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La pittura zen di Yves Klein
di Matteo Chini

Insegna il buddismo zen che l'essenza di un vaso è il suo vuoto e non la materia di cui è formato. Sotto questo aspetto il vuoto non è detrazione, assenza o perdita ma bensì costituisce l'elemento fondante della ricettività stessa del vaso. Così nel dialogo o nell'apprendimento succede che la capacità di ascolto assuma un valore maggiore rispetto a quella di espressione. Il vuoto non è allora inteso non come negazione ma come disponibilità e pienezza dell'essere. E' forse a partire da analoghe considerazioni che nell'aprile del 1958 l'artista francese Yves Klein tiene la personale Le Vide presso la galleria Iris Clert di Parigi, sentendosi tuttavia in dovere di articolare il titolo più precisamente in La spécialisation de la sensibilité à l'état matière première en sensibilité picturale stabilisée. Nessun intento parodistico o provocatorio però, nessun oltraggio di lesa figuratività e soprattutto nessuna ironia dietro questa complessa definizione. Semmai, appunto, l'esigenza di non essere frainteso attraverso una lettura riduttiva dei propri intenti estetici. All'interno lo spazio era stato completamente imbiancato dall'artista nel corso di due giorni di tenace lavoro. Il proposito era quello di ricreare le condizioni percettive e spaziali del proprio atelier. Uno spazio vuoto, bianco e potenziale come quello di una lavagna immacolata e che perciò in qualche modo contiene già sulla sua superficie tutti i segni possibili. Uno spazio infine in cui, secondo le parole di Klein, "una densità sensibile astratta, ma reale, esisterà e vivrà da se stessa e per se stessa nei luoghi vuoti soltanto apparentemente". Il luogo è completamente spoglio dunque, ma soltanto in apparenza. Infatti la presenza dell'artista intende irradiare al suo interno proprio quell'atmosfera pittorica che è stata rimossa dai muri, impregnando tutto l'ambiente di un colore astratto e mentale. Questa fondamentale dichiarazione di poetica arriva a circa dieci anni di distanza dal concepimento dei primi quadri monocromi e di pari passo con l'ideazione della sinfonia monoton-silence, lavoro musicale basato sull'alternanza di venti minuti di un'unica nota e venti minuti di silenzio (i famosi 4'33" di silenzio di John Cage sono solo del 1952). A sottolineare l'importanza che questo evento aveva agli occhi dell'artista la coincidenza del vernissage (28 aprile 1958) con la sua data di nascita, avvenuta a Nizza il 28 aprile del 1928. Figlio di pittori - il padre artista figurativo e la madre artista astratta - Klein ha sempre nutrito interessi per l'arte visiva, la musica e le arti marziali raggiungendo persino, primo in Europa, la cintura nera quarto dan di Judo. La "Via della cedevolezza" indicata da questa antica disciplina è presente in modo sotterraneo ma strutturale in tutto lo svolgimento del suo percorso artistico: a cominciare dal rifiuto a "fare combattere" sulla tela due colori insieme di cui uno necessariamente destinato a soccombere. Il ramo dell'albero si deve piegare dolcemente per far scivolare via la neve che col suo peso rischierebbe di spezzarlo. Si racconta che da questa semplice osservazione sia nata l'arte del Judo. Un colore solo dunque sarà oggetto della rappresentazione, un colore che non si ponga in urto con altri e soprattutto che non sia intaccato dalla presenza di linee o di segni. Così prende avvio l'avventura monocroma di Klein, una breve ma folgorante carriera (muore infatti all'età di soli 34 anni) che lo porterà ad avventurarsi nei territori misteriosi della sensibilità cromatica pura in una linea che da Malevic arriva a Newmann, Reinhardt, Manzoni e via dicendo . Nondimeno è vissuta dall'artista come un'esperienza di cui egli solo si sente protagonista come un "conquistador" alla scoperta di territori fino allora inesplorati. Di qui il profondo convincimento di essere il solo possessore della sensibilità pittorica assoluta con l'implicita possibilità di farne commercio. Perciò con candido narcisismo si riterrà d'ora in poi non "un pittore" ma "il pittore" tout-court e arriverà a chiedere oro, il più spirituale tra i beni materiali, in cambio di zone di sensibilità pittorica regolarmente registrate. Motivi analoghi caratterizzano la richiesta di un brevetto per un particolare tipo di blu, l'International Klein Blue (IKB), che diventerà un po' la sigla della sua intera opera. Un blu oltremare profondo e intensamente spirituale, applicato sotto forma di pigmento puro sulla tela, comincia così a ricorrere ossessivamente a partire dal 1955 fino alla fine della sua vita ricoprendo tele, sculture e oggetti ma anche presentandosi semplicemente disteso sul pavimento di una galleria. Quest'idea è adesso riproposta nella terza sala del Museo Pecci di Prato che dedica all'artista una bellisima mostra antologica - visitabile fino al 10 gennaio - a cura di Bruno Corà e Gilbert Perlein. L'esposizione documenta in modo esaustivo tutto il percorso kleiniano attraverso un'incessante successione di opere. Dai primi quadri monocromi gialli, arancioni, rosa e azzurri alle splendide tele dell'epoca blu, dai Monogold a foglia oro (una tecnica appresa presso il laboratorio di un corniciaio inglese) alle pitture eseguite col fuoco all'inizio degli anni '60 o segnate e macchiate dagli agenti atmosferici (Cosmogonie). Non mancano le grandi Anthropométries in cui l'artista utilizza modelle viventi come pennelli in una sorta di pittura-azione intensa e spettacolare. Sì, perchè tutto diventa spettacolo nell'arte di Klein, o meglio la vita stessa si fa materia artistica, "arte assoluta" come recita il sottotitolo della mostra. Così ogni aspetto della vicenda personale del pittore - l'atelier ripetutamente filmato, la sua attività di judoka, gli amici (Pascal, Raysse, Restany), il matrimonio con la tedesca Rotraut Uecker - entra a far parte di una sorta di teatro dell'arte e della vita come immerso nel colore assoluto e spirituale di cui egli deteneva l'esclusiva. Un aspetto, questo, documentato in una piccola ma preziosissima sezione biografico-documentaria all'esterno del percorso espositivo. Tra le sale dell'antologica - paradossalmente troppo affollate di opere - e quest'ampia stanza ricavata all'interno della struttura dell'anfiteatro si stabilisce perciò una curiosa relazione spaziale e temporale, un breve percorso fatto di silenzio e di riflessione. Al Museo Pecci va dunque tributato, dopo alcuni anni di strana apatia, il merito di aver portato in Italia una mostra mostra - nata da una collaborazione col Museo d'Arte moderna e contemporanea di Nizza - che arriva a trent'anni di distanza dall'ultima retrospettiva dedicatagli dalla Galleria d'arte moderna di Torino. Si colma così un vuoto di sensibilità di ben diverso segno rispetto alla spiritualità immateriale di Klein. Yves Klein. La vita, la vita stessa che è l'arte assoluta. Centro per l'Arte Contemporanea Luigi Pecci, Prato tel. 0574.5317 http://www.comune.prato.it/pecci/home.htm Fino al 10 gennaio 2001