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Seydou Keita

A cura di Giovanna Trento
Seydou Keita è nato nel 1921 a Bamako, capitale del Mali, all'epoca Sudan Francese, ed ivi tuttora risiede. Essendo il maggiore di cinque fratelli, all'età di dieci anni egli era già impegnato come abile falegname. Nel 1935, uno zio, di ritorno da un viaggio in Senegal, gli regalò la sua prima macchina fotografica ed un rullino da otto pose. Keita cominciò così a scattare fotografie per i familiari; poi in strada o a casa di amici, sollecitato da chi già lo conosceva come falegname. Per una decina di anni, Keita lavorò sia come falegname che come fotografo, avvicinandosi anche allo sviluppo e alla stampa fotografici. Nel 1948-'49, per dedicarsi appieno alla fotografia, Keita aprì il suo studio dietro alla prigione, a Bamako-Koura (ovvero Nuova Bamako): un quartiere centrale e vivace, dove tuttora alloggia. La popolarità di Seydou Keita fece sì che egli venisse nominato nel 1962 fotografo ufficiale del Mali, nuovissimo Stato indipendente di impianto socialista impegnato a ridisegnare la propria identità. Per un paio di anni egli riuscì a mandare avanti sia il prestigioso lavoro governativo che l'amata attività in studio, che fu poi però costretto ad abbandonare. Seydou Keita mantenne la sua carica pubblica fino al 1977, anno in cui decise di ritirarsi dal lavoro e dedicare più tempo alla sua vita di musulmano. Purtroppo, il materiale di quegli ultimi quindici anni è irraggiungibile, in quanto proprietà dello Stato, e si trova probabilmente negli archivi governativi. La Bamako in cui Seydou Keita iniziò a fotografare era la nascente città west-africana "moderna". Essa, che contava all'epoca circa 100.000 abitanti, emerse come importante centro coloniale francese nel 1946, con il primo Congrès de Bamako. La caratterizzavano in quanto tale vari poli urbani: la stazione della ferrovia che collegava Bamako a Dakar (e da qui quest'ultima a Parigi), dove talvolta si recavano i due apprendisti di Keita per trovare clienti; il Marché Rose, grande centro di scambi invidiatole da altre capitali, che faceva confluire a Bamako molte persone appartenenti a gruppi differenti e provenienti da zone diverse, (i quali così facendo aggiungevano alla loro identità etnica di provenienza quella acquisita di cittadini); la prigione centrale a cui si accennava sopra e il Soudan Ciné dalle cui pellicole in bianco e nero ci piace immaginare siano uscite alcune pose "gangsteristiche" di certi ritratti maschili di Keita. Lo studio di Seydou Keita, a differenza di quello di altri suoi colleghi, si trovava proprio in un'area prossima a quei punti chiave della nuova città. Anche per questo motivo Seydou Keita diventò, nell'immaginario collettivo locale, il più "urbano" e "moderno" dei fotografi. Farsi fotografare da lui significava anche registrare il fatto di vivere a Bamako, di aver preso il treno, di essere stati al Gran Mercato, di aver visto la prigione, di essere andati al cinema: significava, insomma, essere un cittadino e una persona di mondo. Se un noto ritornello dell'epoca cantava "A Bamako les femmes sont belles", la macchina fotografica di Keita era considerata dalle donne garanzia di bellezza ed eleganza, consacrando così il binomio bellezza-città, già sancito dalla canzone di cui sopra. Alcune fotografie di Seydou Keita, in special modo quelle dedicate alle donne, risultano essere dei lavori magistrali che si prestano a varie letture. Le stoffe degli abiti ed i gioielli, lungi dal divenire orpelli leziosi e ridondanti, discorrono bene con i fondali arabescati prescelti da Keita e si propongono come segni e attributi che identificano un individuo, collocandolo in uno spazio reale, socialmente riconoscibile. Uno spazio questo che al contempo è anche quello della messa in scena: un teatro che a tutt'oggi ci suggerisce, stilizzandoli, la vita e le relazioni che si sperimentavano dietro a quelle tende, nella nuova Bamako. Seydou Keita ci regala anche un'acuta descrizione di una città dove il vivere "moderno", segnato da quegli status-symbol che Keita prontamente fornisce ai suoi clienti (cravatte, orologi, penne, fiori finti, una radio, una biciclette, un motorino, delle borsette,…), convive con i modelli aggregativi preesistenti sovrapponendosi ad essi e disegnando così una nuova identità collettiva e individuale. Le persone che vediamo ritratte nelle fotografie di Seydou Keita escono dalla condizione di tipi e caratteri, non grazie ad una precisa connotazione psicologica data loro, ma piuttosto per quel senso di correlazione, di esistenza in virtù di un contesto, di presenza motivata in un mondo identificato ma non "caratteristico", di vicinanza emotiva, sentimentale ed affettiva che caratterizza queste immagini. Legami familiari, sociali e di amicizia, affinità interiori e intimità trovano un certo spazio in queste fotografie dove spesso si è vicini e ci si tiene per mano. Il legame interpersonale è particolarmente evidente nella fotografia di un' affascinante coppia distesa, di cui intuiamo il vincolo che li stringe e forse addirittura l'attrazione fisica che li unisce. Seydou Keita, però, non cade mai nell'aneddoto e nell'effusione gratuita. Queste figure infatti, con il loro còté di stoffe, oggetti e gioielli, restano sempre dei modelli ideali per la collettività, leggermente sospesi al di sopra del quotidiano.