensione del ruolo sociale dell’emarginato di
lusso rappresentato dall’artista. La critica concettuale
d’altra parte sminuiva qualsiasi segno che non fosse
idealemente connesso al valore stesso dell’arte. Una
critica senza parole e con fatti concreti fa da corredo ad
un’arte spogliata dai suoi artifici.
Per tutti gli anni Ottanta il corredo testimoniale della critica
ha fatto da spartiacque all’ideologia della critica,
o a quel che ne rimaneva. Ai nostri giorni infine il silenzio.
Si parla di storia o di microstorie, ma non si parla di critica
nel senso complesso. Si scrivono e si pubblicano libri in
cui il valore è dato soltanto dalla riproduzione e
dalla sua qualità, in cui l’identità grafica
ha la meglio sui contenuti. Il senso della critica nei nostri
anni è nel suo sparire eclissandosi nell’immagine.
Al rapporto fattuale fra testo e oggetto si è sostituito
un rapporto sequenziale fra immagine e scrittura. Quella scrittura
funziona soltanto in quanto descrizione e commento all’immagine
e non c’è critica, non c’è pensiero
che vada letto e interpretato per quello che è, ovvero
idee e congetture su un’ipotesi del mondo. Mancando
l’analisi la critica viene sommersa dall’immagine
e lamenta la sua frustrazione in calce alla grafica o al design.
Il valore dell’uomo, si dice, è nei suoi beni,
nel potere d’acquisto potenzialmente acquisito, e nessuno
che possa alzare il tiro, sollevare la cappa d’autentica
tirannide costituita dal girovagare impazzito del libero mercato.
Libero mercato di che? Per favorire cosa? E per soddisfare
quali bisogni? La critica a questo non risponde eclissandosi
dal centro del potere intellettuale e abdicando in favore
di chiacchere politiche, al meglio osservando i tipi umani
che queste politiche le interpretano. Alla critica manca la
consapevolezza di agire per corripondere ad un desiderio di
chiarezza di cui l’arte è segno esplicito e non
prodotto di stile. Una differenza abnorme separa la condizione
di plauso cui è preda l’arte mondana dal suo
significato. Quando questo c’è viene sepolto
dalla sovrastruttura che vi si costruisce intorno. La grande
casa di moda che finanzia e sponsorizza l’evento non
è in sé soltanto un partner economico ma diviene
il messaggio esso stesso, qualcosa che elimina ogni intenzionalità
dell’arte facendone uno strumento di consenso e di rappresentanza.
Tutto questo potrebbe andare bene se alla base ci fosse il
discorso della critica, ma questa ha abiurato in favore di
un suo spessore economico. La realizzazione economica della
critica è però soltanto il segno che qualcosa
di grave è avvenuto. Ci dice infatti che la constatazione
d’esistenza dell’arte avviene attraverso l’omologazione
alle dinamiche macropolitiche sia in ordine alla sua rappresentanza,
in quanto accademia formale, sia perché avviene all’interno
di un consenso di cui non è possibile disconoscere
la portata.
Si dirà che difficilmente il discorso critico potrà
raggiungere un obiettivo funzionale, e sappiamo bene quali
distorsioni produca uno scopo funzionale nell’ambito
sociale. E poi dove sono oggi i critici del sistema, dove
si celano e quali vite conducono se ci sono? Dove risiedono
oggi i Sartre dei nostri gionri, dov’è Camus?
dove sono Gramsci, Marcuse, dov’è l’intellettuale
militante?
L’arte della nostra società contemporanea si
rifugia nel suo ruolo di rappresentanza, come testimoniano
le miriadi di grandi celebrazioni acclamate da un vasto pubblico
in ovazione calcolata. Questa rappresentanza non comunica
il suo scopo. Non comunica la sua azione ma risiede all’interno
degli sviluppi del sistema. Naturalmente l’arte non
potrebbe essere che ciò che è, come dichiara
la critica non avversa ai principi di regole mercanili, ovvero
la realizzazione di profitti causati da una ragione non indomita
alle strategie di potere e in quanto ciò simbolo stesso
di quel potere. Un’arte che rappresenti però
non è un’arte che critichi e sviluppi le sue
ragioni intellettive, la sua ragione d’essere. Poiché
infatti quest’arte rappresenta le dinamiche consapevoli
del potere che in essa si specchia dichiara apertamente di
non poter fare nulla per la comprensione di una prospettiva
differente. Quale potere potrebbe essere rappresentato da
un’arte che ne volesse modificare lo statuto? Il significato
della critica assume connotati da accessorio intellettivo
ma non costituisce parte del nucleo significante, anche perché
questa è la pura consistenza d’esercizio della
rappresentanza. La critica insomma per delucidare il suo discorso
non può esistere in quanto accessorio dell’arte,
d’altra parte senza di questa non avrebbe ragione d’esistere.
