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N°1/2003
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Hiroshi Sugimoto: "Architecture"
di Augusto Pieroni


Come sempre il problema la messa a fuoco, mentale: il framing, come potrebbero dire i cognitivisti. La mostra "Architecture" di Sugimoto Hiroshi - al Museum of Contemporary Art di Chicago fino al 1 Giugno - dovr essere raccontata nei multipli aspetti mentali che solleva, pi che nelle varie immagini di cui composta. Naturalmente l'attenzione del visitatore del museo viene attratta dalla deriva geografica grazie alla quale questa serie stata creata, una durata temporale - oltre che geografica - tipica dei lavori a tema dell'artista giapponese (una per tutte: le lunghe esposizioni degli schermi cinematografici). Il soggetto, infatti, fa sempre da ambasciatore in un lavoro fotografico. Per questo pareva naturale - quando l'ho incontrato in mostra - che un maestro di scuola mostrasse ai propri giovani allievi le due torri del Marina City (dette anche Corncobs, pannocchie), dato che stanno a non pi di due chilometri in linea d'aria dal museo. Chiaro esempio di autorappresentazione come implicazione di significato. E per facciamo un indice delle nostre possibilit interpretative: la mostra ci interessa per l'architettura, per l'operazione fotografica o per l'installazione? Una cosa alla volta: occhio alla messa a fuoco.
Il coinvolgimento di Sugimoto con l'architettura intenso: recentemente ha perfino ripristinato, a proprio modo, un tempio scintoista con un intervento decisamente plastico. Il progetto d'immagine chiamato "Architecture" presentato al museo di Chicago tende invece a utilizzare lo sfocato fotografico per recuperare a trenta celebri architetture moderniste la propria dimensione sognata, privandole dei compromessi tipici del "costruito" rispetto al "disegnato". E proprio questa scelta visiva porta in scena la dimensione fotografica. Con l'uso di inquadrature che isolano viste e particolari significativi, con l'uso dell'astrazione cromatica nel bianco e nero, e soprattutto dello sfocato che, appunto, in Sugimoto sempre elemento semantizzato: sia per visualizzare il tempo come per recuperare, in questo caso, il distacco ideale del progetto modernista. importante quindi vedere, accanto alla passione per il progetto architettonico, la sua rivisualizzazione mediata e filtrata attraverso il fotografico.
Le inquadrature sono tutte iconografie standardizzate, atipico semmai il modo di derappresentare questi clich facendoli affiorare allo sguardo con una approssimazione monumentale simile a quella con cui emergono alla memoria. Altrettanto rilevanti la sfocatura che non sgrana (importante onest che toglie al Fotografico il ruolo di alibi tecnico di una deliberata strategia di visualizzazione) e le dimensioni: tutte verticali di 150 cm. di lato lungo.
Una batteria di immagini cos congegnata non poteva prevedere che un'installazione speciale. L'assetto plastico dato da Sugimoto all'esposizione infatti l'elemento che ricuce i due estremi: quello fotografico e quello architettonico. Infatti le due ampie sale del mezzanino sono state oscurate e riempite con una serie di pannelli autoportanti colorati in un grigio medio lievemente caldo: cinque file in larghezza e tre in profondit poste secondo una griglia geometrica regolare.
Le foto sono appese solo su una delle due facce dei pannelli e sono illuminate in modo da non produrre ombre. Una per pannello: nessuna sintassi, solo la singolarit del monumento, l'autoidentit dell'icona architettonica pausata da vuoti e ritmi che negano la visione d'insieme. Le stampe fotografiche sono montate su una schiena sintetica di circa un pollice di spessore, nera ma che per due millimetri dal bordo diventa bianca, e questo sandwich a sua volta inserito in cornici di legno, color argento satinato, spaziato da circa 15 cm. di passe-partout. Il vetro antiriflesso. Dopo un po' ci si rende conto che tutto, dentro e fuori l'immagine, un gigantesco insieme di gradienti di grigio e che - in definitiva - nulla nelle due sale pu essere considerato esterno all'immagine. L'effetto dunque ieratico e possente. E, come nella grafica e nell'editoria nipponiche, le pause e i vuoti si propongono come testo, sono cio la strada per la quale si incammina l'interpretazione del testo visivo (se posso appropriarmi impropriamente di una metafora taoista).
La mostra insomma architettata - e non uso questo termine a caso - con la ritmica monolitica a noi familiare per via del razionalismo nostrano. E in questo senso vediamo con piacere Sugimoto pagare il proprio debito a Terragni, oltre che ad altri fra i principali architetti del Novecento. Non deve essere sottovalutato poi il fatto che la mostra non viagger. Un omaggio come questo infatti pu divenire massimamente significativo solo nella Chicago in cui F.L. Wright affianca e supera il neo-eclettismo di O'Sullivan e della locale scuola di architettura, nascendo a faro del Novecento, la citt in cui Moholy-Nagy fonda la Nuova Bauhaus e poi l'Institute of Design, la citt in cui matura il minimalismo di Mies van der Rohe, al punto che il suo tardo IBM Building viene clonato e ripetuto - struttura e colori inclusi - varie volte a pochi blocks di distanza. Accolto elettivamente nella Chicago culla del Modernismo, insomma, Sugimoto accoglie il sostanziale radicalismo modernista nella genesi delle architetture che ritrae, nel bianco e nero delle foto che le incasella in un sacrario della memoria, e infine nell'installazione geo-specifica che riassume in s tutte queste tensioni.
Volendo, si pu obiettare che Sugimoto si sia buttato un po' troppo sul versante idealistico-trascendentale del modernismo. Dipender dal fatto che l'autore vive fra Tokio e New York e - magari, perch no? - dipender dal fatto che dopo l'11 Settembre, dopo il crollo di una delle architetture protagoniste di questa epopea del moderno (assenti in mostra), un istante di concentrazione ci voleva, ci voleva un momento di sublimazione dopo l'impietosa messa a fuoco dei massmedia sulla verit, sull'incubo del costruito, del vulnerabile costruito. Recuperare il sogno del progetto moderno sembra essere un lenitivo alla violenta flagranza, quasi da Fiera delle vanit di Ballardiana memoria, con cui carne e tecnologia si sono fuse in un abbraccio mortale. E comunque, fra le pi recenti aperture neomoderniste, questa del fotografo giapponese sembra una di quelle che pi si fondi su basi onirico-superomistiche.
Se il modernismo era progetto, probabilmente il dopo del postmoderno dovr essere daccapo progetto, anche se purgato dalle radicalit moderniste. Dopo una guerra come quella che abbiamo creduto di vedere, c' gran necessit di progetto: progetto civile, elastico, multietnico e almeno trialettico, ovvero aperto a considerare non solo due estremi, non escludendo insomma terze opzioni. Un progetto - per dirla in informatichese - di network pi che di software proprietario. Il progetto "Architecture" di Hiroshi Sugimoto, col suo disfare nella luce i corpi di fabbrica, insomma l'ultima curva del pensiero unico prima e gi dentro al progetto aperto della nuova modernit.

"Architecture" di Sugimoto Hiroshi - Museum of Contemporary Art di Chicago

Hitoshi Sugimoto

Hitoshi Sugimoto

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