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Lampi sul messico
La scoperta
che "io" fa dell' "altro"
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REGIONES
I Méssages
messicani di Antonin Artaud
di Lucrezia Cippitelli
Una chiave di lettura fondamentale per avvicinarsi al Messico
è l'esperienza messicana di Antonin Artaud, di cui
ci sono rimaste numerose testimonianze scritte: le lettere
al suo amico Jean Paulhan, gli articoli pubblicati durante
la permanenza nel paese comparsi sui giornali messicani, la
cronaca del viaggio nella Sierra degli indios Tarahumara.
"Je suis venu Au Mexique chargé d'une mission
du Secrétariat de l'Éducation nationale française.
Cette mission a pour objet d'etudier toutes les manifestations
de l'art théatral mexicain; […] Et c'est l'art
indigène du Mexique qui m'interesse ici par- dessus
tout. Pour moi, la culture de l'Europe a fait faillite et
j'estime que dans le develloppement sans frein de ses machines
l'Europe a trahi la véritable culture…";
in queste poche righe è forse sintetizzato il pensiero
di Artaud riguardo il viaggio, le sue motivazioni e le sue
aspettative. Viene infatti toccata la questione di fondo che
lo spinge ad allontanarsi dall'Europa: la sua sfiducia nei
confronti della cultura e della civiltà europea (che
come vedremo in seguito nel pensiero di Artaud sono nettamente
distinte) e nella possibilità di cambiarla. La sua
testimonianza si inserisce nel filone della letteratura di
derivazione più propriamente etnografica ed antropologica,
che si sviluppa in Francia tra la fine degli anni Venti e
gli anni Trenta. Seguendo le orme di Marcel Mauss e del suo
Institut d'Ethnologie di Parigi, vediamo infatti in questi
anni alcuni fuoriusciti dal gruppo di Breton dedicarsi a studi
di carattere etnografico: Michel Leiris pubblica nel 1934
L'Afrique Fantôme, diario di viaggio e studio etnografico
sull'Africa; sulla rivista "Documents", diretta
da George Bataille, compaiono saggi di etnografia di Malinowsky,
dello stesso Leiris, di Mauss e di altri etnografi e ricercatori
dell'Institut d'Ethnologie quali Levy- Bruhl e Rivet. Un cambio
di prospettiva questo, che pone la testimonianza di Artaud
ad un livello maggiore di coerenza scientifica rispetto ai
racconti di viaggio della fine del secolo scorso, avvicinandolo
di più agli studi antropologici e sociali che si affermeranno
qualche anno dopo. Una coincidenza da sottolineare è
un saggio di Bataille del 1930 intitolato L'Amerique disparue
dedicato al Messico azteco, rievocazione della Tenochtitlan
pre-cortesiana fastosa e decadente e dei riti sanguinari degli
Aztechi. Questo articolo faceva parte del catalogo della prima
mostra popolare sull'arte precolombiana in Francia, tenuta
a Parigi nel 1930 e curata dall'Institut. Non è improbabile
che Artaud conoscesse l'esposizione ed in qualche modo si
fosse avvicinato all'argomento prima del 1936, tenuto anche
conto del fatto che il primo spettacolo progettato per il
Teatro della Crudeltà era intitolato La conquista del
Messico. Per alcuni mesi Artaud vive a Città del Messico
tenendo le sue conferenze all'università e scrivendo
articoli che vengono pubblicati sui maggiori quotidiani messicani.
Tutti questi scritti, secondo la sua volontà, dovevano
essere raccolti e pubblicati in Francia con il titolo Messages
Révolutionnaires; sono invece giunti in Europa grazie
alla raccolta pubblicata in Messico nel 1962 tradotta dallo
spagnolo e pubblicata in Francia nel 1971. I temi proposti
dalle conferenze e dagli articoli riguardano sostanzialmente
il confronto tra la cultura europea e quella messicana, ma
alcuni argomenti ricorrenti sono il filo conduttore di tutta
la riflessione. In primo luogo il totale coinvolgimento con
la vera cultura messicana, che secondo Artaud è quella
pre- colombiana, alla quale l'occidente dovrebbe rifarsi visto
il suo fallimento. "…Là ou le Mexique actuel
copie l'Europe, c'est pour moi la civilisation de l'Europe
qui doit demander Au Mexique un secret. La culture rationaliste
de l'Europe a fait faillite et je suis venu sur la terre du
Mexique chercher les bases d'une culture magique qui peut
encore jaillir des forces du sol indien." La critica
di Artaud alla cultura da cui proviene è totale e radicale:
non basta cambiare le basi economiche e sociali per sanare
una società malata, ma bisogna trasformare l'uomo.