Tutto ciò è in parte vero, ma l’unico
valore intellettuale che possiamo declinare in funzione della
critica è quello di descrivere le asperità dell’essere
e di prospettare nuovi sviluppi. La critica quindi non può
essere prona ai giudizi esterni o non è tale.
Si dimentica, in questo ciclo della critica, che lo spirito
analitico, per comprendere il mondo e la sua circostanza è
un esercizio dell’intelletto e che se questi non ha
materia per giustificare la sua esistenza, se non come accessorio
immobile, finisce con il tacere davvero. In questo silenzio
risiede l’identità della critica oggi. Un silenzio
che si sbaglia a credere immobile. Se la critica infatti ha
smesso di parlare ha iniziato ad agire nei modi e nei luoghi
in cui può esistere l’azione dell’arte.
Il silenzio della critica si fa azione e l’azione diventa
comune, poiché gli atti, diversamente dai pensieri
possono comprendersi anche senza capirne l’azione. L’individuo
sognante della critica si sedimenta nella massa e quantifica
la sua inerenza all’ordine complesso del discorso. L’analisi
della critica è nella critica al sistema e se questo
ordine del discorso non viene recepito in parole allora si
fa azione muta ma non silenziosa, non inerte.
Negli anni Settanta i cattivi maestri della critica parlavano
della perfezione geometrica e sovversiva della traiettoria
di uno sparo, di una grandinata di spari e delle conseguenti
figure simboliche. Oggi parliamo dell’energia sovversiva
di una pedalata che spezza le unilateralità di un sistema
fondato sull’energia da scavo sottrattivo e sul consumo.
All’astratta rarefazione discorsiva della critica di
rappresentanza si contrappone l’azione fattuale dello
strumento critico autarchico, la bicicletta e la sua poetica
sovversiva nel mondo dell’automobile e della camera
a scoppio quadrivalvore a iniezione elettronica. L’azione
della critica si sfalda dal discorso individualizzato dalle
tematiche dell’oggetto e si cala nella massa facendone
parte. La massa critica vissuta nel disordine e nella sua
casualità, patologica al sistema stesso e priva delle
sue certezze. Una massa critica trasversale che vive i suoi
raduni come esperienza estetica autorappresentativa ed anarchica.
Il blocco temporaneo delle connessioni comunicative del sistema,
attraversamenti fisici causati da masse reponsabilizzate allo
scopo di agire in maniera critica e senza gli strumenti violenti
del sistema. Alla violenza passiva e fatalista del motore
a scoppio si sovrappone la pacifica e radicale pedalata che
produce energia pulita e ristabilisce il contatto umano nello
sviluppo sociale. Il gesto del blocco attraversa lo stupore
al suo passaggio e come simbolo alza in alto lo strumento
critico, una bicicletta. Strumento sovversivo e segno di rottura
palese con la follia contemporanea della televisione in cui
si grida il tradimento sociale come strumento di controllo;
le due ruote come simbolo di un tempo vissuto con minore stress
e maggiore spirito civile, in cui il prodotto della sopravvivenza
non deve necessariante decidere la fine delle risorse naturali.
La pedalata come strumento di forza sociale nella sovversione
alle pratiche di dominio, alle multinazionali e ai trust e
alla relativa politica d’annientamento della ragione
umana e della sua dignità d’esistere: la pedalata
come segno estetico, evento dinamico al di là del postmoderno.
La massa critica, la sua immagine da circo baldanzoso, infine,
nell’ammasso definito dal segno simbolico della bicicletta,
manifesta il suo vasto messaggio estetico di un’arte
non riconducibile ad un singolo elemento ma arte/azione di
riuso pratico, biciclo, riciclo e tandem sociale.
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Annecchini, Scudero, Zanazzo, Radiceditre, Still da video,
2001.
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