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Arte pubblica e sconfinamenti
urbani in un dialogo con Ramon Cabrera Salort |
REGIONES
D.I.P.
di Lucrezia Cippitelli
Playa è un quartiere molto popolare dell'Avana, fatto
di casette basse di legno, strade sterrate tutte uguali, canali
di scarico che corrono ai lati dei marciapiedi. E’ un
quartiere silenzioso e deserto, diversamente da molte zone
della città. Ci si arriva con degli autobus che lasciano
gli abitanti su una grande strada di scorrimento che passa
lontano, a parecchi isolati di distanza.
Dal patio antistante una casetta di legno restaurata e ripitturata
vengono delle voci: è l’atelier in cui si riunisce
il D.I.P., Departamiento de Intervenciones Publicas, un cololettivo
di artristi che si sono formati o collaborano come giovani
insegnati alla Isa, l’Istituto superiore di arte dell’Avana.
Il gruppo, che è un collettivo di affinità che
rivolge la sua indagine principalemnte sull’arte negli
spazi urbani e pubblici, ha partecipato alla Biennale con
due installazioni al Pavellon Cuba ed al centro Wilfredo Lam
e con un progetto che ha coinvolto diversi artisti ,provenienti
da tutto il mondo, la cui ricerca fosse indirizzata verso
gli interventi pubblici.
Sulla porta incontro Ruslan Torres, uno dei primi membri del
gruppo, che mi introduce nell’atelier.
R.T. Era la casa ereditata da uno di noi. L’abbiamo
restaurata ed aperta al pubblico. Qui ci riuniamo regolarmente
per lavorare, organizzare i nostri progetti negli spazi pubblici
o editare gli audiovisivi che produciamo sulle nostre azioni,
c’è sempre qualcuno che tiene aperta la casa
di Playa.
Siamo tutti studenti ed ex studenti della Isa, e riusciamo
a far convergere le nostre attività all’interno
dell’istituzione: inizialmente avevamo addirittura un
piccolo studio all’interno della scuola. Abbiamo però
preferito trovare una nostra indipendenza per non dipendere
in maniera esclusiva dall’istituzione scolastica. Ci
piace condividere le nostre esperienze con gli studenti, come
hai visto fare durante la lezione-dibattito, data la scelta
di lavorare senza permessi e senza compromessi riteniamo sia
meglio aver acquistato l’indipendenza.
L.C. Come funziona il gruppo? Come lavorate?
R.T.Non siamo un gruppo chiuso e gerarchico, piuttosto un contenitore
che condivide certe esperienze. La nostra appartenenza non
è nominale e univoca ma dipende unicamente dalla condivisione
di progetti ed esperienze. Farò parte del D.I.P. finché
avrò idee e voglia di partecipare all’ideazione
e realizzazione di azioni.
Questa modalità di partecipazione ci permette di aprirci
a chiunque abbia la nostra stessa attitudine.
Durante la Biennale del 2003 per esempio abbiamo lavorato
con artisti provenienti da diversi paesi stranieri che abbiamo
contattato istituendo un bando su internet. Non volevamo essere
i classici artisti che producono un lavoro da appendere a
una parete. Abbiamo proposto come opera la presentazione del
nostro progetto. Hai visto le nostre installazioni all’interno
del Centro Wilfredo Lam e del Pavellon Cuba. Parallelamente
abbiamo organizzato una serie di incontri ed azioni che si
sono svolti per tutto un mese in giro per l’Avana e
che una volta a settimana abbiamo presentato e spiegato al
pubblico in una sala conferenze messa a disposizione dell’università.
I lavori proposti non sono stati solo opera nostra: erano
i lavori realizzati dagli artisti che hanno risposto alla
nostra convocatoria ed hanno partecipato alla biennale. La
nostra proposta si è tradotta nella pratica in una
curatoria interna alla curatoria della Biennale.Mi mostrano
un video di una vecchia azione organizzata sul Malecon : una
telecamera nascosta riprende una sezione del muretto che costeggia
il lungo mare, luogo in cui generalmente si siedono gli abitanti
della città, rivolti verso la strada, per veder passare
la gente. Nell’azione alcuni performer si arrivano in
gruppo, fingendo una casualità, e si mettono a sedere
molto vicini a un uomo già accomodato. L’uomo,
sentendosi assalito, dopo qualche minuto si allontana.
L.C.Che tipo di azioni realizzate, qual è il vostro rapporto
con il pubblico?
R.T.Preferiamo confrontarci con persone che non hanno nulla a
che fare con l’arte contemporanea. Il nostro lavoro
consiste nel muoverci nella città “costruendo
situazioni” che possano determinare una reazione da
parte di chi la città la vive. Per questo il nostro
pubblico nonè quello tipico degli eventi artistici,
piuttosto il passante, il guidatore o il bigliettaio di un
autobus. La nostra ricerca verte sulla registrazione delle
reazioni della città alle nostre azioni: giochiamo
sulla paura, la paranoia, il riso, l’empatia, il controllo,
la vergogna, il senso di solidarietà.
E’ come una registrazione delle pulsioni del tessuto
urbano.
Per questo il professore con cui lavoriamo, Ramon Cabrera
Salort, dice che applichiamo le metodologie della ricerca
antropologica, sociologica ed etnografica alle pratiche artistiche.
In qualche modo il nostro lavoro consiste nel registrare la
realtà.
L.C.Che rapporto avete con la polizia? Ho visto durante una presentazione
dei vostri lavori alla Isa ho visto la documentazione di un'azione recente: avete incendiato una piccola costruzione
su un terrazzo per registrare le reazioni spropositate o sottodimensionate
di chi osservava il piccolo rogo…
R.T.Il nostro rapporto ovviamente non è facile.
Ma come tutti qui a Cuba sappiamo trovare il modo per non essere osservati, o per sfuggire al controllo, o per prenderlo in giro...
Abbiamo fatto un tesserino per ciascuno di noi, simile a una tessera
ufficiale di un qualche istituzione pubblica. La stessa scelta
del nome era mirata: “DIP - DipartimentO di interventi pubblici”,
non assomiglia certo al nome di un gruppo di attivisti! Quando
la polizia ci ferma noi mostriamo il nostro tesserino con
fotografia, nome e cognome. Il più delle volte il nome
roboante del gruppo fa si che il poliziotto decida che siamo
in regola e ci lascia continuare…
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