Aztechi, Toltechi, Maya, sono i custodi di questa tradizione
e la loro cultura è patrimonio per l'umanità;
Artaud li chiama la Razza Rossa e parla della loro Cultura
Rossa come il sole e come la terra in cui vivono e non come
la rivoluzione messicana che avrebbe preferito più
indianista e meno marxista. Una parte degli articoli è
dedicata all'analisi di alcuni artisti messicani contemporanei
che, avendo vissuto e lavorato durante la rivoluzione del
1910, ne hanno anche capito la portata fondamentale, quella
cioè di avere fatto "…surgir l'inconscient
oublié de la race,…". La riscoperta delle
tradizioni e della cultura delle civiltà pre- colombiane
è stata, come è stato accennato e come si vedrà
in seguito, la conquista più importante degli intellettuali
messicani d'inizio secolo; Artaud riconosce che solo pochi
tra questi ci sono riusciti pienamente. A questo proposito
parla dello scultore Ortiz Monasterio e della pittrice Maria
Izquierdo. Ogni carattere che in Messico Artaud riconosce
legato alla cultura europea malata e decadente è da
abbandonare, anche le esperienze messicane troppo vicine ad
essa; "…Je suis venu Au Mexique pour fuir la civilisation
européenne, issue de sept ou huit siécles de
culture bourgeoise, et par haine de cette civilisation et
de cette culture. J'esperais trouver ici une forme vitale
de culture et je n'ai plus trouvé que le cadavre de
la culture d'Europe…". Una posizione così
radicale porta necessariamente a delle scelte intransigenti:
è per questo che dopo alcuni mesi di soggiorno a Città
del Messico Artaud si allontana dalla città e prosegue
la sua ricerca nella sierra dei Tarahumara, situata nel Chihuahua,
la regione desertica centro- settentrionale del Messico. I
testi che ricostruiscono l'esperienza dagli indios Tarahumara,
sono stati scritti nell'arco cronologico di circa dodici anni;
pochi risalgono al periodo passato in Messico. La maggior
parte sono racconti ed interpretazioni postume, scritte durante
il periodo di internamento nell'ospedale psichiatrico di Rodez.
La ricostruzione di questo periodo è talmente incerta
e frammentaria che si è avanzata l'ipotesi che Artaud
non abbia mai messo piede nella Sierra, tenuto conto soprattutto
delle difficoltà per arrivarci, e che l'intero racconto
fosse un sogno del poeta. Tralasciando quest'ipotesi, in questa
sede è più importante capire quale sia stato
il senso di quell'esperienza. La risposta è, forse,
nel testo Le rite des rois d'Atlantide in cui viene descritto
un rito sacrificale a cui l'autore assiste dopo il lungo viaggio
fatto da Città del Messico ed il sofferto periodo di
disintossicazione dall'oppio necessario per prepararsi al
peyote. Ricordando che nel Critia, Platone descrive un rito
molto simile a questo, Artaud giunge ad ipotizzare che esiste
un sostrato culturale comune a tutte le civiltà, anche
lontane nello spazio e nel tempo, tesi che del resto ha ampiamente
ribadito nei suoi Messages. L'esistenza di questa "…sorgente
favolosa e preistorica…" comune a tutti gli uomini
è ciò che Artaud stava cercando nel suo allontanamento
dall'Occidente. Ciò di cui il mondo moderno ha bisogno
per colmare la perdita della dimensione spirituale e magica,
perdita dovuta al progresso ed alla volontà della civiltà
contemporanea di ancorarsi strettamente alla vita fisica e
materiale. Il viaggio di Artaud si esprime dunque come ricerca,
in cui si risolvono le riflessioni condotte negli anni precedenti
sull'uomo e sulla società; il Messico rappresenta il
solo luogo in cui questa ricerca può essere condotta.
Gli indios rossi, i custodi del rito del ciguri (il peyote),
la Razza- Principe, come essi stessi si chiamavano, sono per
Artaud l'ultimo tramite tra l'occidente e la natura; la sola
possibilità di salvezza per la società europea
degli anni Tranta che sembrava intenta all'autodistruzione.
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